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Bonelli in crisi?
di Vincenzo Oliva

Da ormai molto tempo, i più avvertiti e sensibili tra i lettori provano preoccupazione alla lettura mensile degli albi Bonelli.

Al di là di quella che è una fin troppo facile battuta, è innegabile che questo biennio 1997/98 - che si avvia alla conclusione e che ha visto il massiccio esordio di nuove testate e l'annuncio di altre per il 1999 - abbia rappresentato per la SBE un periodo di regresso artistico ormai preoccupante; e che un certo malessere abbia cominciato ad insinuarsi tra coloro che alle pubblicazioni sono affezionati e vorrebbero vederne un continuo miglioramento (malessere che, probabilmente, non è e non sarà ancora avvertito a lungo da una consistente fetta del pubblico bonelliano: quella che al di fuori della storica etichetta di via Buonarroti legge poco e nulla e che della casa editrice stessa non legge che pochi titoli e da questi cerca solo di ricavare una facile lettura senza troppi pensieri).

Certo questo non è vero per tutte le pubblicazioni in blocco, e tra le note liete c'è' stato anche l'eccellente esordio di Napoleone, tuttavia, soprattutto a chi legga tutti gli albi, non può essere sfuggita un'impressione generale di stanchezza e invecchiamento creativo che ha colpito un po' tutte le testate storiche e non, finendo per coinvolgere anche quelle neonate, con la citata eccezione del bel personaggio di Ambrosini.

"Ognuno dei personaggi sembra avere motivazioni specifiche per la propria attuale situazione di crisi (..)"
   
Ognuno dei personaggi sembra avere motivazioni specifiche per la propria attuale situazione di crisi. Eppure, la concomitanza degli eventi critici non può non far riflettere e ricercare una causa comune al di là delle singole cause, che in realtà hanno finito solo per aggiungersi a quella principale, aggravandola.

Primo: invecchiamento dei moduli narrativi.

Esempio lampante e prova certa ne sono le nuove testate, nate già "vecchie" narrativamente, a parte Napoleone. Né Magico VentoBrendon offrono idee o soluzioni stilistiche nuove, limitandosi a ricalcare schemi già abbondantemente usati (Dylan Dog ad esempio, per Brendon) o, nel caso di Magico Vento, a riciclare all'infinito la stessa idea: la splendida prova del recente n.16 "La grande visione", necessita di conferme per poter rappresentare una vera inversione del trend della serie. Quanto a Julia, questo n.1, per quanto di pregevolissima fattura, è davvero troppo poco per cominciare ad esprimere un giudizio.

"Primo: invecchiamento dei moduli narrativi."
   
Non meno esemplare in tal senso è stata la chiusura di Ken Parker. Con la fine delle pubblicazioni di uno dei fumetti seriali più innovativi, per contenuti, soluzioni grafiche, ricerca continua di nuove vie espressive, la crisi attuale è divenuta assolutamente chiara. Giancarlo Berardi ha abbandonato al suo destino il personaggio che gli ha dato la fama ed il consenso della critica, per concentrarsi su Julia. Resta da sperare che con quest'ultima non intenda andare, semplicemente, alla ricerca di quel successo di pubblico che gli è mancato.

Le altre testate si affidano al gran mestiere dei loro autori che, pur fotocopiando, o quasi, mese dopo mese, le storie precedenti, riescono ancora a confezionare prodotti dignitosi (e qualche rara volta perfino buoni). A monte di questo invecchiamento creativo sta la fine della ricerca di nuove vie espressive, la fine di una sperimentazione e di una capacità di rinnovarsi che ha resistito ancora fino a pochi anni fa.

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L'attuale "formazione" di Casa Bonelli (c)1998 SBE (disegno di Villa)
Per fare dei brevi esempi: Tex, alla sua nascita, è stato un fumetto notevolmente innovativo per forma, linguaggio e contenuti, un fumetto in buona misura "eversivo"; con il tempo, pur finendo per diventare un classico ed un monumento a se stesso, non ha perso del tutto la capacità di rinnovarsi; e ne sia testimonianza la ventata di novità portata qualche anno fa da Mauro Boselli con la storia sul passato di Carson. Oggi, però, lo stesso Boselli rischia di rifugiarsi nella tranquillizzante normalità del canone stabilito a suo tempo da Bonelli senior, canone che nella sua epoca ha rappresentato una via innovativa, ma oggi appare distaccato dalla realtà. L'omaggio e la fedeltà nella forma ai moduli narrativi bonelliani finiscono per tradire nella sostanza la lezione del creatore di Tex. Ben altrimenti fedele - e proprio arrivando ad innovare in profondità la lezione ricevuta - si è dimostrato con le sue storie di zio Paperone, Don Rosa nei confronti della tradizione barksiana.

