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Se il principino Any, ultimo erede di una dinastia di faraoni, si ridesta da un'ibernazione durata 4500 anni nell'Egitto del 2099, quale potrà mai essere il compito affidato a Legs e May?
Le mummia-sitter
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Leggendo quanto scritto in seconda di copertina si sarebbe indotti a pensare che "Gli adoratori di Osiride" sia un albo fuori dalla norma rispetto alla maggior parte degli altri numeri della serie dedicata a Legs. Un albo per così dire "speciale", benché pubblicato in quella che viene comunemente chiamata "serie regolare". "Gli adoratori di Osiride" è infatti stato realizzato da Giovanni Mattioli (per i testi) e da Vanna Vinci (per i disegni), ovvero da due stimatissimi rappresentanti del cosiddetto "fumetto d'autore". Di fatto, non c'è niente, putroppo, assolutamente niente, in questo albo, che possa dimostrare al lettore di Legs che non conoscesse "Piera degli spiriti" e "Ombre" (tanto per citare le opere di maggior rilievo di Mattioli e della Vinci) quale sia l'effettivo talento di questi due autori. I fumetti scritti da Mattioli ("Animali", la già citata "Piera", "Guarda che luna"...) sono caratterizzati dall'assenza di una vera e propria trama; o, in ogni caso, dall'irrilevanza della trama. A Mattioli, infatti, non interessa raccontare una "storia", bensì creare "atmosfere", ottenute registrando dei dialoghi tratti dalla quotidianità apparentemente più banale (penso essenzialemente alle brevi tranches de vie di "Animali"), scegliendo dei personaggi "accattivanti" (Piera, ad esempio, teen-ager che vive da sola), ricorrendo a stratagemmi talvolta insoliti (come la blanda, talvolta appena percettibile, "animalizzazione" dei personaggi in "Piera" e in "Animali"), talvolta ben collaudati (come l'inserimento di fantasmi benevoli a fianco dei protagonisti in "Piera" e in "Guarda che luna") e, soprattutto, privilegiando delle tematiche comunemente collegate a una certa concezione degli adolescenti (la ricerca, fra slanci e incertezze, della propria identità; il desiderio di indipendenza; l'amicizia e l'amore visti come valori primari della vita, se non come sentimenti totalizzanti...).
Come ha affrontato, dunque, Mattioli una serie come quella di Legs nella quale la storia (in maniera più specifica: una storia poliziesca e "d'azione") ha un'importanza fondamentale? Non troppo bene. Il soggetto in sé, innanzitutto - incentrato, per dirla in due parole, sul risveglio di una mummia (di fatto: sul risveglio di un principino egiziano posto per 4500 anni in animazione sospesa) -, ha il sapore del già visto. Non solo perché la stagione cinematografica 1999/2000 è iniziata, per pura coincidenza, con l'uscita nelle sale dello strombazzatissimo "La mummia" di Stephen Sommers, ma anche perché Legs aveva già avuto a che fare con l'Egitto del tempo dei faraoni ne "Il tempio maledetto" LW 7 (in quel caso era il "dio" Seth a risvegliarsi da uno stato di animazione sospesa) ed era entrata in contatto con il rappresentante di un'altra antica civiltà scomparsa ne "L'immortale" LW sp4. A prescindere comunque dalla scarsa originalità del motivo ispiratore, il difetto più rilevante del testo è che la storia è ben più che infantile, non solo per il modo in cui sono gestiti i personaggi e le situazioni (per non parlare dell'uso del termine "fidanzato", alle pagg. 27 e 50, per riferirsi a Raul), ma anche per la discutibilità dei presupposti logici che dovrebbero sorreggerla. Un esempio del modo infantile col quale sono gestiti i personaggi è dato dal fatto che il principino Any, risvegliatosi nell'Egitto del 2099, invece di subire uno choc annichilente non trovi di meglio da fare, una volta accompagnato al mercato, che cercare di appropriarsi di tutto ciò che lo colpisce, comportandosi da bambino bizzoso non appena le baby-sitter Legs e May si stancano di assecondarlo. Un esempio della scarsa plausibilità dei presupposti della storia è dato invece dall'interesse degli "adoratori di Osiride" per lo stesso Any. Come può ritenersi verosimile, infatti, che questo gruppo di miliardari, ritiratosi al gran completo in una cittadella edificata in pieno deserto (tanto per non dare nell'occhio ;-)), continui a sperare di poter carpire il segreto dell'immortalità da chi, palesemente, si è risvegliato da uno stato di animazione sospesa? Un conto è vivere in eterno, altra cosa è dormire per 4500 anni.
Questo per quel che riguarda la "storia". Che cosa si puo' dire, invece, delle "atmosfere"? Anche da questo punto di vista, purtroppo, "Gli adoratori di Osiride" ha poco a che spartire con le suggestioni che Mattioli ha cercato di trasmetterci con le sue opere non-bonelliane. Invece di rielaborare Legs e il suo universo alla luce della propria "poetica" (come ha fatto, ad esempio, Michele Medda quando ha deciso di scrivere delle storie di Dylan Dog), Mattioli ha scelto di non tradire le caratteristiche più rappresentative della serie. Ovviamente non c'e' niente di male in questo, dato che un autore di talento può raggiungere grandi risultati anche scegliendo di rielaborare quelli che, in mano ad autori di minor livello, ci sembrerebbero dei triti stereotipi. Il problema è che Mattioli non riesce né a scrivere una sceneggiatura intelligentemente demenziale come "Il tesoro dell'astronave" LW 10 di Medda o come "Tre bambine in pericolo" LW 16 di Enoch - albi nei quali il piacere della lettura e' dato, essenzialmente, dalla iperbolica assurdità di personaggi, ambienti, dialoghi e situazioni -, né a dare prova di inventività nel gestire i luoghi comuni della serie. A questo proposito, si osservi come Mattioli non riesca a dire niente di nuovo, né tanto meno di brillante, sull'eccessiva prosperosità di May: quel che ne esce, infatti, sono delle gag inefficaci (cfr. le scenette fra May e Harvey delle pagg. 13-16 e 98).
