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" Hell’s Angels"


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Mister no entra a far parte di una banda di motociclisti.

Giorni felici un corno!
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. e Sce. Stefano Marzorati    

Entri in questa storia e in realtà non ti ci trovi subito. C’è qualcosa che non torna: quanto sono piccole quelle moto? O sono i centauri ad avere tutti il sederone? Appena entrato dai la colpa al disegnatore, che avrà sbagliato le proporzioni. E comunque cominci a leggere. E anche qui, non è che torni tutto subito: ma come parlano questi personaggi? “Toh! Chi si rivede... Il vecchio Slim! Sei forse riuscito a vincere a carte contro quell’imbroglione di Benson?”. Toh? Chi si rivede?? Carte? Imbroglione??? Naaah. E poi, soprattutto, quanto parlano? Dura un attimo, ma c’è, quella cattiva sensazione che ti prende quando, di pelle, avverti che non ti piacerà quello che leggerai. Ma anche il lettore, cribbio, deve essere paziente. E infatti alla pagina dopo capisci. Di colpo, capisci. Adesso sì, sei entrato veramente: è il 1947. Ha già la faccia degli anni Cinquanta, ma è il ‘47. Erano così, le moto. Piccole, mica enduro. E anche il modo di parlare viene fuori da quei film anni Cinquanta. Tutto è come un film. Con Steve McQueen.

"Ma anche il lettore, cribbio, deve essere paziente"
   

E allora improvvisamente perdoni tutto: quei dialoghi così strani sono un esercizio di stile, ricalcano i dialoghi dei film in bianco e nero, o forse dei primi a colori. E anche l’assurda scena della morte di Palmer, con la figlia che dice parole da cartolina; o il solito duello tra l’eroe e il cattivo per salvare la pelle a tutti quanti, a quel punto ci stanno: sono funzionali, ricreano atmosfere e soluzioni narrative che, se pure oggi non sono più credibili e attuali, sono tipiche di quei film dai colori pastello.

Sono gli anni in cui il rock danza intorno all’orologio, in cui si colgono tutti i frutti, in cui uno per i soldi, due per lo show, tre per essere pronti al rock’n’roll... Okay, questi sono pezzi degli anni Cinquanta, la storia è ambientata nel ‘47, ma siamo lì. Sunday, monday, happy days... Col cavolo.

Col cavolo che erano giorni felici, quelli... Ci si lasciava alle spalle una guerra di quelle che mollami. Si cantava per non sentire i lividi, o le ferite dell’anima. E la gioventù bruciava. “Già, ribelle... Ma contro chi e che cosa? Sonny e i suoi non si ribellano al sistema, cercano soltanto di sopravvivergli. Ma la macchina del sistema è più complicata del motore di una Harley... E la macchina non può tollerare che degli ingranaggi si guastino... Deve eliminarli, sostituirli con dei nuovi pezzi. Altrimenti si bloccherebbe...” (Mister No, a p. 124). E’ qui che inizia la fuga. La fuga dalla macchina, per evitare di essere solo un altro mattone nel muro. Qui prendono la rincorsa i personaggi che Jack Kerouac metterà sulla strada, senza meta, ma sulla strada, qui viene concepito tutto il rock maledetto che verrà dopo, quando l’innocenza sarà definitivamente perduta, quando i motociclisti si chiameranno Brian, Janis, Jimi e Jim.

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Tremate, le moto son tornate! Disegni di P. Bisi
(c) 2000 SBE
La storia di Stefano Marzorati tutto questo ce lo racconta, ci racconta che la vita non è un telefilm con Henry Winkler, avere un chiodo non serve ad accendere i juke box con una botta... Si parla di reduci in motocicletta con l’incubo del bombardamento di Dresda; di motociclisti col cancro che si immolano come kamikaze, o come bonzi di una religione senza Dio; di giornalisti che indossano una maschera e inforcano una moto per scoprire la verità. I padri dei figli dei fiori. Ce la raccontano bene, questa storia di giorni non così felici, ce la raccontano come se fosse un film, un gran bel film, Steve McQueen. Oltre alle citate scene dell’incubo di Sonny e del suicidio di Tiny, molto belle sono quelle del recupero del cadavere, o dei dialoghi tra Sonny e Mister No; è vero che la morte di Timmy è telefonata già dalla prima volta in cui il bambino appare, è vero che i vigilantes sembrano più far parte dell’America del West che di quella narrata, è vero che il personaggio di Laura non riesce ad essere più profondo di colei che stende i panni nello spot del detersivo, ma chi se ne frega. Siamo di nuovo sulla strada, abbiamo di nuovo i capelli, e c’è vento. Che volere di più?



DISEGNI
Paolo Bisi    

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Eravamo quattro amici al bar... Disegni di P. Bisi
(c) 2000 SBE
Stupendi, i disegni di Paolo Bisi, che ricrea l’arredamento dell’epoca in modo molto realistico, con un disegno molto particolareggiato. E senti l’odore degli hamburger, il ketchup, la miscela, l’asfalto. E’ solo per onorare il nostro impegno che cerchiamo il pelo nell’uovo, ovviamente: certi volti, così particolareggiati, rischiano di diventare un po’ caricaturali, e le pose sono in alcuni punti esagerate. Non so come dire, è come... come... come certi attori che risultano troppo espressivi, caricano la mimica facciale, esagerano nell’interpretazione. Ah!, ecco come: come gli attori degli anni Cinquanta, quelli meno bravi... Che cosa ho detto? Attori anni Cinquanta? Ma allora anche questo sarà voluto... Sì, stupendo...



GLOBALE
 

Naturalmente ci è mancato l’albetto. No, non è che Marzorati sciupi le sue 160 pagine di speciale, anzi: non si ha mai l’impressione che il brodo sia diluito, la storia fila che è una bellezza... E tutto sommato, chi non legge abitualmente Mister No non ha neanche l’impressione che Jerry sia fuori posto: non è Manhaus, non è Amazzonia, non ci si muove con gli aereoplani, ma lo spirito libero e un po’ anarchico dei motociclisti è quello che da sempre caratterizza il nostro neghittoso personaggio. E così, inoltre, la storia acquista davvero il sapore di un episodio un po’ speciale, insolito, fuori continuità.

Quindi bello. Ma dell’albetto abbiamo lo stesso sentito la mancanza, perché a noi sono sempre piaciuti... Gli albetti migliori avevano il pregio di attirare l’attenzione sui personaggi di solito secondari e permettevano anche esperimenti narrativi su una lunghezza inusuale di pagine. Certo, se i prodotti che ne derivano sono così, allora possiamo rinunciare anche all’albetto, e quel che ci resta è solo nostalgia, non altro. L’impressione globale è davvero positiva, perché il prodotto è ben confezionato, e la copertina di Diso, un po’ statica, inusuale, presentandoci Jerry su una moto, è comunque in grado di ridarci parte dell’atmosfera che respiriamo nella storia.
 

 


 
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