|
|
||
| ||||||
articolo di Sabrina Mancosu e Vincenzo Oliva |
Voci di donne, scoppi di riso divertito, esclamazioni compiaciute, pianti improvvisi, commenti indignati... Chiacchiere al femminile, certo, ma all'interno del privato iraniano. E non uno qualsiasi ma quello del ceto colto, al quale la stessa Marjane Satrapi appartiene. È lì che stavolta ci conduce il suo raccontare, nell'Iran celato da quei veli neri che, agli occhi di noi occidentali, uniformano e tanto sanno di oppressione, tristezza, mortificazione. Sì, c'è anche qualche velo nero dentro Taglia e cuci ma principalmente c'è la vitalità, lo humour, l'arguzia, lo sguardo vivace di un gruppo di donne iraniane che, riunite intorno al samovar del pomeriggio, parlano di sé e dei loro uomini. E che tutto appaiono fuorché ripiegate su se stesse. "Mia nonna chiamava mio nonno "Satrapi" mai per nome. Diceva che un marito va rispettato. "Ma insomma, Satrapi... Di che cosa ti impicci? Dai torna a dormire! E' meglio per te." Così si apre e si chiude "Taglia e cuci", seconda opera di Marjane Satrapi ad essere pubblicata in Italia. In mezzo, la demolizione sistematica di quella prima affermazione, fino al punto di approdo della seconda. L'ipocrisia si scioglie come neve al sole e rivela appieno la sua natura alla lettura del racconto, così come se ne colgono la ferrea logica e le ferree regole, la forza stringente delle sue convenzioni che modellano la vita degli esseri umani; naturalmente le donne ne pagano il prezzo più duro, in termini di libertà e di vita negata, ma gli uomini non sono esenti dagli effetti della violenza psicologica che tali convenzioni - tale volontà di segregazione - comportano.
Uomini... ai quali la Satrapi nelle prime pagine di Taglia e cuci riserva un'uscita un po' ingloriosa. Aria pigra e sonnolenta, preannuncio del riprodursi di un rituale che divide gli spazi domestici e affonda le sue radici nella più tradizionale, ed universale, spartizione dei compiti, e che vuole sia riservato alle donne il rigovernare. Escono di scena... per rientrarvi, però, immediatamente dopo, quasi di soppiatto, nelle chiacchiere delle signore riunite attorno al tè pomeridiano. Fanno maliziosamente capolino come a ribadire l'ovvietà di una presenza indiscutibile. Ma è una vittoria di poco prezzo a fronte delle vesti cucite loro addosso dall'immaginario femminile. Che li racconta spogliandosi del formalismo e degli stereotipi che regolano e gestiscono, ufficialmente, gli scambi quotidiani tra i due sessi, con uno sguardo scanzonato e ilare, nutrendosi della calda complicità di una sorellanza solidale. Uomini che impietosamente sono denudati nelle loro debolezze, ingenuità, svelati nel loro cinico opportunismo… Uomini verso cui comunque si tende, di cui si teme l'abbandono e per i quali si è disposte a bussare indifferentemente alle porte di una fattucchiera o di un chirurgo estetico. Rappresentazioni di uomini, e pensieri, speranze, desideri, curiosità che solo tra donne possono essere condivisi. Spazi mentali inviolabili che definiscono spazi fisici temporaneamente esclusivi, dai quali l'uomo in carne e ossa è rigorosamente bandito. Sempre e assolutamente.
Assenti sulla scena come attori, gli uomini sono al centro della rappresentazione come argomento delle chiacchiere e dei racconti delle signore riunite; né potrebbe essere diversamente, ché ovunque gli uomini tenderanno tra loro a parlare di donne e le donne di uomini. La condivisione delle esperienze avute con essi, la sofferenza dei ricordi, l'appropriazione (spesso il tentativo) dell'individualità e di un'esistenza autonoma formano il tessuto connettivo di questo volume dalla struttura banale eppure tanto ricco di notazioni su tutti gli esseri umani, di spunti di riflessione buoni per l'Iran dell'autrice come per l'Italia di noi lettori. Universale e tuttavia specifico: dalle chiacchiere del gruppo di donne esce il ritratto arguto e irriverente, ma soprattutto spietato e sincero di una società, e ancor più di un ben determinato ambiente sociale; sono donne iraniane di ceto e cultura elevati quelle che sorbendo il tradizionale tè mettono a nudo la piccineria e la meschinità dei loro uomini e della società da essi edificata, come anche quell'amore che pur in modo sotterraneo, distorto, patogeno e patologico lega i due sessi e li rende complici nel bene come nel male. Universale e specifico sono inestricabilmente mischiati tra loro nell'opera, proprio come uomini e donne (e uomini e donne dell'Iran): in conflitto e in (ricercata) armonia, forse in conflittuale armonia. Universale e specifico, e forse non è un caso che quella frase con cui Taglia e cuci si apre mi abbia ricordato una sorta di leit-motiv che fa parte del "patrimonio genetico" familiare, con la mia trisnonna che si rivolgeva a suo genero, direttore del locale Ufficio del Registro, chiamandolo "signor ricevitore del registro"; chissà se poi, a chiusura di una chiacchierata attorno ai bicchierini del rosolio o delle tazzine di caffé non venisse pronunciata una frase molto simile alla seconda di nonna Satrapi ;-).