Di Vanna Vinci già si è parlato su uBC, dato che questa autrice ha disegnato tre albetti dedicati a May. Sebbene i disegni di questi tre albetti fossero molto deludenti (si leggano, a questo proposito, le riflessioni di Vincenzo Oliva sul più recente di essi), si poteva comunque supporre che, posta dinanzi alle canoniche 94 di un albo bonelliano, la giovane disegnatrice avrebbe dato miglior prova di sé. Così non è stato. La Vinci continua infatti ad avere, qui come nei tre albetti, uno stile che potremmo definire "rudimentale". Mentre in altri disegnatori la sintesi grafica porta a una forza espressiva che spesso neppure il più bravo dei disegnatori realisti riesce a darci, la sintesi - o, per meglio dire, la elementarità - dei disegni realizzati per questo albo non offre alcuna "emozione". Perdendo in realismo senza guadagnare in espressività, lo stile della Vinci risulta anzi approssimativo - se non decisamente imperfetto - per quel che riguarda la rappresentazione dell'anatomia umana, incapace di suggerire la tridimensionalità alle immagini, semplicistico nell'uso dei retini... I disegni di questo Legs sono inoltre scarsamente funzionali, intendendo con questo dire che non riescono a concretizzare in maniera efficace le indicazioni di sceneggiatura (a prescindere dal fatto che anche la sceneggiatura sia, come già detto, mediocre). Si pensi alla goffaggine con la quale sono rappresentate le scene d'azione o i pretesi sketch umoristici. Ma si pensi anche, più banalmente, alla standardizzazione dei volti: Legs e May ogni tanto sembrerebbero intercambiabili, se non fosse che il taglio dei loro capelli è differente; Any sembra il fratellino minore di Himhotep; e anche Parker, del resto, è fisiognomicamente eguale a Raul, "fidanzato" di May, così come al Luca di "Guarda che luna"... Ma è anche scendendo nel dettaglio che i disegni della Vinci si dimostrano pessimi. Prendiamo, ad esempio, la quinta vignetta di pag.27, dove Himhotep, grazie a qualche tratto fuori luogo, sembra un bolso cinquantenne piuttosto che un fascinoso trenta-trentacinquenne (come farebbero desumere la maggior parte delle sue altre raffigurazioni). Oppure osserviamo, nella prima vignetta di pag.25 e nella seconda di pag.26, la fontana del giardino dello stesso Himhotep, dove la rigidità del tratto non riesce minimamente a suggerire lo zampillare dei getti d'acqua.
Nel sistema di voto in settimi e in centesimi ideato da Giovanni Gentili, webmaster di uBC, la fascia di voto compresa fra 0 e 16/100 (corrispondente, grosso modo, a 1/7) identifica gli albi in cui non c'è niente, o ben poco, di "salvabile". E' questo un "inferno" nel quale, in poco più di tre anni di vita di uBC, non sono stati relegati (se mi si passa la metafora) poi moltissimi albi editi dalla Sergio Bonelli Editore (a memoria ricordo solo "Il tesoro dei templari" NN aa4c, "La strada verso il nulla" DD 153 e "Nato il 31 febbraio" BR 1). In base al voto che ho dato sia al soggetto che alla sceneggiatura che ai disegni, anche "Gli adoratori di Osiride" viene a ritrovarsi nella fascia di voto piu' bassa. Com'è possibile, viene dunque da chiedersi, che due autori che hanno sinora realizzato fumetti di qualità per altre case editrici non si siano espressi ai loro più alti livelli anche per la Sergio Bonelli Editore? Cercare di rispondere a questa domanda (cercare di capire, cioè, se Mattioli e la Vinci non abbiano saputo, potuto o voluto scrivere un Legs qualitativamente comparabile a "Piera" o "Ombre"), sarebbe a mio parere interessantissimo, ma "appesantirebbe" eccessivamente questa recensione (dato che le ipotesi sarebbero molteplici). Preferisco dunque, eventualmente, rimandare questo tipo di considerazioni ad un futuro più o meno prossimo. Prima di concludere, vorrei però fare almeno un'ultimissima osservazione su Vanna Vinci. Chiunque abbia letto i racconti contenuti in "Ombre" avrà potuto constatare come questa autrice si esprima ai suoi massimi livelli quando realizza in completa autonomia i propri lavori, ovvero quando può realizzare fumetti come autrice completa. Malgrado il suo tratto sia di per se stesso gradevole (si pensi, ad esempio, ai disegni di "Una casa a Venezia", recentemente pubblicato anche in Italia), ritengo che il vero talento della Vinci consista soprattutto nel modo in cui gestisce lo spazio delle tavole. Constatando, in questo numero di Legs, il suo attenersi, salvo poche eccezioni, al rispetto della canonica griglia bonelliana (che molti degli stessi autori bonelliani sovvertono creativamente senza alcun problema...), la mia delusione diventa dunque ancora più marcata. (Per farvi un'idea di quello che Vanna Vinci è in grado di fare, osservate la tavola qui sotto, tratta da "Doppio sogno").
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