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"Sono solo citazioni"
di Francesco Manetti

Piccola premessa. Questo mio intervento non ha assolutamente la pretesa di fornire la parola definitiva (ci mancherebbe altro :-) sulla questione della cosiddetta "originalità". Non ho altra "ambizione" che quella di esporre alcune mie opinioni personali. Queste mie opinioni non potranno dunque che essere soggettive, così come soggettiva dovrà essere considerata ogni mia riflessione sugli albi Bonelli (e sui film) dei quali ho scelto di parlare per accompagnare le mie tesi (ps: il dibattito soggettivo vs oggettivo lo lasciamo per un'altra volta, ok? ;-). Prendete piuttosto queste mie considerazioni come un invito, se ne avete voglia, a esprimere anche voi la vostra opinione sull'argomento. Non siamo su un newsgroup, ma un Forum lo potremmo pur sempre aprire...

  • Intervistatrice: "Vorrei cominciare con una domanda alla quale gli scrittori amano rispondere in maniera evasiva...Perciò, Ella, ti prego di rispondere chiaramente..."
    Ella Richards: "Beh...Se posso..."
    Intervistatrice: "La domanda è: «Ma chi scrive dove prende le idee?»
    Nathan Never n.72, pag. 53, "Il sogno della farfalla"

  • "Quando ti sembra originale, l'ha già avuta un altro. Quando ti sembra geniale, l'hanno già avuta altri dieci prima di te."
    Legge di Serra sull'idea

Il recente Dylan Dog "La città perduta", essendo, di fatto, un semplice adattamento fumettistico del romanzo di Philip K. Dick "La città sostituita" (cfr. la recensione all'albo), ripropone ancora una volta il problema della insufficiente "originalità" delle storie offerte ai lettori da parte della casa editrice Bonelli. Un problema senz'altro rilevante, visto che, recentemente, persino uno degli stessi autori, Michele Medda, ha voluto dedicare a questo argomento un lungo articolo (che potete trovare sul sito UTOPIA).

Esistono due tipi di originalità: quella che riguarda i contenuti in se stessi e quella che riguarda l'elaborazione di questi contenuti
   
Cerchiamo innanzitutto di chiarire almeno un poco i termini della questione. Che cosa si deve intendere per "originalità"? Esistono, diciamo così, due tipi di originalità: quella che riguarda i contenuti in se stessi (le tematiche affrontate, gli spunti narrativi, la delineazione dei personaggi...) e quella che riguarda l'elaborazione di questi contenuti (la capacità di affrontare in maniera diversa una stessa tematica, le varianti introdotte ad uno schema narrativo precostituito, ma anche, fra le altre cose, lo stile adottato dall'autore).

Medda, al termine del suo articolo, afferma perentorio che nessuno può ormai offrire niente di nuovo dal punto di vista delle tematiche e degli spunti narrativi e che l'inventiva di ogni autore non può dunque che riguardare unicamente il modo col quale le medesime tematiche, i medesimi spunti narrativi e i medesimi personaggi vengono, di volta in volta, rielaborati. Per dimostrare questa sua tesi, riassumibile nella frase "non c'è niente di nuovo sotto il sole", Medda si premura di far notare come anche i più illustri autori (Hugo Pratt, Magnus, Giancarlo Berardi) abbiano, per così dire, "copiato", dal punto di vista dei contenuti, quanto offerto da altri autori, o abbiano comunque ideato situazioni narrative sostanzialmente identiche a quelle ideate da altri autori (è il caso di Frank Miller, date le similarità fra il suo "Elektra-Assassin" e il racconto di Philip K. Dick [ancora lui! ;-)] "Le colpe dei padri").

