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La Sergio Bonelli Editore non naviga – creativamente – in acque ottimali. Forse perché, infine, pare aver davvero realizzato quella visione di se stessa che hanno i suoi detrattori. E allora è forse giunto il momento che recuperi la propria identità di motore innovativo del fumetto “popolare” italiano e torni a confutare nei fatti i critici dalla memoria storica corta.

E’ tempo di uscire dalle secche di una creatività rinunciataria, incagliata, che ha portato alla tanto dibattuta “crisi”.

Un breve sguardo: alla storia, alla situazione, alle prospettive, alle speranze.

di Vincenzo Oliva

Chi abbia seguito negli ultimi anni le discussioni sui forum e i newsgroup italiani dedicati all’universo fumettistico avrà talvolta letto attacchi, anche veementi, al maggior editore della penisola: Sergio Bonelli Editore, spesso dipintovi come il Grande Male storico dell’editoria italiana delle nuvole parlanti.

Ora, se è facile e quasi ovvio, direi, criticare il presente bonelliano e rilevare la "crisi" bonelliana, qualora ciò oltrepassasse i limiti del presente e della crisi si porrebbe in una prospettiva storicamente errata. Storicamente, la SBE non è la rovina del fumetto italiano, quanto se mai la sua forza. Storicamente, nessun editore è stato costantemente innovativo per il fumetto popolare in Italia quanto Bonelli. A partire da Tex, personaggio di una modernità inaudita e quasi scandalosa nelle edicole dell'Italia dei Piccoli Sceriffi. Il primo Tex, in edicola, aveva l'impatto che avrebbe avuto Spider Jerusalem se vi fosse arrivato (e se il mercato ne avesse decretato la sopravvivenza). Il primo Tex era un western revisionista con almeno un quindicennio di anticipo, e scritto con un linguaggio vivo, immaginifico e ricco d’inventiva quanto quello usato nei fumetti avventurosi coevi era quasi sempre asettico e incolore.

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Inizia la Grande Avventura di Tex
disegni di Galep (c) SBE

La politica di innovazione è poi proseguita. Saltata, probabilmente per inclinazione personale, la principale rivoluzione avvenuta nelle edicole italiane, quella rappresentata da Diabolik capofila dei "neri", Bonelli ha portato in edicola Storia del West, serie senza un protagonista fisso e che svecchiava ulteriormente il topos avventuroso per eccellenza;
"La SBE attraversa una profonda crisi creativa... ma la sua storia è ben diversa"
   
Mister No, un personaggio che se oggi fosse scritto sfruttandone le potenzialità (un antieroe vero, non per posa ma per risultato delle sue azioni, convincimenti, eventi vissuti; umano, ecologista ante-litteram, immerso in uno dei pochi scenari al mondo che conservi intatto il fascino dell’avventuroso e tuttavia squisitamente attuale) e fedelmente rispetto al suo spirito originario, sarebbe ancora adesso tra i più moderni in circolazione, e non solo in Italia: l’annunciata chiusura di Mister No dopo anni di vendite al ribasso e storie via via sempre più esangui è forse il sintomo più evidente della confusione editoriale della SBE;
"Un errore abituale, ricorrente, rituale: accettare fatalisticamente come inevitabile la naturale crisi che può intervenire per ogni personaggio... e non fare nulla per contrastarla"
   
Ken Parker con il suo tragitto umano evolutivo, fortemente nuovo per l’edicola sotto il profilo formale e sostanziale; Martin Mystère e Dylan Dog, due percorsi di reinvenzione del fantastico, di inserimento e rielaborazione di suggestioni letterarie, cinematografiche all’interno del medium fumettistico nel suo duro aspetto seriale; Bella e Bronco , che anticipa alla metà degli anni '80 la suggestione di vedere certi stilemi dei telefilm in una serie a fumetti, e forse anche per questo fallisce, ma che resta una delle migliori proposte portate in edicola dalla Bonelli.

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La ristampa di Storia del West
disegni di Gino D'Antonio (c) SBE

L'inerzia arriva fino agli anni '90, quando in Nathan Never (almeno per i primi quattro, cinque anni), oltre alla fusione e rielaborazione di quasi tutto lo scibile fantascientifico, autori e disegnatori propongono le migliori eccezioni alla cosiddetta gabbia bonelliana. In seguito il caos redazionale e la crisi iperproduttiva in cui è venuta a trovarsi la testata (a tutti gli effetti ormai quasi quindicinale) ne hanno minato le notevoli potenzialità.
"Nathan Never e Legs: spinte all'innovazione troppo presto "normalizzate"..."
   
