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" C'era una volta a New York"

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Frankie
Treno

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Conosciamo il Mister No ultratrentenne di Manaus. Conosciamo il Mister No ventenne delle Tigri Volanti. Conosciamo il Mister No ingrigito del teamup col BVZM. Conosciamo persino il Mister No adolescente, dopo l'ultimo speciale. E l'infanzia di Mister No? Sarà stata normale e ordinaria, come quella di qualunque altro pupetto borghese di New York, con un padre facoltoso e una inflessibile educatrice teutonica? Mister No + Maurizio Colombo: c'è da dubitarne...

Li'l Drake
recensione di Paolo Ottolina



TESTI
Sog. e Sce. Maurizio Colombo    

Concedere il proprio tempo a un racconto di Maurizio Colombo significa farsi condurre per mano oltre una soglia, varcata la quale ci si ritrova in un mondo simile al nostro, ma significativamente diverso. Un mondo quasi reale. Quasi è la parola chiave: in questo mondo le persone nascono, vivono, amano e muoiono esattamente come nel nostro. Però, e qui si giustifica il quasi, il vivere quotidiano cede il passo a una serie ininterotta di momenti indimenticabili, e la chiacchiera banale di tutti i giorni è sostituita da un rosario di frasi storiche, di sentenze sputate con piglio alla John Wayne.

Nel Colomboverse il caos è l'ordine naturale delle cose, il battere del tempo è scandito dall'esplodere continuo di una violenza sarcastica e beffarda. L'eclatante si fa ordinario, l'eccezionale è il tran-tran d'ogni giorno. In questo mondo si agitano e combattano personaggi straordinari, sprofondati negli abissi più fondi della meschinità (i Jenkins) o simboli dell'innocenza più pura (Treno), o ancora angeli-diavoli sospesi fra luce e buio (Frankie).

"Colombo si appoggia a una scrittura fiorita, barocca, gonfia di metafore e di paragoni"
   

Nel raccontare il suo mondo, Colombo si appoggia a una scrittura fiorita, barocca, gonfia di metafore e di paragoni. Una scrittura fondata sull'eccesso, sull'estremizzazione, sul parossismo, sul potere evocativo delle parole. Siamo dalle parti -fatti i dovuti distinguo- di un realismo magico di stampo sudamericano. Che cosa ricorda, se non Marquez e i suoi epigoni, un passaggio come quello che racconta l'arrivo dei due gemelli Nino e Nicola, sostituti-replicanti dei defunti gemelli Domenico e Sabatino (pag.180): "Frankie aveva fatto arrivare dal paese una nuova coppia di killer... Diceva che da dove veniva lui c'erano così tanti gemelli che i genitori li vendevano un tanto al chilo...". E non sembra uscita direttamente da un romanzo di Baricco (e qui forse Colombo inorridirà per l'accostamento al lezioso scrittore torinese ;-) la figura di Lester "One Arm" Moseley e la magica disfida pianistica della "Notte del diavolo monco"?

Colombo riscopre la forza della didascalia, alla faccia di chi ne aveva decretato il pensionamento sulla scia del modo di sceneggiare di Berardi (che a sua volta la recupera, sotto mentite spoglie, nel "diario" in Julia) e di Sclavi. E lo fa alla grande, infondendo al racconto un gusto tutto letterario per l'affabulazione, per il racconto romanzesco, allontanandosi dal fumetto che scimmiotta il cinema tanto in voga oggi in casa Bonelli (e non solo, ovviamente).

Riscopre la potenza dei dialoghi, scanditi da una teatralità antinaturalistica, suo marchio di fabbrica.

Riscopre il gusto per i personaggi scolpiti nella pagina, sopra le righe sempre e comunque, ma mai banali, sciatti. Ci regala in una sola storia una mezza dozzina di figure da portare nella memoria, un record memorabile per la serie (almeno di questi tempi) e un evento per l'intera produzione Bonelli.

(9k)
Frankie "Messacantata".
Disegni di G.Bruzzo

(c) 1999 SBE
   
 

La chiave di volta dell'intero racconto non è Jerry Drake, ma ovviamente Frankie "Messacantata" Nigro. La particolare tecnica narrativa dello sceneggiatore, tutta giocata su una successione pressoché continua di scene madri, svolge perfettamente la sua funzione con Frankie. Sin dall'inizio, pag.29 (ce lo annuncia Matt Jenkins), sappiamo che il destino di Frankie è segnato. Eppure, il nostro supera indenne Gino Sollozzo, Slammy Ferocio & c., i fratelli Ordoñez e, infine, Mister Zanzara, fra un crescendo di sorpresa nel lettore, che nel frattempo ha avuto tempo di empatizzare a dovere col personaggio, e quasi spera di poterlo portare con sè, vivo, alla fine della storia. Ed ecco che, come un coltellata, la morte di Frankie arriva inaspettata, quasi sommessa, spezzando l'empatia e chiudendo bruscamente il lungo flashback di Jerry.

