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L'ultimo Ken. . . recensione di Francesco Manetti Ishi, l'ultimo degli Yana (una tribù indiana della California), scende a valle, spinto dalla fame. Il suo primo approccio con gli abitanti di Oroville non è dei migliori, ma col tempo (e l'aiuto di Ken, di Duke e Joan Shaw e dell'antropologo Claude Hoerner) Ishi riuscirà ad essere accettato nel mondo dei saltu (gli uomini bianchi), senza per questo essere costretto a dimenticare il proprio patrimonio culturale... |
Con questo quarto speciale ha termine, ancora una volta, la vita editoriale di Ken Parker. Alla chiusura della testata non corrisponde però un'effettiva conclusione delle vicende del personaggio. "Faccia di rame", infatti, si presenta come un racconto retrospettivo, ovvero come una delle storie narrate da Ken per conto dell'editore newyorchese Ned Buntline. Berardi, dunque, sembra abbandonare il proprio personaggio nella prigione di Fort Lauderdale, in Florida (cfr."I condannati", sp1), e far terminare, di fatto, la continuity della serie con una inappellabile condanna all'ergastolo...Quei kenparkeriani che si ritenessero insoddisfatti di questa amara conclusione, potranno però continuare a fantasticare sul destino del loro personaggio preferito leggendo una mia ipotesi alternativa. A prescindere da questa mia ipotesi, è curioso in ogni caso notare come, sia per caso o per precisa scelta dell'autore, la morte editoriale del personaggio avvenga con un albo nel quale viene raccontata la morte dell'ultimo rappresentante di un popolo (gli Yana, una tribù indiana della California). E' una sorta di addio simbolico al mondo del West, più precisamente un addio a quell'immagine crepuscolare e romantica del West che Berardi, ispirandosi a film come "Il piccolo grande uomo" di Arthur Penn e "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" di Sidney Pollack, ci aveva offerto a partire da "Lungo fucile" (n.1). La morte di Ishi, in altre parole, corrisponde, in maniera più indiretta e, se volete, più "poetica", al massacro di Wounded Knee col quale si chiuse, anni fa, la splendida Storia del West di Gino D'Antonio (cfr."La fine della pista", Collana Rodeo n.162). Detto questo, bisogna però riconoscere che la storia narrata in questo albo non è purtroppo da annoverare fra i capolavori di Berardi. Benché sia infatti suggestiva l'idea di base (il contatto fra Ishi e i saltu), sia la storia in sé che le caratterizzazioni dei personaggi mi sembrano eccessivamente schematiche. Ishi, di fatto, è un "buon selvaggio" all'ennesima potenza, costantemente contraddistinto da una purezza interiore che niente sembra poter scalfire. Ken, il suo amico Duke, Joan (la figlia di questi) e l'antropologo Claude Hoerner appaiono come delle "fatine buone", sempre attente alle esigenze del loro protetto. Gli abitanti di Oroville, dal canto loro, passano dall'ottusa intolleranza di chi non sa o non vuole accettare ciò che è "diverso" ad uno spirito cameratesco da pacche sulle spalle e bevute nel saloon non appena Ishi dà prova del suo altruismo salvando alcuni bambini da un alluvione. Anche i dialoghi si infarciscono, talvolta, di frasi fatte e/o stereotipate, come accade, ad esempio, nella conversazione fra Ken e Duke alle pag.56-58 e in quella fra Ken e Claude a pag.89. Estremamente godibili, però, molti siparietti umoristici: da citare almeno quelli fra Duke e sua figlia nelle prime quattro vignette di pag.88, fra Duke e il barbone Stumpy a pag.110, fra Claude e Joan alle pag.167-168. Suggestiva anche la "voce over" di Ken nel ripercorrere, a distanza di molto tempo, gli ultimi anni di vita di Ishi. Berardi continua in ogni caso a dare la migliore dimostrazione del suo talento nella sceneggiatura. Di notevole impatto la sequenza del suicidio di Liz (la ragazza stuprata da Wikti e Milt), concentrata in appena quattro tavole, ma talmente intense da lasciare il segno. Ottimamente gestita l'alternanza fra l'assedio degli abitanti di Oroville, intenzionati a giustiziare Ishi, alla casa di Duke e l'assedio di Ken e Duke alla capanna dove hanno trovato rifugio Wikti e Milt. Molto interessante, inoltre, la scelta di non accompagnare le dieci tavole (da pag.155 a pag.164) nelle quali viene descritto l'irrompere dell'alluvione nel paesino di Oroville né da ballons, né da alcuna onomatopea, scelta che aumenta senz'altro, perlomeno in alcune vignette, la drammaticità dell'evento.
Personalmente, ho sempre detestato quegli albi di Ken nei quali due o più disegnatori dagli stili sensibilmente dissimili si alternavano nella realizzazione delle tavole. Trovo quindi particolarmente detestabile che ciò si sia ripetuto proprio nell'ultimo albo della serie, nel quale 55 tavole disegnate da Luca Vannini (da pag.15 a pag.69) sono seguite da 125 tavole disegnate da Ivo Milazzo (da pag.70 a pag.194) condite qua e là da qualche tocco di Pasquale Frisenda. Ancor più spiacevole, inoltre, il fatto che Vannini abbia un tratto ancora estremamente insicuro ed un concetto della figura umana talvolta assai discutibile (si veda, tanto per fare un esempio, come Ken ruota la testa nella sesta vignetta di pag.29). Tutto da capire, poi, perché la spaziatura fra le vignette e fra le strisce delle tavole disegnate da Vannini sia assai più consistente rispetto ai consueti parametri rispettati dagli altri disegnatori di casa Bonelli. La compresenza di due disegnatori dal talento così diverso porta inoltre all'irriconoscibilità di alcuni personaggi: Joan, ad esempio, assume, nelle due parti in cui viene ad essere inevitabilmente diviso l'albo, un aspetto quasi del tutto differente. E' lecito chiedere, in breve, perché l'ultimo albo di Ken non sia stato affidato al solo Milazzo? Neppure Milazzo, peraltro, ci offre una prova indimenticabile del suo talento. Molte le soluzioni felici, ma l'espressività dei volti è ben al di sotto della sua norma e solo Joan, fra tutti i personaggi, mi sembra disegnata con una cura pressoché costante. Curiosa, ma di buon effetto, la scelta di modificare il proprio stile nelle vignette consacrate ai flashback sulla vita di Ishi precedente l'incontro con i bianchi. L'aggiunta delle tavole di Vannini a quelle di Milazzo mi spingerebbe quasi a togliere sette punti al globale. Ma l'ultimissima tavola dell'albo, con quel Ken in silenzioso raccoglimento sulla tomba di Ishi e quel piccolo "so long!" di Milazzo a fondo pagina, è un addio talmente struggente a tutti i lettori della serie da farmi aumentare, al contrario, il voto.
So long, Ken
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