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Sog. e Sce. Stefano Marzorati
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Entri in questa storia e in realtà non ti ci trovi subito.
Cè qualcosa che non torna: quanto sono piccole quelle moto? O
sono i centauri ad avere tutti il sederone? Appena entrato dai la colpa al
disegnatore, che avrà sbagliato le proporzioni. E comunque cominci a
leggere. E anche qui, non è che torni tutto subito: ma come parlano
questi personaggi? Toh! Chi si rivede... Il vecchio Slim! Sei forse
riuscito a vincere a carte contro quellimbroglione di Benson?.
Toh? Chi si rivede?? Carte? Imbroglione??? Naaah. E poi, soprattutto,
quanto parlano? Dura un attimo, ma cè, quella cattiva
sensazione che ti prende quando, di pelle, avverti che non ti piacerà
quello che leggerai. Ma anche il lettore, cribbio, deve essere paziente. E
infatti alla pagina dopo capisci. Di colpo, capisci. Adesso sì, sei
entrato veramente: è il 1947. Ha già la faccia degli anni
Cinquanta, ma è il 47. Erano così, le moto. Piccole, mica
enduro. E anche il modo di parlare viene fuori da quei film anni Cinquanta.
Tutto è come un film. Con Steve McQueen.
"Ma anche il lettore, cribbio, deve essere paziente"
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E allora improvvisamente perdoni tutto: quei dialoghi così strani
sono un esercizio di stile, ricalcano i dialoghi dei film in bianco e nero,
o forse dei primi a colori. E anche lassurda scena della morte di
Palmer, con la figlia che dice parole da cartolina; o il solito
duello tra leroe e il cattivo per salvare la pelle a tutti quanti, a
quel punto ci stanno: sono funzionali, ricreano atmosfere e soluzioni
narrative che, se pure oggi non sono più credibili e attuali, sono
tipiche di quei film dai colori pastello.
Sono gli anni in cui il rock danza intorno allorologio, in cui si
colgono tutti i frutti, in cui uno per i soldi, due per lo show, tre per
essere pronti al rocknroll... Okay, questi sono pezzi degli
anni Cinquanta, la storia è ambientata nel 47, ma siamo lì.
Sunday, monday, happy days... Col cavolo.
Col cavolo che erano giorni felici, quelli... Ci si lasciava alle spalle
una guerra di quelle che mollami. Si cantava per non sentire i lividi, o le
ferite dellanima. E la gioventù bruciava. Già,
ribelle... Ma contro chi e che cosa? Sonny e i suoi non si ribellano
al sistema, cercano soltanto di sopravvivergli. Ma la macchina del sistema
è più complicata del motore di una Harley... E la macchina
non può tollerare che degli ingranaggi si guastino... Deve eliminarli,
sostituirli con dei nuovi pezzi. Altrimenti si bloccherebbe...
(Mister No, a p. 124). E qui che inizia la fuga. La fuga dalla
macchina, per evitare di essere solo un altro mattone nel muro. Qui
prendono la rincorsa i personaggi che Jack Kerouac metterà
sulla strada, senza meta, ma sulla strada, qui viene concepito tutto il
rock maledetto che verrà dopo, quando linnocenza sarà
definitivamente perduta, quando i motociclisti si chiameranno Brian,
Janis, Jimi e Jim.

Tremate, le moto son tornate! Disegni di P. Bisi (c) 2000 SBE
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La storia di Stefano Marzorati tutto questo ce lo racconta, ci
racconta che la vita non è un telefilm con Henry Winkler, avere
un chiodo non serve ad accendere i juke box con una botta... Si
parla di reduci in motocicletta con lincubo del bombardamento di
Dresda; di motociclisti col cancro che si immolano come
kamikaze, o come bonzi di una religione senza Dio; di giornalisti
che indossano una maschera e inforcano una moto per scoprire la
verità. I padri dei figli dei fiori. Ce la raccontano bene, questa
storia di giorni non così felici, ce la raccontano come se fosse un
film, un gran bel film, Steve McQueen. Oltre alle citate scene
dellincubo di Sonny e del suicidio di Tiny, molto belle sono quelle
del recupero del cadavere, o dei dialoghi tra Sonny e Mister No; è
vero che la morte di Timmy è telefonata già dalla prima volta in
cui il bambino appare, è vero che i vigilantes sembrano più far
parte dellAmerica del West che di quella narrata, è vero che il
personaggio di Laura non riesce ad essere più profondo di colei che
stende i panni nello spot del detersivo, ma chi se ne frega. Siamo di nuovo
sulla strada, abbiamo di nuovo i capelli, e cè vento. Che volere
di più?
  

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Paolo Bisi
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Eravamo quattro amici al bar... Disegni di P. Bisi (c) 2000 SBE
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Stupendi, i disegni di Paolo Bisi, che ricrea
larredamento dellepoca in modo molto realistico, con un disegno
molto particolareggiato. E senti lodore degli hamburger, il ketchup,
la miscela, lasfalto. E solo per onorare il nostro impegno che
cerchiamo il pelo nelluovo, ovviamente: certi volti, così
particolareggiati, rischiano di diventare un po caricaturali, e le
pose sono in alcuni punti esagerate. Non so come dire, è come...
come... come certi attori che risultano troppo espressivi, caricano la
mimica facciale, esagerano nellinterpretazione. Ah!, ecco come: come
gli attori degli anni Cinquanta, quelli meno bravi... Che cosa ho detto?
Attori anni Cinquanta? Ma allora anche questo sarà voluto... Sì,
stupendo...
  
Naturalmente ci è mancato lalbetto. No, non è che
Marzorati sciupi le sue 160 pagine di speciale, anzi: non si ha mai
limpressione che il brodo sia diluito, la storia fila che è una
bellezza... E tutto sommato, chi non legge abitualmente Mister No non ha
neanche limpressione che Jerry sia fuori posto: non è
Manhaus, non è Amazzonia, non ci si muove con gli
aereoplani, ma lo spirito libero e un po anarchico dei motociclisti
è quello che da sempre caratterizza il nostro neghittoso personaggio.
E così, inoltre, la storia acquista davvero il sapore di un episodio
un po speciale, insolito, fuori continuità.
Quindi bello. Ma dellalbetto abbiamo lo stesso sentito la mancanza, perché a noi
sono sempre piaciuti... Gli albetti migliori avevano il pregio di attirare
lattenzione sui personaggi di solito secondari e permettevano anche
esperimenti narrativi su una lunghezza inusuale di pagine. Certo, se i
prodotti che ne derivano sono così, allora possiamo rinunciare anche
allalbetto, e quel che ci resta è solo nostalgia, non altro.
Limpressione globale è davvero positiva, perché il prodotto
è ben confezionato, e la copertina di Diso, un po
statica, inusuale, presentandoci Jerry su una moto, è comunque in
grado di ridarci parte dellatmosfera che respiriamo nella storia.
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