Il mondo cambia e questo fa sì che nuove tematiche si aggiungano a quelle già esistenti o che tematiche "latenti" divengano infine oggetto di trattazione artistica
   
Questa tesi, per conto mio, è abbastanza opinabile. L'originalità di tematiche e schemi narrativi è senz'altro rara e difficilmente identificabile, dato che ogni lettore, non possedendo (come è ovvio che sia) una cultura enciclopedica, potrebbe indicare come "originale" ciò che in realtà è già stato detto da altri. Questo non toglie però che, a mio parere, sia ancora possibile scrivere dei "soggetti" originali. Esistono, è vero, archetipi tematici e narrativi che accompagnano l'uomo da epoche ancor più remote del momento in cui il primo autore decise di narrare la prima storia ;-), ma è anche vero che il mondo cambia e che questo cambiamento fa sì che nuove tematiche si aggiungano a quelle già esistenti o che tematiche "latenti" divengano infine oggetto di trattazione artistica in libri, film o... fumetti.

Oggi, così come diecimila anni fa, gli uomini continuano ad amare, a lottare, a passare dall'adolescenza all'età adulta e infine alla vecchiaia. Esistono, oggi come allora, le tematiche del ricordo, del viaggio, dell'iniziazione, e così via. Ma alcune tematiche, come ad esempio la lotta delle donne per i propri diritti, l'assurdità dell'esistenza, la descrizione delle condizioni di vita delle fasce sociali più umili, non erano mai state oggetto di trattazione letteraria in epoche precedenti l'età moderna. Chi parlava delle condizioni di vita delle fasce sociali più "basse"dell'umanità nell'antichità o nel medioevo? Quale testo aveva per protagonisti degli schiavi, o descriveva la vita quotidiana di un servo della gleba? Ecco quindi che quando, nel XIX secolo, gli scrittori incominciarono a descrivere le problematiche legate alle condizioni di vita del proletariato urbano si ebbe, per forza di cose, qualcosa di "nuovo".

Credo basti guardarsi un po' intorno, inoltre, per trovare qualche esempio di "originalità" anche per quanto riguarda gli spunti narrativi. Esiste un testo precedente al "Robinson Crusoe" nel quale si raccontino le vicende di un naufrago che riesce a cavarsela da solo (a parte Venerdì ;-) in un'isola deserta? Esiste un testo precedente a "Il fu Mattia Pascal" nel quale si racconti la storia di un uomo che si fa credere morto e assume una nuova identità? Qualcuno, prima di Cervantes, ha mai raccontato le vicende di una persona che non riesce a discernere la realtà dalla finzione? Esiste un testo precedente a "L'invenzione di Morel" di Bioy Casares nel quale uno scienziato inventa un apparecchio per registrare tridimensionalmente la realtà?

Non è soltanto il modo in cui gli autori elaborano il loro materiale a rendere dei capolavori o delle opere comunque "godibili" questi libri: è anche il fatto stesso che questi autori abbiano ideato qualcosa di nuovo dal punto di vista dello spunto narrativo (e, in alcuni casi, anche della tematica correlata). E scovare magari un testo che prima del "Robinson Crusoe" narrasse la vita quotidiana di un naufrago in un'isola deserta non servirebbe a nulla. Servirebbe solo a dimostrare che l'originalità dello spunto narrativo risiede in un testo precedente quello di Defoe. E se magari qualcuno ribattesse che naufragi in isole (apparentemente) deserte ci sono anche nell'"Odissea", posso rispondere dicendo che l'"Odissea", in ogni caso, non contiene certo in sé ogni tematica ed ogni spunto narrativo che mente umana sia in grado di concepire :-).

E', però, irragionevole pretendere qualcosa di "originale" nei contenuti da chi è costretto a scrivere una dozzina di storie l'anno
   
Tutto cio', però, è, in fin dei conti, pura disquisizione. E' irragionevole, infatti, pretendere qualcosa di "originale", dal punto di vista dei contenuti, da chi è costretto a scrivere non meno di una dozzina di storie l'anno per ciascuna delle ormai numerose testate Bonelli. Non mi passa neppure per la testa, voglio dire, di criticare Boselli o Nizzi se, nella maggior parte dei casi, le storie di Tex non fanno che riproporre le medesime tematiche western. Mi permetto però di "criticare", dal mio punto di vista di lettore, tutti quei testi nei quali la rielaborazione di archetipi narrativi e tematici o la rielaborazione di quanto offerto in determinate altre opere cinematografiche, letterarie o fumettistiche è sia quantitativamente che qualitativamente insoddisfacente.

