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" Gli spettri di Fort Laramie"

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Un brav'uomo di nome Custer
recensione di Francesco Manetti


TESTI
Sog. e Sce. Gianfranco Manfredi    

Dopo alcune storia semi-isolate, riprende con questo albo la grande saga caratterizzante la serie, saga con la quale, malgrado la massiccia presenza di personaggi e avvenimenti fittizi, Manfredi traccia un'avvincente storia dei native americans (al momento del loro crepuscolo), se non forse, proprio a cominciare da questo stesso numero, una non meno avvincente storia degli Stati Uniti d'America nell'ultimo trentennio del XIX secolo.

Malgrado "Gli spettri di Fort Laramie" sia semplicemente, sotto un certo aspetto, un'introduzione ad una storia che si svilupperà nei prossimi tre albi, personaggi, tematiche e situazioni non sono stati certo centellinati: facendo muovere separatamente i due protagonisti, Manfredi riesce a presentarci tre personaggi storici (Custer, Nuvola Rossa e Calamity Jane), il ritorno di Dick Carr, una convention del Partito Democratico, alcune riflessioni sull'Ufficio per gli Affari Indiani, un paio di belle sparatorie (siamo o non siamo nel West? :-)) e, in sottofondo (a dispetto del posto occupato nel titolo) una anomala, in quanto tutt'altro che terrificante, storia di spettri.

"Una storia di fantasmi, di uomini politici corrotti, di giustizieri del West..."
   
Cos'è dunque, questo "Gli spettri di Fort Laramie"? Una storia d'amore alla Giulietta e Romeo fra i fantasmi di un tenente di cavalleria e della figlia di un capo indiano? La storia degli intrighi politici dell'epoca della presidenza Grant? Un western nel quale l'eroe mette fine, colt in pugno, agli intrallazzi del solito agente per gli affari indiani corrotto? Tutto questo ed altro ancora!

Indubbiamente, però, gli elementi di maggior interesse di quest'albo sono i personaggi di Calamity Jane (alla quale sono state dedicate, del resto, sia la copertina che la Blizzard Gazette) e di Custer. Due personaggi diversi (la prima a metà strada fra storia e invenzione - cfr., per l'appunto, la Blizzard Gazette -, il secondo a metà strada fra storia e leggenda) attraverso i quali Manfredi dimostra ancora una volta quali sono i due maggiori pregi della serie: da un lato la capacità di rappresentare personaggi e ambienti e di raccontare la Storia (con "s" maiuscola) secondo i canoni del realismo (nel vero e proprio senso storico-letterario del termine); dall'altro lato la capacità di lasciare libero sfogo alla reinvenzione romanzesca (rifacendosi, anche in questo caso, al feuilleton ottocentesco).

Calamity Jane, liberata dalle falsificazioni e dagli stereotipi, viene rappresentata così come è presumibile che realisticamente fosse. Una ragazza che svolgeva, nel mondo del West, delle mansioni tipicamente maschili, avrebbe potuto davvero conservare a lungo, sempre ammesso che l'avesse avuto, il fascino del proprio sesso? Avrebbe potuto avere, ad esempio, il bel musetto imbronciato e il vitino di vespa della Calamity Jane disegnata da Polese per la Storia del West (cfr. "Le montagne splendenti" SdW 42)? Assai improbabile, come ci conferma la fotografia scelta da Manfredi a corredo del proprio articolo sul personaggio. Ecco dunque che la Calamity Jane di Manfredi e di Milazzo viene descritta come una donna dall'aspetto mascolino, sgraziata nei modi, segnata dall'alcol, più scostante che "tutta pepe"...

Parzialmente diverso il modo in cui è rappresentato Custer. Di questo personaggio, scandagliato da saggistica, letteratura, cinema, fumetti, sappiamo già tutto, o perlomeno quanto basta. Come potrebbe Manfredi dire qualcosa di nuovo o di interessante presentando una versione realistica di Custer e degli avvenimenti dei quali questo personaggio è stato protagonista? Meglio privilegiare il romanzesco. Ovvero: meglio, pur rispettando la realtà storica dei fatti (attingendo, ancora una volta ed encomiabilmente, ad una vasta documentazione), giocare sui retroscena di questi stessi fatti e sulle possibili facce nascoste della personalità del personaggio per poter inserire Custer nella saga che vede Magico vento e Poe contrapporsi, appunto romanzescamente, a Hogan e alla Volta Nera.

