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Hicksville
"Più che il denaro, un artista desidera essere amato."

- Joe Simon

articolo di Vincenzo Oliva


Leggerezza.

E dire che la storia non è facile né è priva di spigoli. Ed è stratificata; eppure l'impressione che si ricava a fine lettura è propria questa: leggerezza.

In giro per la rete..
Il sito di Hicksville e Dylan Horrocks

Non facile ma semplice, e per questo leggera, perché in grado di parlare direttamente alle nostre emozioni più pure con il linguaggio narrativo che è delle fiabe che da bambini ci hanno insegnato molti dei più complessi segreti e dei misteri della vita senza che neppure ce ne accorgessimo. Perché è con semplicità che le fiabe parlano di cose difficili - anche spietate -, e cosa può esserci di più semplice dell'amore per il fumetto e di più difficile della demistificazione del suo paese dei balocchi senza togliergli nulla della sua magia? L'autore neozelandese Dylan Horrocks riesce nell'impresa, riesce a entusiasmarci con questo suo atto d'amore per il fumetto, e a farci indignare insieme a lui per questo suo atto di denuncia per il mondo del fumetto. E, a contorno, inserisce nel suo Hicksville ancora qualcosuccia ;-), parlando di amore, di amicizia, di ambizione, degli inganni (e delle dolcezze) della fama e, soprattutto, del sogno di un'Arte che sia pura e incontaminata, e della Shangri-Là dove questa può esistere, pronta per essere consultata dagli eletti.

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Grace verso Hicksville
disegni e (c) D. Horrocks

Hicksville è questa Shangri-Là, è la città dove vorrebbero abitare i veri innamorati e appassionati dell’arte sequenziale – non i lettori di Tex, o i lettori di Dylan Dog o quelli di Dragonball, ma coloro che amano in profondità il medium, in ciascuno dei proteiformi suoi modi di manifestarsi ad ogni latitudine, e per le sue straordinarie potenzialità espressive.

Hicksville è il luogo fisico e mentale, sperduto in Nuova Zelanda, dove abitano e vivono gli innamorati più grandi che il fumetto abbia, dove tutti gli abitanti hanno collezioni di fumetti del valore di centinaia di milioni delle vecchie lire, dove compite vecchiette e irascibili gentlemen agés disquisiscono dell’arte di Jacobs o dell’ispirazione di Jack Kirby. Qui è dove approda il critico fumettistico Leonard Batts sulle tracce del segreto di Dick Burger, il “cattivo” della storia, cittadino illustre di Hicksville e la stella più luminosa del firmamento del fumetto.

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Scene ordinarie da Hicksville
disegni e (c) D. Horrocks

Hicksville è il centro delle finzioni concentriche che Dylan Horrocks fa interagire sulle pagine di questo suo fluviale romanzo per immagini, semplice nel colpire il nostro cuore, e raffinatamente complesso – dannatamente complesso – nel suo giocare a mescolare realtà e finzione, nell’incastrare uno dentro l’altro il fumetto e il fumetto nel fumetto. Una festa per gli occhi e i pensieri di ogni amante della nona arte. E per fare tutto questo mantenendo intatto il gusto del racconto per il lettore ci vuole quella leggerezza di cui dicevo: una mano abile e lieve nel tratteggiare i caratteri umani e le tante storie che Horrocks intesse nella trama primaria del romanzo, o meglio, tra i molteplici tasselli che compongono lo schema primario dell’opera.

E’ una storia a rilascio lento, Hicksville, parte senza che il lettore se ne accorga, in modo banale, e lentamente cresce, monta, si disperde in tanti rivoli e tante sottotrame, e quando il lettore pare sul punto di perdersi, egli si accorge che quei rivoli sono seminali, fanno fiorire nella sua anima le riflessioni sulla vita e sulle relazioni con il mondo esterno e con la propria stessa interiorità che i ritmi quotidiani portano a rimandare, nascondono sotto la stanchezza e lo stress di tutti giorni. E poi tutti i ruscelli, tutti i pensieri tornano a confluire e giungono al loro punto d’approdo, si riuniscono a quell’atto d’amore e di accusa per il fumetto. D’amore per ciò che il fumetto potrebbe e dovrebbe essere, di accusa per ciò che (troppo spesso) è.

A Hicksville si incrociano i destini di uomini ed eventi: qui Dick Burger è nato e ha tradito l’anima dell’Arte vendendosi alla fama e al successo commerciale; qui Leonard Batts, portavoce dei lettori e degli appassionati perde la sua verginità spirituale scoprendo la realtà di miseria che si cela dietro il successo e la gloria; qui Sam Zabel (nel quale è possibile scorgere l’autore) torna a rifugiarsi e a recuperare intatto il suo amore per l’Arte; qui Grace viene per riannodare i fili della sua geografia interiore, ritrovando le coordinate della propria vita, dopo aver peregrinato in lungo e in largo sul pianeta.

Hicksville è un’analisi dei meccanismi di mercificazione dell’arte, ma anche una trasfigurazione potente di ciò che attraverso l’arte l’uomo esprime (straordinario il gioco di fascinazione/demistificazione nel dialogo/intervista di Grace a Emil Kòpen) e delle sue potenzialità di comunicazione. Nel faro – il santuario dove Kupe custodisce le opere scritte dai grandi autori della storia del fumetto in piena e totale libertà creativa, e mai pubblicate – vi è tutto il rimpianto per quegli ostacoli e condizionamenti che l’industria culturale ha posto sul cammino di un medium che nel suo codice genetico avrebbe proprio la più assoluta libertà espressiva.

Il disegno di Horrocks amalgama tutte le storie, ora elegante ora nevrotico, ora rarefatto e ora corposo e violento, curando attentamente la regia grafica e psicologica della tavola, scegliendo il tratto che di volta in volta si accompagna meglio alla sequenza rappresentata, come in un intrecciarsi di motivi musicali.

Con questo ho forse esplorato – male – un decimo delle idee, dei rimandi, dei sogni e delle emozioni che Horrocks ha infuso dentro Hicksville, modulandone l’interagire ed il manifestarsi ora in rilievo ora sfocatamente sullo sfondo.

Con leggerezza.

”Vero o no... reale o irreale... fu una visione meravigliosa.”

- George Herriman


Hicksville di Dylan Horrocks
(Black Velvet editore) 238pp b/n, Euro 20,00 - il volume è chiuso da due articoli sul fumetto neozelandese firmati da Tim Bollinger e dallo stesso Horrocks

 

 


 
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