Se è vero, infatti, che, come afferma ancora una volta Michele Medda, "il problema non è lo spunto, ma la maniera in cui questo spunto è rielaborato" e che "tutto si può riscrivere", è altrettanto vero che i lettori, di norma, sono disposti a leggere solo delle rielaborazioni significativamente "innovative" rispetto ai modelli di riferimento. Se la rielaborazione è minima, se un autore si adagia pigramente sul già detto senza mettere in luce il minimo sforzo creativo, non si rischierà forse il plagio, ma si rischierà comunque di offrire al pubblico un testo "banale", ovvero un testo del quale nessun lettore sente la necessità.

Perfettamente conscio di quanto ogni considerazione sull'argomento non possa che essere soggettiva (e dunque facilmente e del tutto comprensibilmente contestabile :-), passo ad esporre alcuni esempi, al fine di rendere comunque chiaro il mio punto di vista.

"Accadde domani" di Sclavi (Dylan Dog n.40) ha in comune con l'omonimo film di René Clair sia l'idea di base (Dylan e il protagonista del film ricevono ogni sera dal fantasma di un cronista un giornale nel quale sono riportate le notizie del giorno successivo) che l'equivoco che innesca, ad un certo punto, un determinato sviluppo narrativo (Dylan e il protagonista del film leggono la notizia della loro morte). Si deve dunque parlare di plagio? No, a mio avviso, perché tutto il resto è frutto della creatività di Sclavi, il quale rielabora o per meglio dire reinventa tramite nuove trovate e nuove situazioni tipicamente "dylandoghiane" lo schema di base fornito dal film di Clair. Quel lettore che avesse visto il film di Clair non avrebbe dunque motivo, a mio avviso, di fare osservazioni sulla mancanza di "originalità" di questo numero di Dylan, in quanto la quantità e la qualità delle varianti del testo di Sclavi rispetto alla sceneggiatura del film è tale da rendere il fumetto qualcosa di "diverso" e dunque di "nuovo" rispetto al film.

Lo stesso accade sia nel Dylan Dog n.26 "Dopo mezzanotte" che nel Legs n.27 "Fuori orario". Questi due albi sono entrambi "ispirati", in maniera dichiarata, al film di Martin Scorsese "Fuori orario". Fatta eccezione per lo schema di fondo (l'odissea notturna in ambienti metropolitani con i quali i protagonisti non hanno alcuna confidenza) e per il medesimo registro umoristico, anche in questo caso tutto il resto è differente: le disavventure che si trova a vivere il compassato impiegato del film di Scorsese sono diverse da quelle che si trovano a vivere Dylan e Legs nei rispettivi albi. Certo, le storie di Sclavi e di Serra non sono "originali", ma le "variazioni sul tema" sono talmente consistenti da far sì che il piacere della lettura sia comunque, a mio parere, altissimo.

Nel caso, invece, di "Partita con la morte" (Dylan Dog n.66), scritto da Claudio Chiaverotti, il piacere della lettura è dato, a mio avviso (e limitando il discorso al soggetto), da una semplice variante all'idea, già vista, della partita a scacchi con la personificazione della morte; ovvero dal fatto che Harvey Burton proponga la partita non per salvare la propria vita, bensì per trascinare con sé nell'aldilà, perdendo i propri pezzi, una serie di persone nei confronti delle quali egli vuole vendicarsi di torti subìti.

