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" Cielo di piombo"


Pagine correlate:

Un incontro casuale con l'ex-compagno d'armi Jerk Madison richiama alla memoria di Magico Vento un episodio del proprio passato...

L'ultimo appuntamento
recensione di Francesco Manetti



TESTI
Sog. e Sce. Gianfranco Manfredi    

La serie di Magico Vento, com'è noto, è stata concepita come un horror-western (ovvero, sotto un certo punto di vista, come una sorta di ibrido fra le due serie Bonelli di maggiore successo). Benché in quasi ogni numero della serie si siano visti indiani, praterie, giubbe blu e sparatorie, l'horror aveva però decisamente prevalso, sinora, sul western. Con questo numero si ha, infine, una storia nella quale sono posti in primo piano, rispetto alle tematiche horror, alcuni degli elementi caratteristici di un certo tipo di western (il saloon affollato, la partita a poker durante la quale ogni giocatore è pronto a lasciar cadere le carte sul tavolo per tirar fuori la pistola, l'assalto al treno da parte di banditi...).

Che "Cielo di piombo" sia un western nel vero senso della parola lo si capisce già dalla copertina: non più spettri che emergono dalla nebbia, uomini lupo dalle fauci spalancate, vermi giganti che schizzano fuori come proiettili dal sottosuolo, ma semplicemente la figura di Magico Vento che avanza, nella main street deserta di un anonimo paesino, verso una pistola poggiata a terra, in primissimo piano. A rendere più suggestiva l'immagine, una pioggia sferzante, un cielo cupo e il (consueto) volto accigliato di Magico Vento. Senz'altro una delle migliori copertine della serie.

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La copertina dell'albo
di Andrea Venturi (c)1998 SBE

La storia non è da meno. L'incontro casuale, dinanzi ad un saloon di North Platte, con l'ex compagno d'armi Jerk Madison fa riaffiorare alla memoria di Magico Vento un episodio del proprio passato, quando egli, appena entrato nell'esercito, ricopriva l'incarico di attendente del capitano Archer. I ricordi riemergono a fatica, spingendo Magico Vento ad interrogare a più riprese Jerk, nel corso di una lunga notte di pioggia. Jerk, dal canto suo, sembra condurre una sorta di doppia partita: una con Stamp, un esperto giocatore di poker, e l'altra con lo stesso Magico Vento. E' davvero attendibile, infatti, la ricostruzione degli eventi che Jerk fornisce al suo vecchio amico?

Così come i vari mostri, demoni e spettri presenti negli altri albi vengono sconfitti grazie al ricorso, da parte di Magico Vento, alle proprie facoltà medianiche, così anche il mistero che avvolge la morte del capitano Archer verrà risolto non tramite una vera e propria indagine, bensì tramite l'evocazione dello spirito di Archer stesso. Per qualche lettore, questa piccola concessione al soprannaturale potrebbe sembrare un nota stonata rispetto al contesto "realistico" in cui essa si inserisce; o, in ogni caso, un troppo facile espediente per consentire a Magico Vento di scoprire la verità. Per conto mio, invece, la compresenza di una descrizione quasi "naturalistica" della realtà (vedi le mie considerazioni nella recensione a "L'incubo in cornice", MV 11) e di ampie concessioni al soprannaturale è, se ben gestita, una delle caratteristiche più interessanti della serie. In altri numeri l'amalgama fra le due componenti era praticamente inesistente. In "Faccia di Pietra" (MV 9/10), ad esempio, le premonizioni di Magico Vento non servivano effettivamente ad altro che a spingerlo verso Carved Rock (vedi recensione). In questo numero, invece, Manfredi ha se non altro reso meno "banale" la trance di Magico Vento, incastonando nella scena dell'evocazione la simpatica scenetta col portiere dell'hôtel (pag.74) e facendo sì che al momento di pericolo per il capitano Archer (nel flashback) corrispondesse un momento di pericolo anche per lo stesso Magico Vento (vignette 2 e 3 di pag.77).

Ho qualche perplessità, piuttosto, sul finale, come più o meno ne ho per quasi tutti i finali delle storie di Magico Vento pubblicate sinora. Troppo spesso, infatti, queste storie hanno conclusioni poco inventive (vedi "La bestia", MV 4, e "Windigo", MV 8, albi nei quali tutto si risolve nel fare a botte ;-) col mostro di turno e avere la meglio), brusche (vedi "Lungo coltello", MV 6/7, nel quale il confronto con Beaumont si risolve in appena sette tavole) e in ogni caso deludenti rispetto alle aspettative suscitate (vedi il già citato "Faccia di pietra"). In "Cielo di piombo", quel che mi ha lasciato parzialmente insoddisfatto non è tanto il fatto che la conclusione sia un po' "affrettata" (e tendente al melodrammatico), quanto il fatto che il comportamento di Jerk non sia granché conseguente con l'immagine che ci era stata data, sino a poche pagine prima, di questo personaggio. Certo, possiamo leggere la scelta finale di Jerk come una rivelazione della vera personalità del vecchio amico di Ned; ma poiché niente, nel comportamento e nelle parole di Jerk, lasciava per l'appunto presagire un finale del genere, continuo a rimanere abbastanza perplesso.

