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Magazine




Uncle Sam
mini di due

albo pubblicato da:
VERTIGO/
D.C. COMICS.

albo edito in Italia da:
MAGIC PRESS.


In principio fu Samuel Wilson, venditore di carne in scatola. Presto divenne Uncle Sam, simbolo degli Stati Uniti d'America. Zio Sam finì nelle parate in costume, sui manifesti e, ovviamente, nei giornaletti colorati. Nella versione con le nuvolette, era un ipervitaminico e indomito combattente per la libertà, membro dell' "All Star Squadron" e dei "Combattenti per la libertà". Poi il vento dei "supereroi con superproblemi" spazzò via gli improbabili e ottimistici personaggi come U.S. Ora lo Zio rinasce, dall'affidabile grembo Vertigo. Scommettiamo che non se la passerà bene?

Il declino dell'Impero americano
recensione di Paolo Ottolina



TESTI
Testi Steve Darnall
(co-sceneggiatura: Alex Ross)
   

La riflessione dell'America sui propri mali socio-politici è un esercizio svolto con profitto da registi, narratori e fumettisti. Tra le pellicole più notevoli degli ultimi anni sono da citare almeno il minimalista "America Oggi" di Robert Altman, il caustico "Il declino dell'impero americano" di Denys Arcand e il parossistico "La seconda guerra civile americana" di Joe Dante. Tra le opere fumettate, il "Give me liberty" di Miller/Gibbons e lo "Shade" di Peter Milligan.

Questo lavoro di Darnall e Ross è, però, qualcosa di molto diverso da lavori come quelli citati: è il più diretto, programmatico e metodico atto di riflessione di un autore sugli ideali di una nazione che io ricordi. Potendo sfruttare come fulcro del racconto un protagonista che altro non è se non l'emblema figurato dei valori democratici americani, gli autori passano in rassegna tutti gli avvenimenti che, nel corso della storia degli U.S.A., hanno scandito l'affermazione e, insieme, il tradimento di quei valori. Questo approccio diretto è la forza e, al contempo, il tallone d'achille del discorso di Darnall/Ross: pur evitando con accuratezza ogni retorica e ogni finale scioccamente consolatorio, il gioco di allucinazioni che accompagna tutta la vicenda del lacero barbone vestito da Uncle Sam diventa, tavola dopo tavola, un po' troppo svelato e didascalico per colpire fino in fondo.

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La cover del n.2. Disegno di Alex Ross
(c)1997 D.C. COMICS
   

Questo è però davvero l'unico tarlo che riusciamo a trovare in una storia davvero ben giocata. L'assioma di fondo del ragionamento di Darnall e Ross è semplice, quasi lapalissiano: l'America di oggi è piazzata male. Se i suoi valori democratici sono offuscati dal neo-imperialimo, dalla violenza interna, dai pericoli della destra più reazionaria, dalle offese all'ambiente e all'intelligenza dei cittadini, come se la passeranno mai i simboli di questi valori? La risposta è male, ovviamente.

Uncle Sam è un un macilento barbone, vestito di stracci vagamente simili a quelli dell'iconografia: delira, farnetica, farfuglia frasi apparentemente icomprensibili, si muove nei bassifondi di una non meglio identificata metropoli americana. E intanto, in un vortice allucinatorio inarrestabile, si muove tra presente e passato, dentro a fatti storici rimossi, occultati, stralciati dall'immagine illusoria che l'America si è costruita su misura: da fatti noti come i quattrocento trattati con gli indiani infranti, come l'omicidio di Kennedy, come Waco, come la Grande Depressione, come la Guerra Civile, come Okhlahoma city; a quelli meno ricordati, come le missioni non ufficiali dei corpi speciali dello US Army, come le cruente repressioni dell'insurrezione di Daniel Shays, degli operai a fine '800, degli studenti nei '70.

Tutta la prosa è giocata su una tecnica di accostamento e contrapposizione: Zio Sam si rivede colono prima della rivoluzione e si ritrova in un sozzo vicolo, derubato delle scarpe; si sogna Kennedy a Dallas trapassato dalle pallottole e si risveglia supino su un marciapiede.

La riflessione storica sul passato dell'America è impietosa: i vagiti della neonata e libera democrazia statunitense erano i vagiti di un bambino nato morto. Quei valori non si sono mai affermati sino in fondo, soffocati dalla repressione della "Shays' Rebellion" del 1787. E l'America come affermazione delle arti, del lavoro, della scienza? Tradita un solo anno dopo la solenne enunciazione di quei principi (Columbian Exposition, Chicago (IL), maggio-ottobre 1893), quando proprio in Illinois l'esercito federale soppresse con le armi le manifestazioni operaie e la nascente protesta populista.

Se lo sguardo retrospettivo è una mesta presa di coscienza del tradimento dei valori dei Padri Fondatori, la conclusione sul presente degli U.S.A. non è retoricamente consolatoria, eppure evita ogni pessimismo apocalittico. Uncle Sam, nel suo tragitto rigenerativo, sfiora i mali sociali del presente (la violenza urbana, la disoccupazione, l'inquinamento, i gruppi paramilitari destrorsi, etc.) e si sofferma in particolare sul pericolo silenzioso della manipolazione politica da parte di vuoti e fasulli politicanti: a un congresso di un immaginario candidato, molto simile al Bob Roberts tratteggiato da Tim Robbins, vive il primo approccio con il fantoccio che la malacoscienza collettiva ha insediato al posto del vero Uncle Sam. E' nel finale, dopo che Sam avrà completato la riflessione su se stesso e avrà visto lo svilimento dei simboli degli altri grandi imperi moderni (il Leone britannico, l'Orso sovietico, la Marianna francese), che si arriva al confronto tra le due anime dell'America: quella ferita, lacera, piagata ma ancora orgogliosa, figlia dei valori iscritti nella Dicharazione d'Indipendenza e quella lucida, supponente, dal sorriso falso e accattivante che campeggia nelle parole dei comizi politici.