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Castleman in una vignetta di Tex 445/446 (c) 1997 SBE
   
Altro esempio. In "Bufera sulle Montagne Rocciose" (Tex n.445/446), Boselli si è rifatto non ad una precisa opera pre-esistente, ma ad un tema comunque decisamente iper-sfruttato: l'assalto al treno da parte di banditi. Un autore mediocre ci avrebbe offerto probabilmente nient'altro che una banale e soporifera riproposizione di tutti i luoghi comuni del caso. Boselli, al contrario, riesce a rendere godibile il suo racconto introducendo alcune azzeccate varianti (in primo luogo l'isolamento dato dal deragliamento del treno fra le nevi delle Montagne Rocciose), affiancando a Tex dei personaggi delineati in maniera interessante (Castleman, ad esempio, un ex-trapper divenuto ingegniere della Central Pacific che viene a ritrovarsi, suo malgrado, nei luoghi selvaggi nei quali aveva vissuto in passato) e, ovviamente, scrivendo dei buoni dialoghi e conferendo alla storia il giusto ritmo.

In altri casi, invece, la rielaborazione consiste non nella variazione sul tema, ma nell'assemblaggio "creativo" di idee, spunti, trame e personaggi provenienti dalle opere più disparate, come riesce a fare Serra in "Doppio futuro" (Nathan Never gigante n.1).

In altri casi ancora la rielaborazione consiste nella rivisitazione parodistica di trame, di archetipi, di personaggi... E' quanto accade, ad esempio, nelle prime pagine dello speciale di Martin Mystère n.2, quando Castelli riprende uno degli stereotipi più triti di certo cinema "d'azione" (la lotta tra il "buono" e il "cattivo" sui tetti dei vagoni di un treno in corsa), rendendo lo stesso BVZM consapevole di star vivendo uno stereotipo cinematografico ("io queste cose le ho viste fare solo al cinema") ed introducendo però, ad un certo punto, del tutto inaspettatamente, un'irresistibile "variante" ironica (il "cattivo" non si accorge di un traliccio, come da luogo comune, ma quando ci sbatte contro è il traliccio ad andare in frantumi, senza che il "cattivo" faccia una piega!).

Una rielaborazione parodistica di un determinato schema narrativo si ha invece in "C'era una volta una regina" (Legs n.19), albo nel quale Medda offre una versione scanzonatamente demenziale della fiaba di Biancaneve, aggiungendo peraltro anche alcune consistenti varianti rispetto al modello originale (penso, in particolare, alla figura del killer Vladislav). Nel Legs n.10 "Il tesoro dell'astronave", scritto anch'esso da Medda, è invece il personaggio di Des Esseintes a poter essere interpretato come una divertente parodia del protagonista di "Controcorrente", celebre romanzo "decadente" di Huysmans.

Più frequentemente, però, la rielaborazione si risolve nel trasporre un determinato intreccio in un contesto differente. Lo stesso "C'era una volta una regina", ad esempio, non solo parodizza la fiaba di Biancaneve, ma la traspone anche in un "ambiente" diverso (il futuro immaginato da Serra, Medda e Vigna per Nathan e Legs), trasformando lo specchio fatato della strega in un computer e i sette nani in sette "mutanti". Il che, si badi bene, non significa però che la trasposizione di un intreccio in un "ambiente" differente porti di per ciò stesso ad una rielaborazione significativa rispetto a quanto offerto dal testo originario. Ne è una ormai celebre dimostrazione "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone rispetto al film di Akira Kurosawa "La sfida del samurai": poco importa che Leone abbia spostato la vicenda in un contesto western, sostituendo le sciabole con le pistole, se tutti gli "ingredienti" fondamentali del film di Kurosawa (non solo la trama, ma anche la caratterizzazione del protagonista, lo stile...) restano gli stessi.

Si può parlare di rielaborazione e non di plagio in tutti quei casi nei quali vengano offerti ai lettori dei "giri di vite" in più rispetto a singoli modelli o ad archetipi.
   
