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Dopo Galep, anche l'altro papà di Tex ci ha lasciati il 12.1.2001. Pubblichiamo un ricordo di Mauro Boselli.

L'uomo con la cravatta di cuoio
di Mauro Boselli

Prima di Clint Eastwood e del suo sceriffo a Manhattan, per me l'uomo dalla cravatta di cuoio era Giovanni Luigi Bonelli.

Possiedo anch'io un paio di quelle stringhe da annodarsi al collo con fermagli indiani e western di vario tipo, che lui mi regalò. E forse per questo un giorno, passando davanti a un negozietto etnico in una località di villeggiatura, mi fermai a comprarne un'altra con un bel fermaglio stile testa di bisonte, o forse di longhorn morto di sete nel deserto, tanto simile a quelli di cui sono costellati i fumetti western negli angoli in basso delle vignette panoramiche. Ma, ahimé, le mie cravatte di cuoio sono in qualche cassetto. Io non ho evidentemente il talento di saperle indossare senza risultare alquanto fuori posto. Lui, invece, stava da Dio.

Scrittore di fumetti nato e vissuto a Milano, si trasfigurava per forza interiore in un duro dello schermo, in romanziere- avventuriero internazionale, in cowboy (vedere, per credere, le foto da me scelte per illustrare un altro ricordo di G.L. Bonelli che comparirà a marzo sul Dampyr n.12): sembrava nato con lo Stetson in testa, la stringa indiana annodata al collo, il gilet e la pistola. Dovendo fare il casting di un film, l'avrei scelto per interpretare un ranchero, uno di quelli che si è fatto da sé e che ha strappato la terra agli indiani , ma che tuttavia li ha sempre rispettati. Come i rancheri di "Bonanza", "Ai confini dell'Arizona" o "Il Grande Paese"; ma non i rancheri buoni e imborghesiti, bensì quelli che la civiltà non è ancora riuscita a domare e che si comportano nei salotti come si comportavano da giovani nella prateria, con vigorosa irruenza e simpatia indiavolata..

Come va, hombre?, era il suo saluto, subito accompagnato da un virile pugno nello stomaco per saggiare la durezza inflessibile (si fa molto per dire) dei miei addominali. E poi cominciava una conversazione-racconto (io stavo perlopiù ad ascoltare) fatta di ricordi, commenti e avventure, il tutto vigorosamente colorito dalla sua impareggiabile e fantasiosa parlata, la stessa che, in forma più edulcorata, appare nei suoi fumetti. Fu proprio quello stile di dialogo, secco, incisivo e realistico, da duri, ma anche brillante, straripante e immaginoso, da vero scrittore, a fare la differenza tra i fumetti di Bonelli e quelli degli altri; Tex era roba per ragazzi sgamati, per giovani adulti, mica per bambocci! Di sicuro era così, in modo duro e assieme romantico, che parlavano i cowboys! Di sicuro era così che agivano e si vestivano! Tex, deciso, scattante, ribelle e aggressivo, dotato di sano buonsenso e insofferente di ipocrisie e pastoie burocratiche, era la versione data da G.L.Bonelli dei divi western dello schermo, alla Gary Cooper e alla John Wayne, e degli amati eroi dei romanzi di Ernest Haycox e Luke Short. In realtà, Tex era proprio G.L. Bonelli, quello che aveva voluto essere, con volontà degna di un Vittorio Alfieri, e quello che era diventato: un uomo libero, un individualista orgoglioso e sicuro dei suoi talenti. G.L. scriveva come Tex sparava. E colpiva sempre nel segno.

Qualcuno ha scritto, in questi giorni, che Tex è un antitaliano, come lo è Montanelli, come lo è Bonelli, nel senso che tutti costoro sono appunto contro il politicamente corretto, la mediazione, l'ipocrisia, l'intrigo, il voltagabbanismo, che sembrano, purtroppo, segni distintivi del nostro carattere nazionale. Ma proprio per questo Tex è amato, da me e da tutti coloro che lo leggono ogni mese. Tex è quello che vorremmo essere e non siamo. E, a differenza di noi tutti, G.L. Bonelli aveva una marcia in più: lui era davvero come il suo eroe.

Alla funzione funebre che si è tenuta a Milano, il figlio Giorgio aveva stampato per gli intervenuti un piccolo ricordo con alcune romantiche poesie del grande vecchio e una sua foto scattata sul finire degli anni Ottanta, che lo ritraeva, finalmente, sullo sfondo della Monument Valley (in cui stava naturalmente molto a suo agio, come se fosse un vecchio Navajo, come se fosse John Ford). Sulla bara c'era uno degli Stetson della sua collezione, quello bianco. Ho pensato: come va, hombre? E ho sperato di sentire: muy bien!

L'immagine di quello Stetson è entrata nella fantasia del disegnatore Alessandro Baggi, che nei giorni seguenti ha disegnato delle bellissime tavole, sgomente, ma senza retorica, su quel triste momento: al termine dell'ultima tavola il cappello bianco, emblema di tutti i Buoni del Vecchio West, vola via solitario verso le tenebre della Notte. Non resta altro da dire. L'uomo se ne è andato, ma la sua fantasia rimane con noi e ci accompagna. Adiòs!
 

 


 
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