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Il Caso Nicola Mari
di Vincenzo Oliva

Il recente Dylan Dog 141 ,"L'angelo sterminatore", ha riproposto all'attenzione dei lettori uno dei più controversi disegnatori degli ultimi anni: Nicola Mari.

Per poter affrontare serenamente i motivi di questo suo essere controverso e del suo difficile rapporto con i lettori è bene aver chiaro un aspetto basilare: il tratto, il modo di disegnare di Mari può non piacere - personalmente non lo amo particolarmente - tuttavia è innegabile la sua statura di artista vero, che sorpassa ampiamente il livello di un buon disegnatore, ed anche quello di un ottimo disegnatore.

Certo, l'arte di Mari non è immediatamente e facilmente riconoscibile come tale; non è, per intendersi, l'arte calligrafica, immediata, evidente vien voglia di dire, di un Claudio Villa, un altro dei certo non molti artisti veri operanti non solo in ambito Bonelli, ma del fumetto in generale; o il trionfo barocco, la festa degli occhi rappresentata dalle tavole di un Paolo Eleuteri Serpieri.

Sia Villa che Serpieri sanno farsi riconoscere da subito, dalle prime impressioni visive che danno, per gli artisti che sono; il valore del loro disegno "assale" l'occhio del lettore. E, sia chiaro, questo non è assolutamente un difetto o una caratteristica che diminuisca la loro opera.

D'altro canto, non può - non dovrebbe - essere imputato come difetto a Mari il suo essere artista di ben più difficile riconoscibilità. Il suo disegno, posto di fronte al lettore, sembra avere il potere di metterlo in crisi: chi legge ha l'impressione di essere al cospetto di qualcosa di sgradevole, che "offende" l'occhio ed il primo impulso (e spesso purtroppo anche l'impulso definitivo) è di rifiutare il disegno di Mari come fosse tirato via, scarsamente curato, o addirittura la prova di chi sia scarsamente versato nel disegno!

Il problema di Mari è che la sua arte non si fonda sul bello, ma piuttosto sull'evocazione di sentimenti forti nell'animo di chi osserva; e dal momento che quasi sempre i sentimenti che il suo tratto va da evocare sono sentimenti sgradevoli, per il lettore è una tentazione sin troppo facile e scontata passare ad un'equazione che lo porti dalla sgradevole emozione provata a trovare sgradevole il disegno stesso. Valga come esempio (tra i tanti possibili), il modo in cui Mari caratterizza Big Sam alle pagg. 51-57 di Nathan Never 8 "Uomini Ombra", dove egli raggiunge in modo perfetto il risultato di rappresentare l'orrore impersonato da questa figura, senza alcun compiacimento di maniera, senza mai cadere nella facile tentazione di rendere questo orrore accattivante, simpatico, come a volte accade in certi ammiccamenti allo splatter in Dylan Dog, ad esempio. Big Sam è un personaggio che deve fare orrore e tale Mari lo porge ai lettori, con maestria innegabile, cogliendo tutta la carica del personaggio.

Ancora si potrebbe citare il sottile senso di angoscia, la ripulsa istintiva, che si prova nella resa grafica del personaggio di Vlad Shreck in Nathan Never 26 "Vampyrus". Shreck è e deve essere un personaggio angosciante, donare un senso di fastidio epidermico e Mari fa tutto quanto in suo potere per rendere il più evidenti e potenti possibile questi aspetti. E, di nuovo, coglie pienamente nel segno.

E neppure si può disconoscere il fatto che il suo tratto sia di certo il più indicato a rappresentare quella dimensione introspettiva del personaggio Nathan Never che è quasi il marchio di fabbrica dell'agente Alfa. Il volto sofferto, gli occhi che sembrano raccogliere in se tutti i mali e le sofferenze del mondo (il modo di Mari di disegnare gli sguardi è incredibilmente suggestivo, egli riesce ad evocarvi, quasi magicamente, tutti i dolori del personaggio). Il "suo" Nathan Never è di certo quello che appare aver provato i maggiori tormenti, verrebbe da dire il Nathan "ideale".