Si può parlare di rielaborazione, dunque, e non di plagio (più o meno marcato che sia), in tutti quei casi nei quali vengano offerti ai lettori delle variazioni significative, dei "giri di vite" in più rispetto a singoli modelli (le specifiche opere altrui dalle quali un autore può trarre "ispirazione") o, più in generale, ad archetipi. Questi "giri di vite" potranno consistere, di volta in volta, nell'introduzione di una variante rispetto ad uno schema narrativo precostituito, nella diversa caratterizzazione dei personaggi, in un diverso modo di presentare una stessa tematica, nell'applicazione di un differente registro stilistico e così via. Quando ciò non avvenga, si ha un plagio o, più probabilmente, un testo banale, un testo che non riesce ad offrire grandi motivi di interesse.

E' quanto accade, a mio modesto parere, ne "L'inquilino del terzo piano" (Dylan Dog gigante n.2, nel quale Sclavi non solo non aggiunge granché a quanto offerto dall'omonimo film di Roman Polanski, ma anzi toglie addirittura, nel suo "adattamento", molto del fascino surreale del film.

E' quanto accade anche ne "Il bosco degli assassini" (Dylan Dog n.70), quando Chiaverotti fa sì che Birba riesca ad evadere dal carcere strappando il volto ad uno psicologo ed indossando questo volto come una maschera. Che cosa c'è di diverso rispetto alla analoga scena del film "Il silenzio degli innocenti"? Niente. La "trovata" è ripresa pari pari, senza la minima variazione; o meglio, con variazioni tali da rendere la scena ancor più inverosimile dell'originale: mentre Hannibal Lecter, spacciandosi per moribondo, giustificava di per ciò stesso il fatto che il suo volto fosse una poltiglia di carne sanguinolenta, Birba esce dalla cella come se nulla fosse, conversando addirittura con una guardia, come se il viso strappato allo psicologo potesse essere effettivamente considerato una maschera. Anche nel caso in cui questa scena fosse, per così dire, un "omaggio" nei confronti del film di Demme, mi pare di poter dire che si tratta comunque di un omaggio un po' maldestro, che porta inevitabilmente a riflettere su quanto la versione "originale" della stessa scena sia qualitativamente preferibile.

Un terzo esempio, a mio avviso, può essere rappresentato proprio dalla storia narrata nei Nathan Never n.14/15 ("Terra bruciata" e "I predoni del deserto"), storia a partire dalla quale Medda, nel suo già citato articolo, fa derivare le sue considerazioni sulla questione dell'"originalità". Nelle rubriche redazionali dei due albi, Medda stesso (o chi per lui) si era giustamente premurato di esplicitare le varie fonti di ispirazione alle quali aveva attinto: il film western "Il cavaliere della valle solitaria" di George Stevens, il ciclo cinematografico di Mad Max, "Nausicaa nella valle del vento" di Hayao Miyazaki, "Dune" di Frank Herbert (e relativo film di David Lynch)... Nonostante queste esplicite ammissioni, la redazione della Bonelli fu invasa da proteste di lettori che gridarono "al plagio, al plagio!", sostenendo che la storia narrata nei due Nathan era "copiata" da "Witness-Il testimone" di Peter Weir e da "Interceptor, il guerriero della strada" ("Mad Max 2") di George Miller. Dinanzi a queste accuse, Medda sceglie di difendersi dimostrando come anche "Witness" e "Interceptor" non siano altro che rielaborazioni della storia narrata ne "Il cavaliere della valle solitaria"; e come quindi anche "Terra bruciata/I predoni del deserto" non sia altro che una legittima rielaborazione del plot offerto da "Il cavaliere della valle solitaria", o meglio ancora un legittimo amalgama di elementi proveniente sia dal film di Stevens, che da "Interceptor", da "Witness", da "Dune" e da "Nausicaa".