Il falso Zio Sam è un Idra dalle mille, televisive, teste, pacchiana figura ammantata dalla retorica televisiva, incapace di profferire altro che non sia qualche frase fatta e qualche slogan. Non sarà certo la violenza a metterlo al tappeto, quanto la banale presa di coscienza che quella patetica immagine è, sì, lo spirito di una nazione, ma non è quello dell'America.

La prosa di questa mini restituisce alla perfezione lo smarrimento, l'indignazione, l'abbattimento che Uncle Sam vive mentre la sua centenaria coscienza viene sballottata tra passato e presente. Il tono onirico e allucinato è il giusto compendio alle magnifiche tavole di Ross, come già "Kingdome Come" aveva dimostrato. L'intera sceneggiatura è infarcita di frasi ed enunciazione attinte da vere dichiarazioni di presidenti e altri personaggi della Storia americana, ora riportate pari pari, ora parodiate con arguzia ("Non chiederti che cosa ha fatto per te i tuo paese. Chiediti che cosa ha fatto a te il tuo paese.", ecco come viene riscritto il celebre slogan di Kennedy mentre Ross illustra l'omicidio di Dallas). Il tutto ci fornisce una prosa lenta, avvolgente, insinuante, ricchissima di stimoli e di livelli di lettura, come raramente un fumetto riesce a rendere.



DISEGNI
Alex Ross    

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Lo Zio Sam marcia insieme allo U.S. Army.
Disegno di A.Ross. - (c) 1997 D.C. Comics
   

Non c'è dubbio che Alex Ross si propone oggi come l'artista (termine che nel suo caso è decisamente più calzante rispetto a "disegnatore") più cool, del panorama americano: immensa è l'attesa dei lettori per ogni suo nuovo lavoro, e gli Eisner Award sembrano essere diventati un suo feudo, vista l'incetta di premi come disegnatore e copertinista.

Ross è oggi un simbolo e un punto di riferimento come, e non pare blasfemo il paragone, furono Jack Kirby nei '60, Neal Adams nei '70, Frank Miller negli '80. Le sue tavole non sono solo piccoli capolavori per la tecnica pittorica, per il cromatismo, per l'espressività, ma sono anche capolavori per come "rendono" nel racconto a fumetti.

Appena evapora la subitanea ammirazione che le sue figure suscitano di primo acchito, non si può non accorgersi della maestria "narrativa" di Ross nella composizione della tavola, nell'uso dei punti d'inquadratura, dei livelli di dettaglio, delle scelte di tonalità. Siamo di fronte a un disegno "totale", che soddisfa le esigenza estetiche senza affaticare l'occhio con inutili estetismi baroccheggianti, che accompagna i testi senza soffocarli, che unisce espressività e dinamismo, binomio quasi impensabile per un segno pittorico. Ross dimostra ancora una volta di essere non solo un grande "artist", ma anche un grande narratore per immagini, e lo aspettiamo alla sua prima prova a solo.

Semplicemente mostruoso.



GLOBALE
 

Questo "Out of Bonelli" vuole essere anche e soprattutto una doverosa citazione per la Magic Press, una delle case editrici di fumetti italiane più dinamiche e interessate alla pubblicazione di un fumetto "elevato" (così tagliamo la testa al toro evitando di parlare di "fumetto d'autore" ;-). Partita alla chetichella col suo "Corvo presenta", si è fatta carico di continuare il discorso del Sandman di Neil Gaiman (strozzato dalle edicole e dalla dissennata politica della Comic Art) e poi, via via, si è lanciata in una serie di titoli Vertigo e non, contribuendo in prima persona al fenomeno dei volumi da libreria. Oggi è bene ricordare come "Il Corvo presenta" sia, in pratica, l'unica e ultima "antologia" sopravvissuta, intendendo per antologia una rivista che, comunque, pubblica fumetti di generi e stili narrativi e pittorici distanti tra loro (nei due numeri, 32-33, che hanno ospitato Uncle Sam, hanno trovato spazio la sempre più intricata saga "pulp" "Stray Bullets" di Lapham e due brevi tratte da Weird War Tales e Gangland del geniale Peter Kuper). La Magic Press oggi affronta il responso del pubblico assumendosi l'onere/onore di pubblicare opere anche datate o di appeal magari non irresistibile per il grosso dei lettori, come la riproposta di bistrattati capolavori quali "Love and Rockets" o "Swamp Thing" o l'interessante serie in b/n della linea Paradox. Ed è annunciato, tra le cose a venire, anche l'ostico "From Hell" di Alan Moore.

I prezzi della Magic Press sono davvero ottimi se confrontati con proposte analoghe della Play Press o della Marvel Italia. Non altrettanto si può dire della cura editoriale: pur non essendo un lettore "pelouovista" negli adattamenti italiani, è fastidioso leggere opere di qualità funestate da lettering illeggibili, da veri abomini come la stampa di un pezzo della pellicola originale che si mangia parte della tavola (è successo proprio su "Il Corvo presenta" n.33!), o dalla scarsità delle note, che su un'opera come questa erano quasi indispensabili per un pubblico che si presume non ferratissimo in storia americana.

In conclusione, questo Uncle Sam si offre al pubblico come uno di quei rari fumetti che sanno essere affascinanti e didattici al medesimo tempo: potrebbe quasi essere venduto come un Bignami di Storia degli Stati Uniti. Uno di quei fumetti da far leggere a chi pensa che i "giornaletti" raccontino solo storie insulse di avventurieri dalla pistola facile e di donnine discinte.

 

 


 
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