"Il maggior merito di Manfredi è stato quello di aver saputo spiazzare il lettore."
   
Il maggior merito di Manfredi, in questo albo - come detto - introduttivo, è stato comunque quello di aver saputo spiazzare il lettore. Custer viene sempre rappresentato, stereotipatamente, come un personaggio pronto a sparare, in nome della propria smisurata ambizione, su indiani inermi (sul fiume Washita) e destinato, per una sorta di contrappasso, a subire una durissima sconfitta militare, prima ancora che personale, nella battaglia del Little Big Horn. Qui Custer appare invece come una persona assennata, misurata negli atteggiamenti e nelle parole, costretto suo malgrado (in quanto pedina in mano ai "politicanti") a recitare il ruolo del massacratore di indiani.

La visione con la quale si apre l'albo ci rivela, in realtà, quanta (poca) fiducia si debba dare alle parole del generale... Questa presentazione resta comunque accattivante, dato anche che ci consente di formulare le più svariate ipotesi su quale posto Manfredi abbia riservato a Custer nella propria storia del West...



DISEGNI
Ivo Milazzo    

Quarto albo di Magico Vento realizzato da Ivo Milazzo in poco più di un anno. No, "Shado" MV 30 non era un'illusione :-): Milazzo fa parte in pianta stabile dello staff dei disegnatori di questa serie, accanto ai suoi ex-allievi (ormai totalmente affrancati dai debiti nei confronti del maestro) Ramella, Parlov e Frisenda.

Di Milazzo colpisce, come sempre, l'agilità, la sinteticità del tratto; colpisce il suo mirare più ad un'espressività basata sull'impatto immediato che possono offrire le sue tavole (il suo riuscire, ad esempio, a rendere "vivo", con poche linee, il volto di un personaggio), piuttosto che ad un'espressività fondata su una raffigurazione dettagliata, tipica di disegnatori come Villa e Capitanio (ovvero tipica di quei disegnatori che, per riprendere una definizione di Serra, raffigurano anche "i pori della pelle").

Non mancano, però, alcuni difetti. A parte la minor resa, a mio avviso, delle vignette nelle quali predomina una forte inchiostratura (tipicamente: delle vignette raffiguranti sequenze notturne), si noterà che la fisionomia di Calamity Jane subisce, da una tavola all'altra, sensibili variazioni, così come subiscono forti variazioni sia il viso che la corporatura di Jim Brennan... Mi pare di notare inoltre un po' di incertezza nella raffigurazione di Custer (personaggio che peraltro Milazzo aveva già disegnato nelle ultime pagine de "La leggenda del generale" KP 32).

E' invece da lodare la scelta di dare al volto di Magico Vento (qui come negli albi precedenti) dei lineamenti più marcati, quasi più simili, talvolta, a quelli di Robert Mitchum che a quelli canonici del Daniel Day Lewis de "L'ultimo dei Mohicani". Coerentemente col lato realistico della serie, è infatti molto più sensato che una persona che ha scelto di vivere come un indiano abbia un aspetto più "selvaggio" anche nei tratti del viso.



GLOBALE
 

Circa due anni fa mi sembrò di scorgere, nella trama decisamente romanzesca de "Il bambino dai capelli bianchi" (MV 22, cfr. controrecensione), una caduta qualitativa rispetto a numeri-capolavoro come "La grande visione" (MV 16) e "La mano sinistra del diavolo" (MV 19).

Colgo l'occasione per cospargermi il capo di cenere. Innanzitutto perché, nello specifico, Manfredi ha poi dimostrato di aver voluto riutilizzare e rielaborare gli elementi tipici del feuilleton in chiave, per così dire, post-moderna (ovvero anche, ad esempio, divertitamente, come dimostra una vignetta come quella, a pag.87 de "La fuggitiva" MV 36, in cui il villain spia "la bella perseguitata" emergendo, lo sguardo di ghiaccio, da un tombino). Ma anche (e ovviamente soprattutto) perché è proprio a partire dai numeri immediatamente successivi al 22 che Magico Vento si è definitivamente confermata la miglior serie Bonelli di questi anni.

E il bello è che Manfredi sembra non aver affatto esaurito la cartucce da sparare...
 

 


 
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