Ma davvero i lettori non hanno almeno un po' di ragione nel lamentarsi della qualità di questa storia? Personalmente, ritengo che la delusione che un lettore può provare dinanzi a questa storia sia almeno in parte comprensibile. Se è sbagliato lamentarsi della mancanza di originalità dello spunto narrativo, è infatti a mio avviso del tutto lecito lamentarsi del fatto che Medda non apporti alcuna variante significativa a quanto già detto nei suoi modelli di riferimento. "Witness", rispetto a "Il cavaliere della valle solitaria", fa sì che il bambino sia testimone di un delitto e trasforma la comunità dei coloni in una comunità Amish, accentuando di conseguenza l'impossibilità che chi ospita l'eroe possa contrapporsi ai "cattivi" di turno. "Interceptor", rispetto al film di Stevens, sposta invece l'ambientazione in un medioevo futuristico nel quale sono dei pittoreschi motociclisti a minacciare una indifesa comunità nel tentativo di impadronirsi non di terre da pascolo, bensì di riserve di petrolio.

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Mel Gibson in "Mad Max II"
   
Che cosa aggiunge invece, dal punto di vista del materiale narrativo, Medda? Non molto, ed in ogni caso niente di rilevante. Il plot e altri elementi (l'arrivo di uno straniero in una comunità indifesa, la "love story", il rapporto fra l'eroe e il bambino, il fatto che la comunità sia minacciata) sono ripresi dal film di Stevens, il fatto che la comunità sia bigotta è ripreso da "Witness", i bikers e il petrolio sono tratti da "Interceptor", i vermoni da "Dune", l'atmosfera idilliaca della valle da "Nausicaa"... "Interceptor" e "Witness" riprendevano qualcosa di già visto variandolo in maniera abbastanza significativa ed in modi diversi. Medda, invece, non offre una terza variante rispetto al "modello" originario, ma si limita ad amalgamare, in maniera poco creativa, alcuni elementi presenti nei tre film. Come può sperare che i lettori abbiano voglia di leggere qualcosa che non si discosta granché da quanto essi già conoscono bene? Potrebbe sperarlo se la sua sceneggiatura (i suoi dialoghi, la sua caratterizzazione dei personaggi, il ritmo dato alla storia...) fosse particolarmente riuscita. Ma così non è (a mio avviso, beninteso).

Ecco dunque giustificato, a mio parere, in questo caso specifico, il sentimento di delusione che può spingere un lettore a lamentarsi della qualità di una storia: non l'assenza di originalità, ma il fatto che la rielaborazione rispetto al déjà vu sia pressoché nulla.

E' per questa stessa ragione, del resto, che molto spesso vengono considerati dei capolavori non quei film o quei romanzi che presentano qualcosa di originale dal punto di vista dei contenuti, bensì quei film e quei romanzi nei quali altri autori, rielaborando i medesimi "contenuti", offrono un decisivo "giro di vite" in più. E' probabilmente anche per questa ragione, ad esempio, che l'adattamento cinematografico, girato nel 1925, del romanzo "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle è stato "dimenticato", mentre il "King Kong" del 1933 è diventato un cult-movie. Ne "Il mondo perduto" assistiamo, per la prima volta, all'irruzione di una creatura gigantesca (un brontosauro, nella fattispecie) nel cuore di una città moderna. Che cosa aggiungono gli sceneggiatori di "King Kong"? Il fatto che lo "scimmione" si innamori della bella del film (e vabbuo', questa è una rielaborazione della fiaba "La bella e la bestia" ;-) e soprattutto il far fare allo scimmione qualcosa che un brontosauro non può fare: scalare l'Empire State Building con la sua bella in braccio per poi venir ucciso da una pattuglia aerea. Et voilà, basta questa scena (demente finché si vuole, se volete) e l'"originale" è surclassato ;-).

Ecco, io, "umile" lettore che non saprebbe neppure inventare la più misera delle storielle :-), non chiedevo che "Terra bruciata/I predoni del deserto" fosse addirittura migliore de "Il cavaliere della valle solitaria", di "Witness" o di "Interceptor" (o che mi offrisse chissà quale "rielaborazione" dei vermoni di "Dune"). Chiedevo solo che mi offrisse almeno altrettanto piacere di quello che provo guardando questi tre film, o quel piacere che Medda stesso mi offre in tante altre sue storie scritte per Nathan o per Legs, ad esempio in quegli albi nei quali, pur "manierando" la tecnica del "monologo interiore" alla Frank Miller, egli scrive, perlomeno a mio avviso, dei veri e propri capolavori (penso, in particolar modo, a "Dirty boulevard" Nathan Never n.32).