Nathan Never, partito come una pubblicazione sicuramente originale nei contenuti - per un fumetto di fantascienza seriale - si sta adagiando lentamente ma costantemente su soluzioni ripetitive, su moduli contenutistici che si rifanno a certa fantascienza avventurosa di seconda fila e facile fruizione e che permettono una buona resa media artigianale, ma nulla di più. E' come se l'albo avesse perso la sua brillantezza creativa in favore di una resa media sufficiente delle storie.

Nick Raider è stato sacrificato sull'altare di Tex. La scelta è, ovviamente, più che legittima considerando quale sia l'importanza strategica di Tex per la casa editrice; tuttavia il Nizzi di Tex non è lontanamente paragonabile a quello che con Nick Raider aveva trovato la sua dimensione ideale e che stava portando il personaggio ad assumere una fisionomia ed una personalità ben delineate e che pur restando nei binari di una tranquilla tradizione aveva raggiunto una piena maturità dei suoi mezzi espressivi: gli ultimi Nick Raider scritti da Nizzi sono dei mistery solidi, ben strutturati, mai banali; con psicologie ben delineate e un impianto narrativo impeccabile dal punto di vista del genere. Oggi, a parte le occasioni in cui a cimentarsi nei testi è Gino D'Antonio - l’ancora brillante "padre" dell’indimenticabile Storia del West - la serie si limita per lo più a vivacchiare stancamente, proponendo storie quasi sempre inappuntabili nella forma, ma anche quasi sempre prive di tensione narrativa ed approfondimento psicologico: storie "vecchie" nel contenuto, nella forma, nelle idee, vecchie per essere state viste troppe volte, per la mancanza di una volontà di uscire da canoni prefissati.

Da questo panorama ingrigito si distacca - oltre al più volte citato Napoleone - Martin Mystère. Alfredo Castelli ha saputo mantenere la carica di novità del personaggio, rinnovandolo via via negli anni senza snaturarne le caratteristiche di fondo, ma aggiungendo strato su strato nuovi e sempre vivi aspetti a quelli già presenti; relegando nel dimenticatoio le caratteristiche più infantili del personaggio (arma a raggi ad esempio) e proponendo una visione sempre più "quotidiana" della sua vita, in una ricerca, che non sembra essersi interrotta, di avvicinamento a moduli che possano coniugare le migliori caratteristiche del fumetto seriale con il fumetto d'autore.

Purtroppo, però, una rondine (o due) non fa primavera; e al di fuori delle citate eccezioni non sembrano restare che buone intenzioni abortite.

Zona X - dopo una folgorante partenza nel periodo in cui si è avuta la contiguità con Martin Mystère, partenza ricca di storie originali per il panorama bonelliano, che ricercavano anche soluzioni narrative inedite per l'ambito del fumetto seriale - si è persa nella piattezza di serie che si sono trascinate sempre più stancamente fino ad oggi, in un deterioramento progressivo dei contenuti e in una progressiva banalizzazione dei personaggi. Si sono salvati in larga misura i "classici": tra le migliori cose della casa editrice negli ultimi tempi. La grande carica potenziale di novità rappresentata da Legs, invece, sembra perdersi in mille rivoli diversi privi di elementi unificanti di sintesi e, infatti, Antonio Serra ed i suoi epigoni non sembrano avere le caratteristiche adatte per dare alla testata una fisionomia ben definita e, ultimamente, paiono accontentarsi di replicare le idee e le soluzioni già viste; inoltre - se l'impegno da profondere nella gestione di Gea (il suo personaggio che dovrebbe nascere verso la metà del 1999) dovesse risultare molto gravoso - il possibile abbandono di Luca Enoch priverebbe la serie di un sicuro talento "eversivo" (nel recentissimo n.5 della terza serie di Sprayliz, Enoch riscatta in parte le storie precedenti che si avvicinavano pericolosamente ad una sua vera e propria "normalizzazione").

"Secondo: scarsa autonomia creativa degli autori."
   
Secondo: scarsa autonomia creativa degli autori.

Il secondo "peccato mortale" Bonelli di questi ultimi tempi (forse il più grave per importanza) è certamente la scarsa autonomia degli autori che traspare da molte, troppe serie. Scarsa autonomia da un "modulo standard" di scrivere che molti, troppi, di loro sembrano essersi dati.