La modernità della figura di Frankie (vagamente Ennisiana), buon bastardo, anzi bastardo etico che disprezza i bastardi bastardi, lo fa spiccare come un gigante tra tutti gli altri personaggi della storia, che pure sono interessanti: a partire, ovviamente, da Treno, sorta di Rocky Balboa che mai avrà la sua chance per il titolo, buono, fiducioso, dodato di un'intelligenza pratica e di generosità che sembrano contrastare con l'aspetto grezzo e ispido da combattente, reso con tanta efficacia dalle matite di Bruzzo.

E poi ancora Strother, Ray Dubois, i surreali fratelli Sabatino e Domenico (o Nick e Nickie, tanto è lo stesso ;-), il meschino Fortunato Masone, Raphe Jenkins e famiglia: figurine bidimensionali elevate a un più nobile rango dall'evocativa capacità di raccontare di Colombo.

"La caratterizzazione è meno convincente nelle figure più realistiche"
   
Dove la caratterizzazione si fa meno convincente è nelle figure più realistiche, come lo zio Joe e la zia Martha, in cui la retorica di Colombo, dismesso l'ironico parossismo, appesantisce il racconto, rivestendolo di una patina stereotipata e patetica.

La teatralità dei dialoghi, poi, cammina sempre sul baratro della prevedibilità e, con un po' di dimestichezza con la narrativa e la cinematografia di genere cui Colombo strizza l'occhio, non è difficile anticipare le battute dei protagonisti in più di un'occasione.



DISEGNI
Giovanni Bruzzo    

Questa storia sarebbe storia sarebbe stata la stessa senza i disegni di Bruzzo? Forse, disegnata da Diso, avrebbe guadagnato in ironia. Forse, disegnata da Suarez, avrebbe guadagnato in drammaticità. Forse, disegnata da Viglioglia, avrebbe guadagnato in onirismo.

(15k)
"Muoviti, Treno! Investilo!"i. Disegni di G.Bruzzo
(c) 1999 SBE
   
 

Però, onestamente, non riusciamo a immaginarla disegnata da nessun altro. E non perché i disegni valichino la soglia dell'eccellenza assoluta, ma perché questi disegni sembrano fatti apposta per questo tipo di storia. La violenza iperrealistica di Colombo si sposa con lo spietato iperrealismo dei dettagli di Bruzzo, coi suoi volti pieni e sofferti, con i suoi neri sparsi senza parsimonia.

Se la lezione di Villa è ben presente, il segno è già personale e riconoscibile. Nonché in evoluzione, come è facile rilevare seguendo i sottili, ma tangibili, mutamenti che si avvertono lungo le quasi 300 tavole, e che trasformano i neri netti e piatti delle prime 50 tavole in un tratto più sporco e agile. Che poi sia evoluzione vera o solo fretta -o smania- di concludere l'albo (ipotesi concreta, vista la lentezza di Bruzzo -di quest'albo si parlava già a marzo '97 in quel di Lucca), si vedrà sulle sue tavole a venire.

Sperando però che, stile a parte, la qualità si mantenga più prossima a quella delle prime pagine, piuttosto che alle ultime, in cui gli ambienti paiono decisamente più affrettati e alcune figure rasentano l'incomprensibilità anatomica (cfr. il Jerry che corre di pag.282, seconda vignetta).

Sempre brillante ma leggibile il gioco delle inquadrature e ottima la "profondità di campo" ogniqualvolta lo sceneggiatore utilizza i secondi piani. Intenso e ironico il suo Frankie, ma è con Treno Kovalsky che Bruzzo dà il meglio di sé, restituendocene perfettamente la semplicità e l'umanità di gigante buono, e al contempo esaltandone la fisicità: memorabile la resa dei suoi incontri.



GLOBALE
 

Il "peso specifico" di un tipico fumetto bonelliano è paragonabile, per intreccio e definizione dei personaggi, a quello di un telefilm di mezz'ora. Stavolta, complici le trecento tavole a disposizione, Colombo e Bruzzo hanno messo in scena un racconto che ha l'ambizione e la densità di un romanzo. Un romanzo che spernacchia gli sprechi dei mallopponi di Agenzia Alfa (il n.1 e il n.3) e del Maxi Dyd, in cui la foliazione extra è mera opportunità per sbolognare ai lettori i fondazzi di magazzino (checché scrivano i redattori nelle magnificanti prefazioni).

Colombo non ha idee geniali a livello di soggetto: ma è la dimostrazione lampante che il come ha sempre la prevalenza sul cosa. E che imbastendo una sceneggiatura meno ingessata e più nelle proprie corde narrative si ottengono risultati tutt'altro che disprezzabili.

 

 


 
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