Nonostante tutto, comunque, non mi sentirei neppure di "condannare" con forza quei casi in cui un autore scrive una rielaborazione un po' inconsistente di opere altrui. Come ho già detto, è del tutto comprensibile che la necessità di scrivere un numero troppo elevato di storie per le varie testate bonelliane costringa spesso gli autori a offrirci dei prodotti non sempre apprezzabili. Ed essendo l'oggettività una chimera, è del resto sempre possibile che quello che a me sembra una "rielaborazione un po' inconsistente" sia per altri una rielaborazione "geniale" ( e viceversa); basta spulciare un po' uBC, del resto, per rendersi conto di quanto siano diverse le valutazioni dei vari componenti dello staff.

Quello però che nessun lettore è disposto ad accettare (almeno così immagino) sono gli effettivi e comprovati plagi, ovvero quei casi in cui, come per l'appunto nel Dylan Dog n.137, un autore riprende punto per punto un testo pre-esistente. E ancor meno nessun lettore è disposto ad accettare il fatto che nei vari redazionali (ormai presenti in qualunque testata bonelliana) non siano perlomeno esplicitati i debiti nei confronti del testo o dei testi "di riferimento".

E' un per me un caso paradigmatico quello de "I giorni dell'incubo" (Dylan Dog n.95), scritto da Gianfranco Manfredi, nel quale l'idea di base (la visione "progressiva" della realtà) è sottratta al romanzo di Jacques Spitz "L'occhio del purgatorio". Ora, è vero che in questo Dylan Manfredi inserisce la "trovata" di Spitz in una trama che niente ha a che vedere con quel che viene narrato ne "L'occhio del purgatorio". Ma perché, data l'importanza che comunque ha, nel testo di Manfredi, questa "trovata", non si decise di esplicitarne la reale paternità? Al contrario, chi scrisse il redazionale di seconda di copertina pensò bene di scrivere:

"[Manfredi] dimostra subito di aver capito perfettamente le psicologie e le atmosfere delle storie dylandoghiane, confezionando una storia che vi stupirà per originalità, spessore e tensione narrativa" [corsivo mio]

Nell'Horror post del Dylan n.98 Manfredi stesso, rispondendo ad un lettore, ammise di aver "citato" (!) il romanzo di Spitz, aggiungendo, per così dire, al "danno" anche la beffa. Davvero l'analogia fra "I giorni dell'incubo" e "L'occhio del purgatorio" può essere semplicemente considerata una "citazione"? A mio parere, una citazione, per essere considerata tale, dovrebbe limitarsi alla cosiddetta "strizzatina d'occhio" dell'autore nei confronti del lettore, ad un elemento minimo, marginale, trascurabile, e dovrebbe inoltre, preferibilmente, contenere in sé, in un modo o nell'altro, un'indicazione che possa renderla riconoscibile come tale anche a quei lettori che non sappiano cogliere il preciso riferimento.

Fare una "citazione", per intendersi, è dare l'aspetto ed anche un poco l'indole dei due killer di "Pulp fiction" (interpretati, nel film di Tarantino, da John Travolta e Samuel L. Jackson) alle due guardie del corpo di "Bauhaus killer" (Nathan Never n.54, pag.27 e 32-34); è dare il volto di Cary Grant ai fratelli di "Ossessione" (Dylan Dog n.32), con evidente riferimento al film "Il sospetto" di Alfred Hitchcock; è far vedere, nella New York di Mister No (in "Agli ordini della CIA", Mister No n.269, pag. 45), un Auggie's tobaccos per rinviare ai film "Smoke" e "Blue in the face" di Paul Auster e Wayne Wang; è far comparire Lupin III e Jigen fra i clienti di un ristorante ne "Il dormiente" (Legs n.20, pag.34), con precisa allusione ad una scena del film "Lupin III, Il castello di Cagliostro".