Che l'Editore possa e debba esercitare un certo controllo su ciò che pubblica è legittimo; è però altrettanto legittimo che i lettori possano aspettarsi storie concepite in larga autonomia da chi le scrive e le disegna (soprattutto se l'Editore, come pare sia, lascia ormai un margine di libertà più ampio). Questo accade sempre meno di frequente a quel che si può "leggere" fra le righe delle storie pubblicate ogni mese. Negli ultimi due anni in modo particolare si sta assistendo a una progressiva omologazione dei criteri ispirativi di base delle varie testate: in modo particolare alla creazione di una vera e propria "morale standard" della casa editrice che sta rischiando di soffocare quella creatività che non può mai essere disgiunta da un testo scritto, fosse anche un testo scritto per i fumetti.

Da questa standardizzazione si salvano in larga parte (e comunque non sempre) solo Castelli - che riesce spesso ad aggirare lo scoglio evitando ogni coinvolgimento in soluzioni narrative che poi lo obblighino ad uniformarsi alle "regole" del resto della produzione e che, comunque non ha mai rinunciato ad esplorare nuove vie espressive ricercando una crescita continua del suo personaggio - ed Ambrosini, che, per sua e nostra fortuna, sembra godere di una singolare forma di "extraterritorialità", come se dovesse rappresentare (e probabilmente è così) il fiore all' occhiello della casa di via Buonarroti.

Non può, a questo punto, essere un caso che siano le medesime serie a "salvarsi" dalla prima come dalla seconda causa di crisi creativa: si tratta - ed è naturale - delle due facce della stessa medaglia: evidentemente solo Castelli e Ambrosini hanno la volontà, o sono interessati ad evitare le secche di questa ricerca quasi ossessiva di uniformità creativa. Neppure Tiziano Sclavi, con Dylan Dog, pare sottrarsi all'andazzo generale, ed anzi sembra quasi indulgervi con compiacimento. Per altro, essendo comunque un autore consumato e di provata intelligenza, ciò che produce mantiene un suo valore indubbio, pur con un sapore di antico e già provato. Sta di fatto che questa mentalità comune, che pare essersi creata in SBE, impedisce agli autori di cercare soluzioni alternative a quelle da tempo codificate ed ormai definitivamente usurate dal tempo, dal mutare delle mode, dalla loro continua iterazione.

Emblematico è il caso di Mister No. Con il n.241 "Vento rosso" era iniziato un difficilissimo tentativo di rinnovamento del personaggio, della serie e dei suoi criteri ispirativi e moduli narrativi. Indubbiamente il tentativo procedeva tra luci ed ombre e non era certo che sarebbe stato coronato da successo; tuttavia, il frettoloso intervento con cui si è deciso di riportare Mister No in Brasile, nelle ambientazioni "storiche" della serie, ha fatto definitivamente tramontare la speranza di portare a nuova vita il personaggio (e qui c'è anche lo zampino della nostalgia per il Mister No "amazzonico" di Sergio Bonelli stesso). Creativamente parlando il Mister No che vediamo in questi tempi è un personaggio finito. Non so se il ritorno alle origini risulterà premiante dal punto di vista delle vendite; certo non lo è dal punto di vista artistico: l'ennesima riproposizione di schemi usurati dalle decine e decine di volte in cui se ne è fatto uso non offre più nulla di valido.

Quello che Nolitta scriveva negli anni '70 e primi anni '80 per Mister No, ha rappresentato qualcosa di veramente nuovo per il fumetto italiano, oggi quello spirito ribelle e fresco, quel personaggio scanzonato ed iconoclasta non possono essere rappresentati dal continuo ripetersi delle situazioni che hanno fatto amare Jerry Drake quasi un quarto di secolo fa. Come per Tex, la monotona, fedele e costante applicazione del canone stabilito a suo tempo finisce per tradire la vera essenza del personaggio; e non è forse un caso che, a giudicare dai risultati della Poll98 da noi recentemente proposta (risultati che hanno, ovviamente tutti i limiti di un'inchiesta compiuta su un campione limitato e rappresentativo dei soli utilizzatori del web) - il pubblico dei lettori di Tex e Mister No sia quello di fascia anagrafica più alta, come se entrambe le serie avessero perso la capacità di attrarre nuovi lettori. Neppure è un caso, che l'indice di insoddisfazione più alto, nella lettura degli albi, messo in luce dalla Poll98 coinvolga, oltre a Mister No, Nathan Never, Legs e Dylan Dog: le tre serie da cui forse ci si aspetta di più e che molte di queste attese stanno deludendo - stante, in un certo senso, la relativa "distanza" da uno standard di fumetto puramente seriale che caratterizza Napoleone e Martin Mystère.