Le donne più anziane assumono nell'opera una funzione di guida, non tanto e non solo per mere ragioni anagrafiche, quanto perché nate e cresciute in un'epoca che aveva visto un progressivo allargarsi degli orizzonti femminili, che aveva incoraggiato un'emancipazione in seguito negata. Le due frasi con cui si apre e si chiude il volume sintetizzano bene questo percorso poi interrotto, e non a caso vengono pronunciate dalla nonna di Marjane, che insieme alla zia Parvine è la presenza più forte e significativa. Sono loro due a "giocare" più chiaramente di attacco con gli uomini, a saperne sfruttare meglio le debolezze valorizzando la propria forza.
Generazioni a confronto. Passato e presente si rincorrono, si intrecciano e dipingono ritratti di donne. Figlie
del proprio tempo. Coraggiose nelle scelte le più anziane, consapevoli e severe nel guardare ad un sistema cui, infaticabili, contendono
ogni più piccola parte di sé. Il miraggio di un occidente libero e pieno di promesse negli occhi delle più giovani, come intrappolate
nella rigidità degli schemi sociali. Una via di fuga, un metro di paragone, comunque più che mai un referente imprescindibile.
Nessun compiacimento grafico, piuttosto un segno posto al servizio della storia che si sta narrando. Semplicità ed essenzialità,
secondo la lezione di David B. di cui la Satrapi ha saputo far tesoro. Senza rinunciare, tuttavia, ad una tipicità che ben
può essere colta in una sintesi che, nell'assenza di prospettiva e nell'uso di un bianco e nero mai oppressivo, ha in sé qualcosa
di rassicurante. Tratti che l'autrice iraniana arricchisce con un approccio diretto, volto a rendere partecipe con immediatezza il
lettore delle atmosfere e degli stati d'animo evocati. E con una sensibilità che sa guardare con ironia anche agli aspetti più
drammatici della vita, restituendoli con tocco lieve e divertito. Elementi che in Taglia e cuci l'autrice dimostra di saper
oramai gestire al meglio, muovendosi in libertà all'interno delle tavole, non temendo di perdere in efficacia espressiva o
leggibilità anche quando concede gran parte dello spazio al testo scritto. Una scelta, quest'ultima, in gran parte obbligata
ma che la Satrapi non subisce affidandosi alle soluzioni grafiche più varie pur di rendere la "circolarità" di un cicaleccio
tutto femminile. Più varie e fantasiose, come quando non esita a trasformare il busto della zia Parvine in una sorta di semplificata
rosa dei venti (pag. 102) per gestire un complesso botta e risposta che impegna ben cinque (lei compresa) delle nove protagoniste.
Essenziale e semplice. Così è il disegno di Marjane Satrapi. Forse perché, come ella stessa ricorda (si veda l'intervista all'autrice, facente parte dello speciale Angoulême di uBC), il suo incontro con il fumetto è stato casuale, e il suo stile inizialmente (e in parte ancora adesso) era rozzo. Guidata, evidentemente, da un istinto per l'uso di questo medium conosciuto fortuitamente, ha saputo trasformare un handicap potenziale in punto di forza. In Taglia e cuci il suo disegno possiede l'eleganza della povertà. Poche linee, pochi semplici segni sulla carta raggiungono un'efficacia descrittiva rara; volti e corpi sono sorprendentemente espressivi; nero e bianco sono masse e volumi che si completano contrapponendosi in sintonia. Una sintesi perfetta di questa capacità narrativa e "architettonica" è nell'immagine di pagina 14, un cui dettaglio è riportato in copertina. La grande semplicità di linee e di libertà compositiva, con l'assenza totale delle vignette, alleggerisce le corpose parti testuali, che sono parte integrante delle risorse grafiche dell'autrice, rinchiuse nei balloons oppure lasciate a fluttuare nella pagina a seconda di come sono usate per suddividere le scene, per dare maggiore o minore rilievo alla narrazione, soprattutto per trovare il giusto equilibrio delle tavole. Un'opera in apparenza minima, "Taglia e cuci", ma che tra le pieghe del chiacchiericcio femminile racconta perfidamente quanto male (e quel po' di bene che regge il mondo) riusciamo a fare. Se con Persepolis Satrapi ci aveva dato una sorta di romanzo - modernamente - epico, qui ci dà un racconto di vita quotidiana. Meno evidente, forse più sincero e chirurgico nell'analisi.
Taglia e cuci di Marjane Satrapi (testi e disegni)
|
|