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La Saga delle Guerre Indiane


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Recensione

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Frammenti indelebili, di Fernando Congedo

Come una scheggia. Conficcata inesorabilmente nella memoria. Lì, immobile e pulsante rimarrà il racconto delle gesta degli uomini rossi d'America che al tramonto del secolo diciannovesimo lottarono contro la barbarie dei civilizzatori finché la speranza di rimanere liberi sulle terre loro assegnate dal Grande Spirito non deformò i propri connotati, rivelando il volto pallido e ossuto dell'utopia. Come voce d'anziano - mutata in fotogrammi da mani quasi sempre sapienti -, scorre la narrazione nelle vene di chi ascolta: e quei personaggi tragici e sublimi escono per sempre dalle pagine e, vestiti di Storia e Leggenda, calzati di fantasia, scolpiscono quel che avvenne in un simulacro che non vuole esser vero: solo straordinariamente originale.
La voce d'anziano tace. Chiuso l'ultimo albo. Nella mente, simili a spuntoni di roccia affioranti dalla bassa marea, echeggiano l'infuriare della battaglia, gli spari, le urla, il sangue, risuonano le voci dei superstiti, basse e stanche, i passi nella neve dei Sioux, uomini, donne, bambini.
Frammenti indelebili. Lo sguardo infinitamente triste dello sciamano bianco dei Lakota di fronte alle fiamme che, alte, divorano la prateria. La saggezza, l'orgoglio e il coraggio dei figli delle Colline Nere. L'indiana che stringe ancora tra le braccia il proprio bimbo ucciso dal gelo come un muto carillon di inestimabile valore. La rabbia e il dolore con cui Hanno-Paura-di-Lei porta Magico Vento a conoscenza del tradimento subito da Cavallo Pazzo. Le parole di quest'ultimo, pronunciate da Ned: "Se un giorno qualcuno vorrà ricordarmi, non avrà bisogno di riunirsi intorno a un catafalco funebre... Gli basterà volgere lo sguardo alle alture, alle valli, ai fiumi e ai boschi delle Black Hills. Io sarò là per sempre."
Frammenti. Indelebili.

La prateria in fiamme
Magico Vento n.100, pag.17-18, disegni di Goran Parlov

(c) 2005 SBE

La prateria in fiamme<br>Magico Vento n.100, pag.17-18, disegni di Goran Parlov<br><i>(c) 2005 SBE</i>

Per chi non ama il western... di Martina Galea

A me non piace il western. Proprio non lo reggo. Mio papà mi ha sempre detto, ridendo, che Clint Eastwood ha due espressioni: col sigaro e senza. E io gli ho sempre creduto, e ho sempre associato Clint e il suo sigaro al western. Saloon. Indiani. Cavalli. Lazos. Western insomma. E a me il western non piace.

La battaglia infuria...
Magico Vento n.98, pag.96, disegni di Pasquale Frisenda

(c) 2005 SBE

La battaglia infuria...<br>Magico Vento n.98, pag.96, disegni di Pasquale Frisenda<br><i>(c) 2005 SBE</i>

Ben chiari in testa i miei gusti fumettistici, mi sono sempre guardata bene dal comprare Magico Vento. Troppi cavalli in copertina. Troppi cowboys. Troppi indiani. Troppo western, insomma. Poi, mi è stato suggerito di provare almeno un albo, senza impegno, "Giusto per...". Che albo? Il primo della saga, da testare a pelle, a mente aperta. Dato che sono testona, ma non poi troppo presuntuosa, ho seguito il consiglio con un pizzico di superbia, "Tanto non mi piacerà...".

...siamo a febbraio 2006, ho letto l'intera saga, e sto continuando a comprare Magico Vento ad ogni uscita. Clint e il sigaro non sono mai apparsi, perchè non appartengono a questo mondo. Il mondo di Magico Vento va oltre il western che immaginavo, parla di Storia (quella vera), di vita reale, di personaggi complessi. Certo, ci sono i cavalli, i saloon, gli indiani. Ma c'è molto di più, e la saga lo dimostra: una lettura piena, incisiva, struggente. Caso vuole che l'ultimo albo proponga proprio un discorso sul western, considerato (a torto) un genere troppo monocorde. A tutti gli scettici (com'ero io), Gianfranco Manfredi risponde (con le parole di Laura Scarpa) che

western non è genere, è uno scenario in cui si può ambientare qualsiasi tipo di storia, una cornice che può ospitare di tutto.

Parole vere, testate: in uno scenario ben definito, storie e saghe che superano qualsiasi stereotipo. E lo spaghetti-western lo lasciamo a Clint, qui c'è ben altro.

Uno, Nessuno, Centomila di Giorgio Loi

Molti hanno giustamente parlato degli indiani, perché Magico Vento esalta il punto di vista del popolo rosso, ma di questa memorabile saga io voglio ricordare un bianco.
Dopo la Storia del West di D'Antonio pensavo che non ci fosse più nulla di significativo da aggiungere alla controversa figura di George Armstrong Custer, storica e leggendaria nel contempo. Perfino Berardi, pur dall'alto della sua indiscussa tecnica, ci raccontò un Custer totalmente negativo, in linea con il clima revisionistico del periodo, addirittura vile e disprezzato dai suoi avversari.
Così pensavo, e sbagliavo.
In questa “Madre delle guerre indiane” l’avventura di Custer trova il suo tragico epilogo, e Manfredi riesce a offrirci un punto di vista nuovo e appassionante nonostante sull’episodio sia stato detto e scritto di tutto. Come? Raccontandoci di un uomo, un uomo reale, fatto di complessità e contraddizioni, di smodate ambizioni e rigore morale, di lucida spietatezza e senso della giustizia, di vanità e ironia, di sventatezza e indubbio coraggio.

Custer osserva pensieroso il fratello Tom
Magico Vento n.99, pag.39, disegni di Ramella e Volante

(c) 2005 SBE

Custer osserva pensieroso il fratello Tom<br>Magico Vento n.99, pag.39, disegni di Ramella e Volante<br><i>(c) 2005 SBE</i>

Chi si aspettava una tesi precotta, un giudizio storico e morale su Custer, una condanna politicamente corretta piegata all’odierna sensibilità filo-indiana, non troverà niente del genere. Troverà invece tanti elementi per poter formulare un proprio giudizio, ma non sarà facile.
In due parole: un capolavoro.
Questo Custer lo si potrà difficilmente amare o ammirare, e lo si potrà forse legittimamente odiare, ma non si potrà fare a meno di rispettarlo e di considerarlo di gran lunga migliore di quei politicanti e affaristi che lo hanno mandato deliberatamente allo sbaraglio facendone un martire utile ai loro inconfessati maneggi. La sua stessa morte, peraltro non storicamente provata nella sua modalità, ha una sfumatura ben diversa dall’alone di viltà con la quale Berardi l’aveva circonfusa. Quel “non vi libererete mai di me” suona come una sentenza: voi mi avete sconfitto, ma con la mia morte io sentenzio la vostra fine. Così fu.
In due parole: un capolavoro.


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