"L'attuale stato di crisi, così come analizzato fin qui, appare certo, ed è, grave. Non è ancora, però, irrimediabile. (..)"
   
L'attuale stato di crisi, così come analizzato fin qui, appare certo, ed è, grave. Non è ancora, però, irrimediabile. La casa editrice ha al suo interno risorse di grandissimo valore: molti dei migliori autori e disegnatori non solo italiani, ma europei. Che l'Editore (inteso qui come il complesso degli autori, non come il solo Sergio Bonelli) - forse anche sentendosi appagato dalle dimensioni indubbiamente rilevanti raggiunte dal successo degli anni passati - abbia, man mano, voluto smussare gli angoli che potevano urtare la suscettibilità di un pubblico sempre più vasto, e per ciò stesso meno incline a soluzioni sperimentali, è umanamente comprensibile. Ed altrettanto umanamente comprensibile è la ricerca, dopo tanto fervore creativo, di una sorta di "tranquillità" da estendere all'intero universo delle proprie pubblicazioni.

La vita, però - ed i fumetti seriali hanno una vita vera e propria - non ammette vie di mezzo: rinnovarsi o morire. Privati dell'ossigeno rappresentato dal continuo rinnovarsi, i personaggi Bonelli rischiano molto concretamente di spegnersi lentamente. Tale rischio è ormai evidente e i nodi sembrano pronti per venire tutti al pettine. Persino l'immissione a getto continuo di nuove testate sul mercato denuncia chiaramente la situazione, con il tentativo di trovare un rimedio purchessia alla crisi in atto (ovvero una serie che replichi miracolosamente il successo di Dylan Dog).

Non resta dunque che sperare in una brusca virata verso una maggiore libertà espressiva ed un conseguente svecchiamento di idee e schemi; svecchiamento che ci auguriamo sostanziale e non semplicemente di adeguamento a mode superficiali e di facciata; per fare un solo esempio: da molti si rimprovera alla Bonelli l'assenza del turpiloquio nelle storie; l'eventuale introduzione di un linguaggio più aderente alla realtà non rappresenterebbe certo né un'innovazione di sostanza né un atto creativo. Per favore; se è un rinnovamento degli schemi, dei modelli narrativi ed artistici, che i lettori chiedono alla casa editrice, che lo chiedano per aspetti non di pura forma! Altrimenti l'impressione è quella di avere a che fare con dei bambini che "scoprono" i "piaceri" morbosetti delle "parole brutte".

Forse qualche timido segnale di un'inversione di tendenza è possibile coglierlo sin da ora. Un solo numero, come detto, non può essere significativo, tuttavia nel citato n.16 di Magico Vento, Gianfranco Manfredi sembra essere arrivato a spezzare il cerchio della ripetizione ossessiva della stessa storia: il personaggio di Magico Vento sembra assumere una sua connotazione ben definita ed una "forza" drammatica finalmente in sintonia con le potenzialità della serie (finora quasi completamente inespresse) e con il personaggio di Poe, ad oggi molto meglio caratterizzato dell'eroe eponimo dell'albo. Se questa storia non è un caso, allora si tratta di un segnale importante.

Fa anche piacere il vedere come una serie antica e gloriosa come Zagor sia ancora capace di essere interessante e giovane nello spirito. Sia Boselli - più portato per propria natura a soluzioni "sperimentali" - che Moreno Burattini, stanno compiendo un lavoro egregio, pur non distaccandosi, sostanzialmente, dall'adesione al clima "politically correct" imperante all'interno di via Buonarroti (Boselli indulgendovi perfino con gusto). Se i meriti di Boselli paiono evidenti, è non meno vero che Burattini ha il dono di riuscire a tirar fuori storie di grande impatto emotivo - bellissime avventure - partendo da schemi che pur sono usurati dal continuo uso in decine e decine di storie. Il recentissimo Almanacco dell’Avventura 1999 dimostra che possono bastare cambiamenti quasi impercettibili, come dare una presenza drammatica appena più intensa a figure di contorno che in passato non avrebbero avuto alcuno spazio, a rendere un vecchio soggetto come l'avventura fluviale nuovamente godibile.

Julia, infine: una singola storia non rende possibile abbozzare un'analisi seria. Se però il buongiorno (e che buongiorno!) si vede dal mattino, allora possiamo, forse, tirare un primo, piccolo, ma significativo, sospiro di sollievo.

L'operazione di svecchiamento potrà lasciare alcuni "morti" per via, ma appare l'unica via percorribile per il superamento di questa situazione di impasse. In assenza di una più decisa politica editoriale in tal senso, il futuro potrebbe rischiare di essere veramente grigio per la SBE.
 

 


 
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