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" Una storia del West"


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Immaginatevi di essere allo stadio; c’è una partita di calcio, ma non sta giocando nessuna squadra per cui voi possiate fare il tifo, né per un motivo né per l’altro. Non avete la sciarpa della squdra, non avete i colori in faccia, non avete neanche le trombette. Niente. Cosa vi resta?

Mister Sì!
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. e Sce. Michele Masiero    

Vi resta il gioco del calcio. Vi godete la partita per quello che è, senza che quella strana malattia che è il tifo vi avveleni il sangue. Ecco, a me Mister No piace per questo: non sono tifoso, ne leggo uno ogni tanto, quasi per staccare. Gli altri fumetti li studio, questo lo leggo e basta. E me lo godo. Già, perché immaginate ora di non essere lettori abituali di Mister No; di non aver letto e studiato gli oltre 300 numeri della saga di Jerry Drake; di non conoscere già le sfide all’ultimo bicchierino, le scazzottate tra Jerry e Esse-Esse, le strane storie del passato di Mister No... Cosa vi resta? Vi resta un ottimo fumetto, e una bella storia, da leggere così, senza le isterie che ogni tanto ci prendono quando le cose che amiamo non sono proprio come vorremmo. E allora via, una cadillac rosa come carro funebre, perché in fin dei conti siamo ancora figli di Jack Kerouac e della beat generation, e dobbiamo restituire il nostro amico alle sue montagne. Guai ai gangster e agli pseudosceriffi che incontreremo: hanno sbagliato fumetto, qui siamo noi gli eroi! Che splendida, antica, solare ingenuità. Ah! I fumetti di una volta...

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Hoka-Hey! Disegni di G. Viglioglia
(c) 2001 SBE



DISEGNI
Giuseppe Viglioglia    

Okay, si tratta di una nostra fissa: siamo convinti che, al di là degli ineludibili gusti personali, esista comunque un oggettivo criterio di valutazione dei disegni. Un criterio che alla fine ti fa dire, magari: “a me non piace, ma questi disegni sono buoni”; e su questa cosa, poi, sono tutti d’accordo. Seee, appunto: magari. Noi questi disegni di Giuseppe Viglioglia ce li siamo proprio gustati: ci hanno sorpreso, colpito, ingolosito. Oltre allo speciale di MN n. 12, Viglioglia aveva già disegnato anche Dark City ; e lì, stupendo, ma era proprio nettamente ispirato a Frank Miller: oddio, mica un brutto modello, anzi il migliore per il bianco nero espressionista di Viglioglia, ma un modello, appunto. Qua questo modello è abbondantemente superato, e i riferimenti paiono ora tutti per il Jean Giraud di Blueberry, finanche nelle fisionomie di alcuni personaggi di questo sgangherato west di frontiera, e più in generale per gli autori della ligne claire alla francese. Ma imbarocchita: tratto chiaro, pulito e lineare come appunto nella tradizione di quella scuola, ma moltiplicato, arricchito, infittito nel tratteggio che considera il dettaglio da rappresentare una sfida. Vinta. Cavolo, se l’ha vinta... Questo disegno è cesello, è virtuosismo, è filosofico affermarsi del particolare sul generale, del piccolo sul grande. Stupendamente barocco, come detto.

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Il virtuosismo di Viglioglia Disegni di G. Viglioglia
(c) 2001 SBE
Ora, e così si capisce cosa volevamo dire prima a proposito dell’oggettivo criterio di valutazione, non a tutti il barocco piace... Ci siamo confrontati, a proposito di questi disegni, con persone che stimiamo e che sono in grado di fornire un parere più tecnico del nostro, essendo artisti di professione; ci sembrava che questi disegni meritassero una valutazione più tecnica e meno emotiva di quella che eravamo in grado di fornire noi; insomma, qua non volevamo stupirvi con effetti speciali, ma, per una volta, parlare di disegni e di come si fanno... Ma non siamo riusciti a strappare al nostro referente una valutazione positiva su quanto gli mostravamo... Con buona pace anche delle nostre considerazioni sull’oggettiva validità di un disegno... Probabilmente al parente scultore che abbiamo consultato non piaceva la ridondanza dell’immagine, che sacrificava la profondità per il dettaglio del primo piano (con un effetto bidimensionale che certo può non piacere ad uno scultore... del resto, il modello giraudiano raggiungeva la tridimensionalità con il colore, che qui manca); ma allora, in definitiva, ritorniamo su un piano puramente soggettivo, e si sa, de gustibus... Quanto a noi e ai nostri gusti, abbiamo gustato!



GLOBALE
 

Diamo il massimo, ma non tanto per la pur bella copertina di Roberto Diso, che ci ridà bene l’ambientazione della storia, ma proprio per il globale. È l’insieme che ci lascia soddisfatti, perché è un insieme che mira alla pura evasione, cioè all’intento originario per cui nasce il fumetto, senza tanta psicologia o tanti tecnicismi da fumetto sperimentale norvegese... ;-)

Svago puro, da viaggio in treno, con un rapporto qualità-prezzo che non ha eguali in tutto l’universo dei divertimenti attuali. Si può essere lettori dal palato fine, sempre alla ricerca di qualcosa che stupisca, ma ogni tanto bisogna pure ringraziare per queste storie di ampio respiro che davvero, per una volta, al diavolo l’ermeneutica, sono da leggere e basta.
 

 


 
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