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Piedi neri o fegati marci? recensione di Riccardo Panichi
Toro Seduto ha bisogno anche dei Piedi Neri per combattere l'uomo bianco. Ma un male incurabile si è impossessato degli spiriti guerrieri della tribù indiana: l'acqua di fuoco. A Ned il compito di estirparlo. |
Non c'è niente di peggio che tornare alla normalità dopo essere stati viziati per molto tempo. Dopo mesi di prelibatezze e succulente avventure, il palato si fa fine e lo stomaco si rifiuta di digerire le rustiche e concrete storie di riempimento, insipidi brodini che Manfredi è costretto a "propinarci" mentre prepara i nuovi capitoli del suo grande feuilletton. Difficile esprimere un giudizio oggettivo ed equilibrato di fronte ad una storia di disarmante semplicità e linearità. Difficile perchè il lettore ha orrore del normale, una volta abituato all'eccezionale! Si dice infatti che sia meglio leggere storie brutte, piuttosto che anonime. Una storia brutta può essere un incidente di percorso, una normale potrebbe rivelare una più pericolosa carenza di idee. E cosa ci sarebbe di peggio di vedere Ned e Poe avviarsi verso un triste declino qualitativo e contenutistico dopo un anno e mezzo di luminosa bellezza? Ecco perchè ad una prima lettura "Acqua di Fuoco" dà quasi fastidio. Si vede il mestiere di Manfredi, lo scorrere corretto ma banale della sceneggiatura, la macchinosità di alcuni passaggi.
Prendendo spunto dal problematico rapporto tra gli indiani e il whisky, Manfredi, che ha già detto molto a proposito, si preoccupa più che altro di ottenere con il ritmo quella scorrevolezza di lettura che la banalità del plot gli pregiudicherebbe altrimenti. Ecco così spiegate le iperboliche gesta di Sempre-in-piedi, che, crivellato dai proiettili e con la temperatura corporea sottozero, continua implacabile a rialzarsi e a combattere, in una sequenza forse metaforica, ma sicuramente esilarante (chi non ha pensato almeno per un momento a Terminator?). Altre scene sono invece decisamente costruite e cadenzate meglio. Molto bello il finale, un bel contrappunto tra la vicenda dell'assedio fantasma di Ned e Poe e quella dello strenuo tentativo del proprietario della distilleria di preservare l'invecchiamento completo del whisky.
La caratterizzazione dei comprimari è un poco semplicistica. Soprattutto la figura di Sempre-in-piedi meritava certamente più spazio, mentre nell'albo l'introspezione è solo accennata e deducibile dal discorso finale del guerriero al popolo indiano. Bello e profondo invece il personaggio del proprietario della distilleria, sospeso tra l'"altezza" delle sue origini e la "bassezza" dei suoi metodi per avere successo in una terra straniera.
Molto bravo Corrado Mastantuono. Il suo tratto non concede nulla alla teatralità, ma è capace di raccontare perfettamente una storia, grazie ad una piacevole sintesi di scorrevolezza e funzionalità, che non distrae dalla lettura e accentua il dinamismo dell'azione. Difficile scegliere una sequenza che ben esemplifichi quanto affermato sopra, ma tra tutte segnalo le pagg.41-47, dove Ned assalta il trading post. Dove Mastantuono non convince è nell'interpretazione grafica dei protagonisti. La resa del volto di Ned, ad esempio, è scarsamente uniforme e la gamma espressiva è un poco monotona (il nostro sciamano pare sempre molto accigliato e torvo). Poe invece si rivela ancora una volta molto complesso da disegnare e l'autore romano ne dà qui un'interpretazione a tratti troppo libera e lontata dai canoni grafici abituali. Cover di Frisenda semplicemente superba! Tutto bello, dal taglio dell'inquadratura, alla sintesi del contenuto dell'albo, dalla scelta cromatica, a quella del soggetto.
Come già detto, un'avventura di "ordinaria normalità" per Magico Vento, un capitolo di transizione in attesa degli emozionanti sviluppi in programma per il 2001. |
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