Così anche la prima Legs, diciamo per una trentina di numeri, è un personaggio brillante, interessante: tutto fuorché banale; glamour cercato ed esibito a parte, sono molti gli episodi genuinamente surreali, comici, innovativi per il fumetto seriale da edicola; fin che poi la serie verrà appiattita, salvo eccezioni sempre più rare, in una teoria di banali storielle gialle l’una uguale all’altra, e condotta all’inevitabile annuncio della chiusura.

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Un Uomo un'Avventura: cover n.1
disegni di Sergio Toppi (c) SBE

Tutto questo per non citare gli esperimenti più coraggiosi, come "Un uomo un'avventura" che tenta di portare in edicola un fumetto non seriale, e forse non da edicola (probabilmente uno dei talloni d'Achille di Bonelli è il suo attaccamento assoluto all'edicola, che è certamente luogo d’elezione del fumetto seriale, ma che certamente potrebbe essere abbandonata per formati e collane specifiche, appositamente concepite per, e più adatte alla collocazione in libreria).

"SBE tomba dell'innovazione: il "caso" Ken Parker, maximiniserie, cartonati a colori di grande formato in edicola... una tomba sorprendentemente vivace"
   
E' solo intorno alla metà degli anni '90 che questo oliato meccanismo si inceppa. Naturale stanchezza sopraggiunta al vertice della casa editrice? Creativamente si osserva un evidente declino, anche se, come ogni declino, esso è lungi dall'essere uniforme. Se testate classiche e storiche come Tex, Martin Mystère e Dylan Dog sembrano aver esaurito, salvo occasionali eccezioni, la loro spinta, la loro capacità di interessare, e se Mister No è già oltre, Zagor mantiene uno standard dignitoso quando non eccellente, e dopo aver attraversato, molti anni fa, una fase non dissimile da quella attuale di Tex, Martin Mystère e Dylan Dog, a dimostrazione, o quanto meno a forte possibilità, che i declini fatali e inarrestabili sarebbero solo nel pensiero di chi vi si arrende. Se Brendon appare una fantasia priva di corpo, Magico Vento è forse il miglior fumetto seriale in circolazione oggi in Italia (e probabilmente non solo in Italia). Se Julia ci si mostra come la - sontuosa - resa di Giancarlo Berardi alle regole di una stretta serialità,
"La felicissima anomalia Gea: una serie che contravviene quasi ogni preteso canone bonelliano"
   
Gea ha rappresentato a lungo un enigma: la licenza di evadere dai canoni percepiti come la Bonellianità concessa al suo autore appariva pressoché totale, ma a quanto pare l'anomalia viene ora ricondotta entro i termini di una maggiore osservanza di tali canoni. Infine, la maturazione di Paolo Bacilieri, uno dei migliori talenti italiani, è tutta frutto della sua riuscita/confronto con la gabbia bonelliana all’interno di una serie come Napoleone.

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Il vivido linguaggio di GL Bonelli su Tex,
poi spesso censurato e infine dimenticato

disegni di Galep (c) SBE

In definitiva, creativamente e editorialmente la "crisi" bonelliana è sfuggente se intesa come fenomeno coerente, ed appare in realtà una crisi personale e non del modello. Una crisi naturale dettata dall'irrigidimento e dall'accrescersi di idiosincrasie e convincimenti di Sergio Bonelli - sicuramente in seguito alle deludenti risposte del pubblico alle iniziative maggiormente innovative - e che più si riverberano su serie che, per rilevanza storica o editoriale, e per stanchezza degli autori, si trovano più direttamente controllate.
"Una gestione creativa legata indissolubilmente alla figura dell'Editore"
   
Questa umana e naturale stanchezza starebbe ormai traducendosi in una generalizzata crisi commerciale, che per le caratteristiche del modello può ancora non essere irreversibile (e sia detto en passant: il mistero che di norma circonda i dati di vendita dei fumetti in Italia certo non è indice di un modo sano di concepire e gestire l’aspetto commerciale del medium).

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Cover del Tex Gigante n.1
disegni di Galep (c) SBE

Il modello bonelliano, se vogliamo cercare di individuarne uno, era ed è, infatti, un modello dinamico. Che esperimenta. Il formato bonelliano classico come lo intendiamo oggi è frutto di un'intuizione e "rivoluzione" nel 1958, quale che sia il motivo che ne portò all’adozione.
"Immobilismo bonelliano? serie a termine, riviste di vario genere, serie che anticipano di vent'anni l'utilizzo di certi meccanismi dei telefilm... forse anche graphic novel"
   