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Lupin e Jigen dal film di animazione "Lupin III, Il castello di Cagliostro"
In tutti questi casi, il lettore che non cogliesse le citazioni avrebbe semplicemente perso dei blandi e in fin dei conti trascurabili riferimenti ad altre opere cinematografiche o fumettistiche. Poco importa, infatti, che ad uno dei tavoli vicino a quello dove è seduta Legs compaiano Lupin III e Jigen piuttosto che degli anonimi avventori. Non c'è il benché minimo "scippo" nei confronti della creatività altrui. Chi non cogliesse la (presunta!) citazione di Manfredi potrebbe invece essere indotto ad attribuire quella determinata idea a Manfredi stesso, ovvero ad attribuirgli qualcosa che è stato in realtà creato da un altro autore.

In definitiva, potremmo dunque dire che, se è vero che un po' troppo spesso molti lettori parlano di plagio anche nei casi di semplici citazioni o di legittime rielaborazioni creative, è altrettanto vero che molti autori tendono a parlare di semplice citazione, di "omaggio", anche quando ci offrono, praticamente, dei veri e propri plagi ;-).

Perché, a differenza di ora, 30 anni fa nessuno si lamentava dei plagi più vistosi? Perché oggi è aumentato il livello di attese dei lettori
   
Prima di concludere, vorrei infine fare una riflessione sul mutato rapporto fra autori e lettori. Perché trent'anni fa nessun lettore si lamentava se Castelli ci offriva, con "Molok" (Zagor n.76/77), una sorta di remake di "Frakenstein", mentre oggi quasi tutti i lettori tendono a protestare ogni volta che si trovano dinanzi ad un presunto "plagio"? Perché è aumentato il livello di attese dei lettori. Trent'anni fa la maggior parte dei lettori considerava i fumetti un semplice passatempo, un diversivo rispetto alla lettura di una rivista o alla "Settimana enigmistica". Oggi, invece, la maggior parte dei lettori sono esigenti, nei confronti di un fumetto, così come lo sono nei confronti dei libri che leggono e dei film che vedono. I fumetti, anche quelli cosiddetti "popolari" che si acquistano in edicola (non era un fumetto "popolare" anche Ken Parker? :-), sono considerati una forma di espressione artistica, o non devono comunque mai scendere al di sotto di un determinato livello qualitativo.

A che cosa si deve questo mutamento di attese? Proprio al fatto che, nel corso del tempo, gli stessi autori (sia gli sceneggiatori che i disegnatori) hanno elevato la qualità dei loro prodotti, pur continuando magari a scrivere per testate sottoposte alla ferree regole della serialità mensile. Sono loro stessi, per così dire, ad averci "viziato" :-), così come ci hanno ormai viziato i prodotti Vertigo o certi manga... E' lecito però chiedere sempre di più? Come ho già detto, è irragionevole pretendere una costante qualità medio-alta da testate per le quali vengono prodotte (fra serie regolare, speciali, giganti e almanacchi!) fra le 12 e le 16-17 storie l'anno ed è quindi del tutto comprensibile che a dei capolavori si alternino dei numeri decisamente deludenti.

Quale "soluzione" adottare, dunque? A mio parere, la soluzione potrebbe consistere nell'imboccare, almeno in alcuni casi, la strada delle serie autoconclusive, le quali consentirebbero agli autori di sbizzarrire la propria creatività con nuovi personaggi e nuovi universi narrativi, e garantirebbero al tempo stesso ai lettori quella varietà che qualunque serie, una volta superato un certo numero di storie, non riesce ad offrire che sempre più sporadicamente.

Ma questo, ovviamente, è un argomento per un altro dibattito ;-)
 

 


 
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