Ben calibrata l'alternanza fra sparatorie, dialoghi e rievocazioni del passato, fra climax e anticlimax
   
Ma i "difetti" del testo sono, in fin dei conti, ben poca cosa dinanzi ai suoi pregi. Il pregio più rilevante è rappresentato dall'abilità con la quale Manfredi gestisce il materiale narrativo. Perfettamente calibrata, ad esempio, l'alternanza fra le sequenze ambientate nel saloon di Belle e quelle nelle quali viene mostrato l'evolversi del rapporto fra Poe e Ligeia nel corso del loro viaggio in treno verso North Platte. Altrettanto ben calibrata, più in generale, l'alternanza fra sparatorie, dialoghi e rievocazioni del passato, fra climax e anticlimax. Godibile, ad esempio, il fatto che alcuni dei momenti più "drammatici" siano un poco stemperati da fulminee battute umoristiche fatte pronunciare a semplici comparse (vedi l'ultima vignetta di pag.76).

L'altro grande pregio del testo di Manfredi è rappresentato dall'ottima caratterizzazione dei personaggi. Mi ha colpito, in particolar modo, il fatto che Manfredi si sia curato di mettere in risalto, attraverso dei brevi ma incisivi dialoghi, anche i personaggi di secondo piano. Penso, ad esempio, al personaggio di Belle, la proprietaria del saloon nel quale Jerk e Stamp giocano la loro partita a poker, ma anche a Viveca, la ragazza che "getta gli occhi" su Magico Vento. L'unico appunto che si può muovere è il fatto che Ligeia, così iperbolicamente perfida, sembra, almeno in parte, un clone della Lady Charity dell'omonimo albo (MV 3). Ma il modo con cui Manfredi ci rivela, in rapido crescendo (si pensi soprattutto alla tavola di pag.66), la vera identità di Ligeia, fa sì che questo personaggio sia, a ben vedere, ancor più seducente (in tutti i sensi ;-) di Lady Charity.



DISEGNI
José Ortiz    

Non sono un grande estimatore del tratto di Ortiz. Quando penso a lui, non riesco a non associarlo ai disegni del per me infausto "La carovana Donaver" (KP c13), un albo nel quale l'espressività dei personaggi difettava parecchio, Ken era decisamente imbruttito rispetto alla versione che ne dava Ivo Milazzo e molti accorgimenti di sceneggiatura tipici di Giancarlo Berardi venivano resi in maniera grossolana (vedi, a titolo d'esempio, rispettivamente l'ultima vignetta di pag.20, la quarta vignetta di pag.43 e l'ultima vignetta di pag.191 del Ken Parker collezione). Anche i disegni di "Fort Ghost" (MV 1) e di "Lady Charity" (MV 3) non mi sembrarono affatto dei capolavori.

Ho cominciato ad apprezzare Ortiz con il "Il cacciatore di fossili" (TX m1), malgrado lo stile del disegnatore spagnolo sia abbastanza anomalo rispetto ai canoni grafici della serie di Tex (vedi le recensioni a "Il cacciatore di fossili" e "Gli uomini che uccisero Lincoln"). Solo dopo aver letto "Cielo di piombo", però, ho cominciato infine a riconoscere in Ortiz un disegnatore di talento. Perché? Forse perché il suo stile "cupo" è il più indicato nel concretizzare graficamente una storia che si svolge di notte (o comunque sotto un cielo gonfio di nuvole nere). O forse, non so, perché Ortiz ha finalmente deciso di esprimersi al massimo delle proprie possibilità solo realizzando questo albo... ;-)

Ho ammirato, in particolar modo, la raffigurazione degli ambienti, sia per l'attenzione ai dettagli, sia, ancor più, per l'abilità con la quale sono state rese le atmosfere dei vari luoghi in cui si svolge la storia, inserendo ad esempio un buon numero di "comparse" ben tratteggiate. Penso, fra i vari esempi che potrei citare, alle raffigurazioni della facciata del saloon (seconda striscia di pag.6), così come del suo interno (seconda striscia di pag.7, nel quale è da apprezzare anche il riflesso di Magico Vento e di Jerk sullo specchio del bancone).