Ma da allora e fino agli anni '90 Bonelli non ha smesso di sperimentare. Nel corso degli anni, omettendo di parlare della qualità dei contenuti, ha portato in edicola miniserie (o maximiniserie) come Storia del West e quanto altro è apparso nella Collana Rodeo; una collana brossurata di grande formato come "I protagonisti del west", opera di un solo autore, Rino Albertarelli; i grandi cartonati a colori di "Un uomo un'avventura"; riviste come Full, Orient Express (che rileva) e annessi e connessi, Pilot - e annessi e connessi - in collaborazione con la Dargaud;

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Mesilla, ultimo episodio di Bella e Bronco,
serie che avrebbe meritato migliori disegni e,
soprattutto, miglior fortuna

cover di G. D'Antonio (c) SBE

Bella e Bronco con la quale sperimenta (con risposta disastrosa del pubblico) un formato diverso dal solito, un po’ più grande e con meno pagine; gli almanacchi, che al loro apparire sono una vera e propria fusione tra standard bonelliano e rivista di informazione varia e attinente al personaggio protagonista della testata; Zona X , per molti versi la rivista contenitore vicina al formato bonelliano standard, e che avrebbe meritato miglior fortuna (e migliori storie, in parecchie occasioni); per chiudere con una collana coraggiosa come "I grandi comici", poi interessata da scelte quanto meno discutibili, che ne hanno decretato un sostanziale ridimensionamento e virtuale scomparsa.

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Zona X: un "esperimento" che avrebbe meritato miglior fortuna
(e spesso anche storie migliori)

disegni di Giancarlo Alessandrini (c) SBE

Il vero modello bonelliano è questo: innovazione. Certo, con e su una base stabilizzatasi come tradizionale (l'albo formato Tex gigante di 94-110 pagine), quella che si è rivelata vincente nel tempo e ancora tiene. Il fallimento di molte di queste innovazioni (spesso dovuto a carenze che poco avevano a che fare con le formule e molto più con i contenuti o con una mancanza di adeguata promozione) deve via via aver fatto maturare il convincimento che una sola fosse la strada da percorrere.
"Troppo successo e uno: l'arrocco sui migliori risultati... fino a disconoscere l'evidenza dell'intervenuta non rispondenza del modello alla realtà contemporanea"
   
Da qui, probabilmente, l'arrocco su certe posizioni, che oggi appaiono più rigide di trenta, cinquant'anni fa. Ed ecco perché Brad Barron al lettore dell’anno 2005 non si rivela come un che di già visto oggi, ma in base agli standard della fantascienza del 1956.

Un’altra accusa che spesso si ha modo di leggere è quella di aver fondato un monopolio. Tale affermazione contiene sicuramente degli elementi di verità, ma non è meno paradossale per questo. In pratica si accusa la SBE di essere stata più brava di altri, perché in definitiva è quanto è avvenuto:
"Troppo successo e due: colpevole di aver rappresentato un modello di eccellenza troppo difficile da eguagliare!"
   
per qualità media e varietà dell’offerta, Sergio Bonelli è l'unico che si sia dimostrato capace di mantenere un volume di vendite sufficiente a garantirsi - e molto bene ancora oggi - la sopravvivenza nel duro mercato delle edicole, e di saper tenere aperto il dialogo con i lettori. Certo, con il risultato che la sua odierna crisi creativa praticamente si traduce nella crisi del fumetto popolare in Italia.

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I Protagonisti del West: quasi un'enciclopedia
disegni di Rino Albertarelli (c) SBE

Con tutta la crisi, con tutta la diminuzione delle vendite, gli albi bonelli restano infatti i più venduti. E non solo: il più venduto in assoluto resta il più vecchio, quello che teoricamente è il più sorpassato (e teoricamente il più monolitico): Tex. E ciò ad onta del costante declinare da un decennio circa, salvo eccezioni, del livello delle storie. Tuttavia, il trend tende all'ulteriore contrazione, il primato di Tex nasce dalla sua storia passata, e non è di alcun conforto: se mai di preoccupazione per il suo farsi più esiguo.

"Una crisi al cui orizzonte non si intravedono alternative di peso equivalente"
   
Aspetto ancora meno confortante è che all’orizzonte non si intravede qualcun altro in grado di "sfondare". In effetti sarebbe bello se il problema del fumetto italiano (e del fumetto in Italia, cose che hanno aree sovrapponibili ma non sono certo coincidenti) fosse Bonelli e la Bonelli. Che i loro problemi li hanno, e si vede dall’andamento in edicola delle varie testate. Il problema, però, è che nessuno riesce a far meglio. Il problema è che in passato nessuno ha saputo reggere il passo di Bonelli (quali che ne siano state le cause), e questa non è una colpa dell’editore milanese, ma un suo merito. Il problema è che nessuno pare in grado di fornire un'alternativa al declino di Bonelli.
"Prendere atto che la realtà del fumetto e quella circostante al fumetto sono mutate... per tornare alla radice autentica della propria tradizione: rispondere a tali esigenze"
   