Non meno suggestivo è il suo Dylan Dog. Mari restituisce all'indagatore dell'incubo la sua pura dimensione orrorifica, quella dimensione spesso scavalcata dagli aspetti romantico-adolescenziali del personaggio (e questo è più evidente nella storia contenuta nel Dylan Dog Gigante 5: "Serial Killer", che non in Dylan Dog 123 "Phoenix").

Paradossalmente, dunque, è proprio la sua superba capacità di rendere le emozioni suscitate esattamente aderenti alle necessità narrative ed al personaggio a creargli difficoltà ad essere accettato. Per tornare al paragone iniziale, Villa non ha il minimo problema a vedersi riconosciuti i suoi giusti meriti: la plastica perfezione del suo disegno, perseguita con precisione assoluta, maniacale addirittura, consegna in modo immediato al lettore la puntuale percezione della grande capacità che ha Villa di rappresentare fisicamente e caratterialmente ogni minima sfaccettatura del personaggio (e talvolta l'assoluta perfezione delle sue anatomie rischia perfino di mettere in ombra il suo talento nel rappresentare con non minore abilità gli stati d'animo). Per Mari una simile considerazione risulta, ovviamente, impossibile. Il suo stile scabro, che non si presta al minimo compiacimento estetico (che sembra anzi rifuggire simili compiacimenti), non punta al soddisfacimento visivo prima che a quello emotivo.

Villa giunge a dare l'emozione dell'arte attraverso l'impatto che il suo tratto ha sul senso della vista; il tratto di Mari deve fare a meno di questo passaggio ponte per arrivare a comunicare l'emozione del disegno al lettore; in un certo senso questi deve fare "più lavoro" per arrivare a farsi coinvolgere dalla magia del disegno. Ciò, ovviamente, rende molto più ostico, per il lettore che non possa o non voglia compiere sforzi eccessivi, arrivare ad una piena comprensione dell'estetica di Mari che non a quella di Villa. In tutto questo, nell'ultima prova di Mari per Dylan Dog, il citato n.141, è intervenuto un fatto nuovo e spiazzante.

Sin dal Club dell'Orrore i lettori vengono avvertiti come, per questo nuovo lavoro, egli avrebbe cercato una supposta sintesi tra il suo stile troppo artistico (e per questo inadatto ad un pubblico vasto come quello di Dylan) ed una presunta maggiore leggibilità.

In realtà è apparso chiaro come questo teorico tentativo di amalgamare arte e popolarità abbia portato ad un risultato ambiguo se non del tutto insoddisfacente. La presunta maggiore leggibilità è scarsamente avvertita, e in compenso si viene a perdere quell'intensità straordinaria di emozioni che il suo tratto - giustamente definito ermetico nel Club dell'Orrore - aveva sempre saputo trasmettere a chi avesse voluto fare lo sforzo di accorgersene.

Il problema che si pone è se tale novità sia il risultato di un legittima, ancorché involutiva (per quel che si è visto), ricerca di nuove strade espressive da parte dell'autore, fosse anche una ricerca dettata da una sorta di autocensura impostasi da Mari; o piuttosto il risultato di una somma di pressioni da parte del pubblico e persino dell'Editore.

Nell'un caso come nell'altro è auspicabile che Mari possa e voglia tornare sui suoi passi (o intraprendere ancora nuove strade, libero da condizionamenti propri o esterni), che possa tornare ad esprimersi "ermeticamente" se è questo che il suo senso artistico impone.

E, forse (ma forse sarebbe pretendere oltre i suoi compiti naturali), l'Editore potrebbe pensare a modi per sensibilizzare i lettori più distratti all'apprezzamento degli sforzi di uno dei suoi artisti di maggior spessore.
 

 


 
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