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Dopo la sonda di Waldur un altro ospite indesiderato si impossessa del corpo di Legs....
L’uomo che voleva morire
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Pur con qualche - forse inevitabile - ombra, l’esordio da autore completo di Mario Alberti sulle pagine di questo quarto albo speciale di Legs non può che dirsi buono e convincente. Benché, infatti, lo spunto della storia non sia dei più freschi ed originali - Gilgamesh è una figura che direttamente o indirettamente ha fatto versare fiumi di inchiostro nei secoli (basti nello specifico campo del fumetto ricordare la serie dedicatagli da Robin Wood e Lucho Olivera, riproposta in questi giorni in edicola) - Alberti riesce a non scadere banalmente nel già visto, mantenendo comunque una propria indipendenza e presentando un Gilgamesh ormai stanco del "dono" dell’immortalità ("dono" di cui ormai si rende conto avrebbe fatto meglio a fare a meno); un’immortalità che non gli ha concesso che sparsi scampoli di vite altrui, in un mondo via via più incomprensibile per lui con lo scorrere delle sue incarnazioni (o meglio delle "possessioni" dei corpi dei vari "eroi" destinati ad ospitare temporaneamente la sua anima).
E’ un uomo ormai definitivamente annoiato dalla sua immortalità (anche questa non è una novità, ma ancora una volta Alberti sa far rendere bene l’idea) quello che si ritrova intrappolato nel corpo di una donna - Legs, appunto. Anzi: "un fragile corpo di donna", come lo stesso Gilgamesh osa dire, dando spazio alla ovvia gag di una Legs furibonda che gli dimostra subito quel che può fare il suo "fragile" corpo.
Sta di fatto che se in certe occasioni, come nel siparietto iniziale con i tre teppistelli malmenati da Legs nel vicolo, sotto gli occhi di una May particolarmente annoiata, questo non stona nell’economia del racconto, altre volte il contrasto si fa stridente, come in certi interventi incongrui di Legs che punteggiano i monologhi/dialoghi interiori di Gilgamesh: lo scopo dovrebbe essere quello di spezzare la tensione, di creare un effetto sdrammatizzante, ma in realtà il risultato è fastidioso, interrompendo un po’ troppo gratuitamente il filo della narrazione. Atteso che la testata è basata su personaggi e storie leggere ed umoristiche, non c’è certamente nulla di male se una volta ogni tanto - a maggior ragione se in un albo speciale - le storie hanno un taglio più drammatico: è il dosaggio non perfetto dei due elementi a creare una nota stonata.
E se non delude ai testi ancor meno Alberti lo fa ai disegni. Eccellenti gli sfondi naturali, gli ambienti (evocativi e affascinanti sia i fondali marini che il mausoleo di Gilgamesh); l'uso dei grigi ad arricchire cromaticamente la tavola dona profondità alle vignette e contrasta molto bene i volti e le figure umane. La sintesi del tratto dà espressività a tutti i personaggi e rende al meglio specie nella gag del vicolo e in quella finale e nei dialoghi/monologhi di Gilgamesh e Legs, alle pagg. 29-31, dove prevale il furore di Legs, e alle pagg. 77-79 dove a prevalere è il tono intimistico, il rimpianto e lo struggimento di Gilgamesh. Alberti "racconta" bene i propri testi, accompagnandoli con un tratto nervoso e dinamico; ci mostra una Legs angolosa, più matura della ragazzina a cui troppo spesso siamo abituati sulle pagine della sua testata (e in contrasto netto con l'età anagrafica che il personaggio ha); ci restituisce una May il cui corpo è ancora (purtroppo!) caricaturalmente iperfemminilizzato, ma il cui viso (per fortuna!) non è quello da bambolona svampita troppe volte impostole: i tratti sono essenziali, decisi, nervosi. A volte duri.
Buoni gli altri protagonisti, da uno Shaki duro e arrogante, a Enkidu: imbranato e volonteroso. Alberti traduce con accortezza in disegno la personalità di tutti i personaggi. Albo positivo nel complesso, la nota dolente è rappresentata dal consueto albetto di May allegato (che sarà l’ultimo: dal 2000 gli speciali bonelliani rinunceranno alle storie dei coprotagonisti in favore di un maggior numero di pagine). Il talento di Vanna Vinci non è in discussione. Basta leggere ed ammirare le tavole di "Guarda che Luna", e ancor più dell'antologia "Ombre" per rendersi conto dell'espressività che l'artista è in grado di raggiungere, della forza evocativa della sua sintesi grafica. La morbidezza, la capacità recitativa fisica che dà a certe figure femminili - come la Ines Saudade/Vera Caligari della seconda storia di "Ombre": "Doppio sogno", o la Klara Milada della terza storia: "Le voci di dentro" - fugano ogni minimo dubbio che si possa avere sulle sue qualità. Questo, in realtà, non fa che aumentare il rimpianto per non aver potuto vedere "quella" Vanna Vinci all'opera, e - direi - il fastidio per il risultato finora piuttosto misero della sua collaborazione con casa Bonelli.
Certo non è mai stata aiutata da testi all’altezza - e questa volta meno che in precedenza: Antonio Serra (soggetto) e Angelica Tintori (sceneggiatura) le forniscono una storiellina assurda su un programma di recupero per delinquenti non ancora (troppo) incalliti, al quale il solito Raul Leblanc aderisce entusiasticamente (e il brivido dell’imprevisto? Il thrill della vita del ladro, al quale non poteva rinunciare? L’avventurosità di una vita vissuta pericolosamente) - però è indubbio che il suo lavoro per i tre albetti di May sia nettamente inferiore alle sue cose extrabonelliane. Le figure ed i volti non riescono a raggiungere quell’espressività che è necessaria, vitale per chi disegna ricercando una sintesi grafica. Volti e figure restano rigidi e freddi, forse anche perché alla Vinci sta stretta la classica gabbia bonelliana. Ma tant’è. Se una regola c’è, va rispettata. Si potrà far di tutto per cambiarla, ma nel frattempo è bene adattarcisi. Per un giudizio definitivo sulla Vinci bonelliana sarà però preferibile attendere il suo albo di Legs, che ormai dovrebbe essere imminente.
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