Forse, perchè le potenzialità del suo modello restano ancora più che valide, e si dovrebbe in realtà tornare, da parte di tutti, a sfruttarle appieno, o più esattamente a farne un uso corretto e consapevole, ad esplorare tutte le strade che questo offre, ad adattare il modello alla sensibilità in evoluzione dei tempi, cosa che in passato avveniva: forse non si dovrebbe negare la propria storia, senza per questo fossilizzarsi su di essa, chiaramente. A mostrarsi sorpassati, si finisce per essere visti sempre come tali, anche quando si pubblicano proposte dinamiche e qualitativamente di alto profilo. Forse, si dovrebbero ricercare i modi migliori di promuovere il proprio lavoro, ci si dovrebbe rilanciare nella percezione che i lettori, effettivi e potenziali, hanno della casa editrice.

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I Grandi Comici: umorismo bonelliano a colori!
disegni di Giorgio Cavazzano (c) SBE

Si dovrebbe avere - tornare ad avere - più coraggio, sotto molteplici aspetti, non solo quello editoriale e promozionale, ma anche psicologico, di coscienza del valore del proprio lavoro. Vorrei fornire un esempio, forse banale ma, credo, indicativo: su Zagor, con il numero 478 (collana Zenith 529, maggio 2005) si è conclusa una storia di Moreno Burattini in ben cinque albi ("Piramide di sangue", ZG 474-478), un vero e proprio megaromanzo d'avventura, tutt'altro che esente da pecche, eppure piacevole (le prossime righe possono contenere spoiler).
"Alla luce di certi fatti, oggi si avrebbe il coraggio di pubblicare il Tex del 1948?"
   
Ma non è questo il punto. Il punto è che nel primo albo della saga, Burattini, con l'ottimo supporto di Gallieno Ferri ai disegni, mostra un sacrificio umano azteco con una buona dose di crudo realismo: una scena molto ben sceneggiata, molto ben raffigurata, e perfetta per caratterizzare personaggi e ambientazione della storia. Un pezzo di bravura degli autori. Nel terzo albo della saga, Sergio Bonelli riferisce nella rubrica della posta di aver ricevuto una ... civile, ma decisissima protesta da parte di un lettore in merito a tale scena. Una altrettanto civile e decisissima difesa degli autori e della piena legittimità artistica di una scena perfettamente giustificata dalle necessità narrative e di caratterizzazione è quanto sarebbe stato auspicabile; sicuramente molto più auspicabile della difesa vagamente imbarazzata fornita, quasi a scusarsi per aver compiuto al meglio il proprio lavoro di intelligenti e capaci intrattenitori. E ad impegnarsi nel non compierlo in futuro?

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La recente storia quintupla firmata Burattini&Ferri
disegni di Gallieno Ferri (c) SBE

Tutto questo riporta al nucleo della questione: il problema non risiede nel modello in sé, che anzi potenzialmente potrebbe essere riempito di tali e tanti contenuti da lasciare indietro qualunque altro modello di fumetto seriale; il problema risiede nel processo di scelta di quei contenuti, nella promozione del proprio lavoro, nella valorizzazione di un patrimonio di competenze professionali che ha pochi eguali al mondo e in un rinnovato coraggio nelle proprie scelte, da quelle più piccole alle più impegnative.

"Valorizzare e non svilire le risorse della casa editrice... valorizzare e non svilire i punti di forza della sua tradizione: recuperare la voglia di rischiare, con la consapevolezza che il gioco di difesa si sta traducendo in un prolungato declinare creativo e commerciale
   
Quel che si dovrebbe ricordare in via Buonarroti è che potenzialmente ogni albo bonelliano è l'equivalente di un vero e proprio romanzo. O, sfruttando appieno la serialità e le possibilità offerte dallo spalmare una storia o un ciclo fortemente collegato di storie su più albi, più albi bonelliani hanno quello di un arco narrativo di un telefilm. Potenzialmente un albo o una serie di albi bonelliani contengono tale e tanta di quella narrativa, da poterci fare e dire qualsiasi cosa. Il vero problema è quello che ci viene messo dentro, che troppo spesso è condizionato da pali, paletti e idiosincrasie che lasciano il lettore vagamente perplesso quando non propriamente esterrefatto. Oppure, peggio, assuefatto. E che lo stanno lentamente ma inesorabilmente allontanando dagli albi e dai personaggi dell’Editore.

Negare queste potenzialità è un delitto. Così come rivendicare qui con forza i meriti passati non significa negare la piattezza del presente; e se mai sferzarla, e, se ciò non suona troppo retorico (benché lo sia ;-)), richiamare l’Editore alla centralità propulsiva della sua missione.

 

 


 
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