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"Fuori tempo"


Pagine correlate:

. . . prologo a "Le avventure di Teddy"
recensione di Francesco Manetti

Teddy, il figlio adottivo di Ken, fugge di casa per raggiungere il padre, imprigionato nel penitenziario di Rapid City. Durante il suo viaggio in treno, Teddy legge il terzo dime novel di Ken, "Out of time".



TESTI
Sog. e Sce. Giancarlo Berardi    

La prima parte della storia narrata da Ken è un po' fuorviante, apparentemente priva di un filo logico. E' un susseguirsi di accadimenti minimi, di brevi incontri con vari personaggi (la prostituta, il truffatore, la proprietaria del saloon, il vecchio indiano, il tizio che si fa fregare al gioco delle tre carte) dei quali soltanto uno avrà un ruolo rilevante (benché indiretto e del tutto "inconsueto") nella seconda parte.

Anche la storia della fuga di Teddy è, diciamo così, minimalista, fatta di dialoghi leggeri, di piccoli espedienti per evitare di essere acciuffato da Paul o dal capotreno. E', di fatto, un semplice prologo a "Le avventure di Teddy Parker" (sp3), nel quale, relegato Ken in un breve flash-back, Teddy diventerà l'effettivo protagonista di una vera e propria storia. L'abilità di Berardi, in "Fuori tempo", consiste dunque principalmente nel far sì che anche il più transitorio dei personaggi contribuisca, tramite una semplice battuta o una determinata caratterizzazione, a rendere godibile l'insieme (si veda, a titolo di esempio, il dialogo fra il caposquadra Weston e Paul a pag.75).

A ben vedere, però, bisogna riconoscere che questo albo non sarebbe granché, se non fosse riscattato dalla toccante conclusione della storia narrata da Ken.

Un piccolo appunto, infine, per quanto riguarda la sceneggiatura: pessimo l'effetto delle stelline attorno al viso di Ken (ultima vignetta di pag.49) per suggerire un annebbiamento mentale.



DISEGNI
Giorgio Trevisan
Collaborazione matite: Pasquale Frisenda
   

Bravo, come al solito, Trevisan, ma non al livello di numeri storici come "Milady" (n.33) o anche del recente "Le avventure di Teddy Parker". I risultati migliori mi sembra raggiungerli nella seconda parte della storia, quando il suo tratto si fa più leggero, meno sovraccarico, come ad esempio in alcuni ritratti del piccolo Thonah.

Difficile stabilire quale sia stato il contributo di Frisenda. Si può forse supporre che sia stato proprio lui a rendere meno sovraccarico il disegno della seconda parte, ma potrei anche prendere una grossa cantonata. Chi voglia apprezzare l'evoluzione del tratto di Frisenda, comunque, può godersi i disegni de "I condannati" (sp1) e, ancor più, quelli del n.4 di Magico Vento, "La bestia".



GLOBALE
 

Un numero per certi versi leggero, quasi impalpabile. Ken, benché derubato del cavallo, del suo mitico lungo fucile e dei suoi soldi, trova ad esempio ancora la forza di sorridere, di scherzare, di prendere la vita con filosofia. Allo stesso modo anche Teddy, pur avendo saputo che suo padre è stato incarcerato, sembra affrontare i disagi del suo viaggio con placida sicurezza.

Per altri versi, un numero profondamente amaro, per la rassegnazione con la quale Ken reagisce dinanzi all'ennesima dimostrazione dell'inconciliabilità fra coloni e popolo rosso.

Proprio in quest'ultima immagine di Ken (un Ken stanco, demotivato, come gravato dal peso delle sue esperienze di vita) è da ricercare, a mio parere, il principale motivo di interesse della storia. Oltreché, ovviamente, nel poetico finale e nel modo col quale Berardi riesce a far sì che Becco Giallo, la nonna del piccolo Thonah, ci appaia un personaggio a tutto tondo pur comparendo in poche tavole.
 

 


 
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