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I racconti di nonno Jerry recensione di Vincenzo Oliva
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Le storie autoconclusive sono un’assoluta rarità per le serie "storiche" bonelliane come Mister No. Un interessante (e recente) precedente è rappresentato dal n.279 "La foresta dei misteri", albo con il quale il presente "L’ultima frontiera" ha un’importante affinità. Non nei contenuti, benché in entrambe le storie il classico tema amazzonico abbia notevole rilievo - e non tanto per l’autoconclusività della storia -
Ne "La foresta dei misteri" Luigi Mignacco, nel tentativo di trarre ancora linfa dalla paradigmatica situazione cliente misterioso + donna affascinante + viaggio pericoloso nella jungla, arrivava fino alla parodia dello schema, che pur carico di gloria, mostrava ormai la corda nonostante la storia fosse certamente ben riuscita al suo autore: i temi amazzonici appaiono ormai usurati e la soluzione della citazione/parodia può funzionare non più di una volta (ho parlato più diffusamente di questo in un articolo sul rapporto tra Mister No e la jungla).
Tutto ciò avviene ai nostri giorni, nell’imminenza del capodanno appena trascorso, ed un Jerry Drake invecchiato - ma ancora perfettamente in grado di correre dietro alle gonne di ragazze che potrebbero essere le sue pronipoti (e di scazzottarsi con i padri delle donzelle :-) ) - burbero - ma pur sempre pronto a fare da chioccia amorevole al pulcino dell’amico - si diverte e diverte il lettore portando il ragazzo a scoprire i misteri e gli abitanti di quella jungla che James vorrebbe eleggere a luogo di realizzazione dei propri sogni. E seppure nel modo un po’ crudele con cui lo mette di fronte a quei mutamenti che hanno cambiato il volto della grande foresta - togliendole un po’ di smalto e alone avventuroso - e lo fa confrontare con la sua totale inesperienza, Mister No mette con onestà il ragazzo in grado di decidere del proprio futuro, compiendo quella funzione di padre putativo che tanti hanno svolto in precedenza per lui. Su queste battute si conclude la prima, breve, parte della storia (30 pagine), ed è un peccato che non possa finire così: senza essere un capolavoro, infatti, ci sentiamo di dire che l’omaggio di Masiero è riuscito, e che da questa prima parte traspare l’affetto dell’autore per il personaggio. Non si ceda alla tentazione di vedere nelle improbabili gesta ginnico-atletiche :-) dell’ottuagenario Jerry Drake semplicemente l’assurdo di quelle situazioni. Le risse affrontate come un giovanotto, il flirtare con le ragazze, lo scorrazzare per la jungla amazzonica di quel vecchio avventuriero sono il mezzo attraverso il quale Michele Masiero ci racconta della dimensione archetipica del personaggio: Mister No è il simbolo della vita libera, scanzonata, vissuta senza il peso delle responsabilità se non quelle della propria visione morale dell’esistenza, il simbolo dell’avventura, che non può morire solo perché l’uomo Jerry Drake diventa anziano o l’Amazzonia viene progressivamente deforestata, i suoi indios più o meno forzatamente acculturati (quando ancora va loro bene...). Tutto questo non può invecchiare, e Masiero pur mostrandoci la canizie di Mister No ne conserva intatto lo spirito, congelandolo nell’eterna giovinezza dell’idea di avventura.
Il resto dell’albo è accademia: Jerry rievoca per il giovane James i suoi primi passi sul suolo amazzonico, presentandoci un altro tassello del suo passato. Diversamente da quanto accaduto in alcune - notevoli - storie recenti, nelle quali abbiamo avuto modo di conoscere il Mister No ragazzo (lo speciale n.13 "Un giovane americano" e il secondo maxi "C’era una volta a New York"), però la cosa non funziona. Troppo abusato lo scenario amazzonico: l’autore per primo non sembra crederci, ed ha dato il meglio di sé nel presentare al lettore attraverso la caratterizzazione di "nonno" Jerry il ricordo di una vitalità che ormai non appartiene più al personaggio. Mister No è un simbolo, dicevo; appunto: il Mister No di Manaus non "fa" più l’avventura nel fumetto italiano, non la "vive" più; la simbolizza: in modo statico. Boris Zarkoff è l’ennesimo padre putativo incontrato da Jerry sulla sua strada a partire da quel "Bat" Barlington che abbiamo conosciuto nell’avventura dei nn.145/148, Vento di guerra", una delle migliori di Mignacco; e degli altri, per primo "Bat", non ha il carisma. La sceneggiatura si trascina un po’ stancamente verso la sua fine scontata, riproponendo molti dei cliché delle avventure di Mister No, dai cattivissimi cercatori d’oro all’indio incredibilmente saggio (e che non si esime dal farsi alla brace un ragnone nero e peloso...); e poi il bar di Paulo Adolfo, l’amicizia con Esse Esse, le tante ragazze che hanno diviso attimi di vita con Jerry, il piper.... L’ultimo guizzo è affidato nuovamente al Mister No dei nostri giorni, intento a festeggiare l’arrivo dell’anno 2000, a chiudere il cerchio di una puntata celebrativa che forse si sarebbe voluto intendere come lo specchio di una freschezza eterna della serie in quanto simbolo dell’avventura, ma che in realtà torna a proporci il declino creativo della testata anche in virtù di questa valenza celebrativa.
I veterani fratelli abruzzesi Domenico e Stefano Di Vitto sono colonne portanti della serie sin dal loro esordio nella storia "Il picco delle nebbie" nei n.115/116. Il loro tratto resta duro e troppo spesso scarsamente espressivo, i volti non sempre riescono a trasmettere al lettore le emozioni dei personaggi. Tuttavia, i due ormai vanno a memoria, e il loro Mister No è ben chiaro nell’occhio del lettore;
E’ sempre a loro che fu affidata la realizzazione dell’altra storia in cui Mister No appare nelle vesti di arzillo vecchietto: lo speciale n.8 "Fuga da Skynet", in cui Jerry si trova ad agire insieme a Martin Mystère e a flirtare con Diana, e rispetto a quel Mister No dai capelli bianchi, il Jerry Drake di questa avventura si fa più scavato ed asciutto, perdendo una certa bonomia ma acquistando una maggiore maturità grafica. Una considerazione, brevemente, in chiusura. Ormai quasi tutte le storie bonelliane hanno una lunghezza fissa, 1, 2, 3 albi (recentemente si è dovuto arrendere a questa che sembra essere diventata un’inesorabile necessità anche Jonathan Steele, che era partito con le migliori intenzioni). E questa "legge", che rischia di diventare più rigida della "gabbia" bonelliana, troppo spesso si risolve in un danno per storie altrimenti buone, costringendo a chiudere in fretta e banalmente, o viceversa ad allungare inutilmente il brodo.
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