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Il saloon di Belle
di José Ortiz (c) 1998 SBE

Molto bella anche l'immagine d'apertura: la scelta di inquadrare Magico Vento dal basso rende più "solenne" l'entrata del protagonista nella cittadina di North Platte e permette, al tempo stesso, di mostrare immediatamente il minaccioso e metaforico cielo plumbeo che sovrasterà i personaggi per la quasi totalità dell'albo. Suggestiva anche la vignetta nella quale Magico Vento, in piedi sotto la pioggia dinanzi al saloon nel quale Jerk sta giocando a poker con Stamp, sembra non saper decidere se recuperare sino in fondo la propria memoria oppure no (pag.47). Ben orchestrata la disposizione degli elementi nella vignetta in cui viene rievocato uno dei momenti di passione fra Jerk e Greta (prima striscia di pag.54): il calesse sullo sfondo, in leggera pendenza, il cappellino abbandonato a terra, a qualche passo di distanza dai due amanti semi-nascosti da un tronco d'albero in primo piano...

Ben resa, stavolta, anche l'espressività dei personaggi. Si può anzi dire che Ortiz contribuisce in maniera determinante a far sì che personaggi come Belle e Viveca riescano a sembrarci particolarmente "vivi". Si noti, in particolar modo, come il volto di Ligeia-Greta diventi sempre più "perfido" mano a mano che si procede verso la conclusione. Sebbene le smorfie di questo personaggio tendano a diventare, alla fin fine, un po' troppo enfatiche (così come è indubbiamente un po' troppo marcato il primo piano di Magico Vento nella seconda vignetta di pag.90...), si deve senz'altro riconoscere, ad esempio, che la sua espressione di falsa disponibilità, nella prima vignetta di pag.66, valorizza efficacemente uno dei vari colpi di scena della sceneggiatura.

Ho trovato decisamente mediocre, invece, la raffigurazione del volto dello spettro del capitano Archer, a pag.73. Ma è praticamente l'unico caso in cui sono rimasto deluso dalla parte grafica di quest'albo.



GLOBALE
 

Che altro aggiungere? Mi sembra di aver fatto capire abbastanza bene che questo albo di Magico Vento è, a mio avviso, il migliore che sia stato pubblicato sino ad oggi ;-). Approfitto dunque di questo spazio per aggiungere solo una considerazione di carattere generale sulla serie, ad un anno dal suo debutto in edicola.

Malgrado non manchino degli sfegatati estimatori, la serie di Magico Vento non sembra, in definitiva, riscuotere molto successo. Io stesso, nella mie altre due recensioni, non ho mancato di criticare alcune caratteristiche della serie e del personaggio (vedi le recensioni a "Windigo" e a "L'incubo in cornice"). Ci sono però, come ho evidenziato anche in questa stessa recensione, anche alcuni aspetti positivi. Fra questi, uno, in particolar modo, mi ha spinto a continuare a seguire questa serie. Mi riferisco alla presenza, nei vari albi, di una sorta di continuity (una "bestia rara", negli ultimi tempi, fra le serie bonelliane...). Il fatto, ad esempio, che i vari albi siano collegati da piccoli rimandi (cfr. quanto dicevo nel "globale" della recensione al n.11) contribuisce a creare una sorta di universo coerente e, al tempo stesso, credibile attorno alla figura del protagonista.

Trovo positivo, inoltre, anche il fatto che Manfredi abbia mantenuto sinora il completo controllo sulla serie, scrivendo i testi di tutti gli albi. Questa, a mio avviso, è la garanzia migliore per far sì che possa svilupparsi, sulla lunga distanza, un discorso compiuto (si pensi invece a Nathan Never per avere l'esempio di una serie nella quale una promettente continuity iniziale si è poi sfilacciata sempre più...).

Il graduale recupero, da parte di Magico Vento, della propria memoria non potrà, ad esempio, che trasformare in modo significativo il personaggio. Allo stesso modo, Magico Vento e Hogan non potranno continuare a giocare in eterno al gatto e al topo: prima o poi la loro rivalità dovrà avere un epilogo, con le ovvie conseguenze del caso (Poe, ad esempio, è costretto a vivere lontano da Chicago per non essere ucciso dai sicari di Hogan; cosa farà quando Hogan sarà infine "sconfitto"?). Questo aspetto della serie, se gestito con cura, può, a mio avviso (e, beninteso, a mio gusto personale), impreziosirla in maniera significativa, trasformando le varie storie autoconclusive nella macro-storia di due personaggi (Magico Vento e Poe), seguiti nelle loro evoluzioni psicologiche ed esistenziali...


 

 


 
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