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"Spedizione di soccorso"


Pagine correlate:

L’eterno perdente corre, nella sbuffante follia del respiro della locomotiva, dritto verso la sua morte... Si chiama Tyron Welch, ed è un pessimo agente indiano. Non c’è modo di scendere né di rallentare (And the train it won’t stop going, no way to slow down). Ma tutto ciò mi consente di unire due dei miei amori, Magico Vento e Jethro Tull, con tante scuse per gli altri...

La locomotiva
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. e Sce. Gianfranco Manfredi    

In the shuffling madness
of the locomotive breath
runs the all-time loser
headlong to his death...
Jethro Tull, Locomotive Breath

Quando eravamo bambini, intendo per davvero, non bambini adulti come adesso..., volevamo sempre ascoltare la stessa favola: che a raccontarcela fosse la nonna, il babbo o il mangiadischi (il mangiadischi? Madonna, come siamo vecchi!), volevamo sempre la stessa. Era la nostra preferita, non ci interessavano le altre, volevamo sempre quella. E per di più, guai anche a raccontarcela in un modo che non fosse quello solito: correggevamo spietatamente l’incauto narratore. Che, appunto, finiva per comprarci il mangiadischi, che almeno la raccontava proprio sempre uguale... Lo psicopedagogista che ci vive in casa ci avrebbe poi spiegato che tutti i bambini fanno così, perché nella favola sempre uguale a se stessa il bambino trova le sue coordinate del mondo, scopre una realtà che si ripete in maniera rassicurante, evita lo spiazzante confronto con l’abisso dell’ignoto.

Ecco perché qualche scrittore, anche di fumetti, continua a raccontarci sempre la stessa storia: perché ci prende per bambini. In realtà, crescendo, le cose cambiano. Le fiabe che ascoltiamo devono essere in qualche modo sempre un po’ diverse. Magari si sviluppano intorno a rassicuranti plot familiari, quando non addirittura su più o meno usurati stereotipi narrativi, ma per soddisfare il lettore adulto devono necessariamente introdurre ad un certo punto la variazione, il colpo di scena, lo scarto da quello che si è già letto. Sì, insomma, avete già capito: come Magico Vento.

Lungi dal trattarci come bambini e dal raccontarci sempre la solita storia, Manfredi gioca con le più classiche e tipiche situazioni del western classico riuscendo sempre ad incollarci alle pagine e a sorprenderci. Grande soggetto, questo; del resto il treno resta un’ambientazione narrativa sempre accattivante, che ci rimanda ad Agatha Christie come a Cassandra Crossing... E in verità ci rimanda anche ad una oscura pellicola western, che a quanto pare ha dato lo spunto a questo episodio; diciamo a quanto pare perché confessiamo di non aver visto il film citato... Appare piuttosto evidente, però, che, se di debito si tratta, è presto saldato: Manfredi stesso ammette di aver rivisto il complicato plot (esso stesso derivante da un romanzo), e il lettore è comunque in grado di capire anche quello che Manfredi non dice: Magico Vento guida la vicenda, non vi si ritrova da semplice spettatore; compaiono diversi personaggi già appartenenti alla saga, e Orso affamato è addirittura antagonista; le motivazioni che scatenano l’azione si trovano perfettamente coerenti con lo spirito e le tematiche della serie (le tensioni tra bianchi e pellerossa, Magico Vento custode dei diritti di questi ultimi...); la ciliegina, sul treno in missione per conto del senatore Fulton, c’è l’ennesima incarnazione di Dick Carr... Ecco perché si gode anche di questa storia fuori continuity.

La sceneggiatura deve condurre per mano un plot che per quanto semplificato rispetto all’originale sempre di intrighi si occupa; tra l’altro, allo sguardo di chi ha già letto il numero seguente, appare chiaro come Manfredi punti da un po’ di tempo a questa parte più al genere giallo che a quello horror. Né noi lettori appassionati del canta-fumettista milanese possiamo scordarci che oltre a Dylan Dog, il nostro scrisse uno dei migliori cicli di Nick Raider... Certamente l’horror tornerà, perché è costitutivo della serie e perché è chiaro che Manfredi ha bisogno di mischiare stilemi e generi narrativi diversi, ma che in definitiva in Magico Vento, come nell’universo, nulla si crea, nulla si distrugge...

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E sul binario stava la locomotiva... - (c) 2002 SBE
   
 



DISEGNI
Giez (Carlo Bellagamba)    

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Giez
pag.8, (c) 2002 SBE

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Giez
pag.95, (c) 2002 SBE

Rispetto alla sua precedente prova su MV ("La donna del ritratto", MV 29), Giez pare ora più sintonizzato sull’aspetto visivo tipico della serie; il suo tratto si è reso più leggibile e sembra che debba qualcosa a Barbati-Ramella, che, come ha detto lo stesso Manfredi (vd. intervista), sono in pratica i disegnatori ufficiali dei personaggi di MV (mentre Frisenda lo è per le ambientazioni). Capiamo che sia una scelta di funzionalità, anche se preferivamo il Giez di prima, proprio perché ci faceva fare più fatica; ma è proprio il nostro solito stakanovismo, a parlare, perché il Giez di adesso è perfetto, pulitissimo, chiaro ed evocativo e mai banale, splendido dosatore di chiari e di scuri e ottimo interprete della recitazione dei personaggi, nonché efficacissimo rappresentatore di particolari. Insomma, dopo un po’ diventa gusto personale, ma a noi Giez piace un sacco...


GLOBALE
 

Lasciamo stare il fatto che la copertina ci presenta una tonalità azzurra che in realtà esplora più azzurri di quanti noi ne sappiamo nominare, con un cromatismo molto raffinato; lasciamo stare il fatto che ancora una volta si ritrae qualcosa che poi non succede, il deragliamento di un treno che in realtà non deraglia; lasciamo stare pure il fatto che chi legge Magico Vento da pochi numeri non potrà cogliere tutte le implicazioni di questa copertina; ma c’è forse qualcuno dei lettori dal primo numero che non è rimasto turbato (ri)vedendo Magico Vento coinvolto in un incidente ferroviario? Grande, grande copertina, questa...
 

 


 
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