Magnus & Tex: c'era una volta Magnus   
di Antonio S. Sassu   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come mai questa decisione di trasferirti in un luogo isolato?
Beh, a casa mia la situazione è così: ho i figlioletti che non sono più piccolini, uno andrà al liceo artistico (che Dio lo protegga!) anche se io gli dico sempre di fare delle cose serie nella vita e non sciocchezze; la ragazzina sta per terminare le medie e mia moglie lavora come fotografa. Ad un certo punto mi sentivo straniero in casa, la mia vita bruciava come una bistecca che doveva essere rovesciata. Per cui fuggii in Appennino con pochi vestiti e l’obbligo di tenere una certa dignità dato che vivo in albergo; il solo fatto di dovermi presentare ordinato a pranzo e a cena mi ha fatto bene. Non potrei assolutamente abitare in un appartamento, mi troverei in una situazione più solitaria e più squallida, invece in albergo ho la dignità di un maresciallo della forestale in pensione.

Per quanto riguarda la tua permanenza sull’Appennino, è stata considerata una cosa strana, curiosa oppure naturale?
Sono stato assolutamente adottato, diffidato ad andarmene e tenuto a raccontare di Tex Willer e Kit Carson quasi fossi…hai presente il Davy Crockett che in Pecos Bill le sparava sempre grosse? Così io, che vicino al fuoco affermo che ho conosciuto il signor Willer, e racconto storie incredibili e loro sono commossi.

Quindi consideri Tex ormai il tuo compagno?
Tex divide il letto con me, e assolutamente è presente continuamente anche se poi ho lavorato molto piano nella prima parte perché avevo paura di fare un lavoro troppo approssimativo. Invece camminando con gli zoccoli su una roccia scivolosa, passo dopo passo, ritengo di aver inquadrato tutta la storia nella sua giusta dimensione. Questo metodo ha fatto impazzire i responsabili di Bonelli, che sono abituati a ritmi molto più intensi.

Come ha vissuto la redazione bonelliana questa esperienza di un Tex gigante realizzato da un autore come Magnus?
Non se ne è neanche accorta. Sono oberati di lavoro, da decine di titoli di albi. Io sono un cercatore di tartufi che arriva ogni tanto e la mia presenza è stata assolutamente irrilevante, almeno sino a questo momento. In futuro potrà essere diverso perché mi sono liberato da impegni precedenti, tipo "Le femmine incantate" e alcune copertine, per cui sarò quasi esclusivamente impegnato con Tex.

Come hai reagito quando ti hanno proposto di disegnare il Texone?
Con un po’ di panico perché mi sono sentito addosso quasi una condanna a morte, però lo faccio volentieri perché i fumetti (secondo me immeritatamente), mi hanno dato molto e c’è una grande massa di lettori finalmente entusiasta di un personaggio senza macchia e senza paura alla quale io dedico questo lavoro. E lo faccio veramente per loro, non per l’editore o per il personaggio, ma per la gente che magari mi ferma per strada e si complimenta.

A che punto è il lavoro?
Anche se ci lavoro da tempo, posso dire che comincio da oggi, con le tavole che ho appena consegnato. Ho il grande vantaggio di avere già realizzato cento pagine con le matite definitive e di averne inchiostrate quaranta, quindi tra un mese, un mese e mezzo, saranno tutte terminate in quanto le matite sono precisissime, e ne restano da realizzare altre centoventi per concludere l’albo. Se pensi che ritengo di cominciare adesso e che ho già tutto questo vantaggio sono facilitato, anche se il mio Tex uscirà nel 1993.

C’è stato un periodo in cui eri considerato estremamente rapido. Per quanto riguarda Tex quanto ci metti a fare le matite di una tavola?
Ci vuole meno tempo per le matite proprio per delle esigenze di disegno realistico per cui non posso usare certi sdegni di sintesi che sarebbero troppo rudi. E’ tutta una cosa più morbida dove si tiene conto della luce, tanto che io ho dovuto studiare Galep e rifarmi alla sua lezione. Sempre inchiostrare tenendo conto della provenienza della luce in modo che il segno grosso sia nell’ombra e quello sottilissimo nella giusta luce. Galep ha delle sottigliezze impressionanti sicché un pennarello 0.1, che è il più sottile, è grosso per Tex se pensiamo alle cartucce nella cartucciera, al manico della colt, e a altri dettagli simili, il disegnatore deve avere polso d’acciaio e occhio di aquila, perché se varia un tratteggio anche di poco rischia di fare uno stivalone, un cappellone, un rivoltellone e altre cose del genere. Ci sono 38 pagine che mi accingo ad affrontare, dove un fatto ne segue un altro e dove l’orologio scandisce il tempo dalle dodici sino alla mezzanotte, e io non ho ancora l’idea di come sarà la luce all’inizio della sequenza e di come lo sarà alla fine. Per questo motivo inchiostrerò queste38 pagine rispettandone la sequenza dell’orario.

Da quel poco che ci è dato sapere possiamo intuire che c’è il protagonista, i cavalli, gli arredi e luci particolari. C’è anche una donna per caso?
C’è la femme, una terribile, bella, di esotica stirpe, molto cattiva e anche una buona ragazza onesta.

Ti sei attenuto alla tradizione bonelliana del Tex tutto di un pezzo?
Io avrei voluto disegnarlo in mezzo ad un mucchio di signore che lo invitano a cento feste, ma non posso forzare la situazione oltre una certa misura: oltretutto dovrebbe togliersi la camicia e indossare un abito, io l’avevo persino già disegnato in gessato, cioè in completo nero con le righine verticali…

E quando l’ha visto Bonelli, gli è venuto un colpo?
No, mi è venuto dietro con l’ascia di guerra…

da Fumetti d'Italia nº1 - aprile 1992