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L' Uomo Nero non sta sotto il letto

una storia di ordinario razzismo
Recensione di  |   | julia/


L' Uomo Nero non sta sotto il letto
Julia 124, "Il mostro"


Scheda IT-JU-124

Una storia umana di nobili sentimenti, di attualità, di finezze psicologiche, di destino, di scelte; ma anche di ironia. Ancora una volta, un fumetto di Julia. Parliamone.

Bigger, un ragazzo di colore, viene accusato dell’omicidio di una anziana signora presso cui lavora come garzone. Si dà alla fuga e trova rifugio in una baracca lungo il fiume ove incontra Doug, un barbone ospitale che non fa domande.

Il modo in cui si costruisce pian piano il rapporto tra il ragazzo e il vecchio barbone è magistrale. Si definisce per contrasti, mediante dialoghi sintetici che l’uno dopo l’altro sfaccettano i personaggi, la loro vita, fino a trasformarli in compagni di ventura e amici nella disgrazia. Un’amicizia profonda, persino un ponte generazionale, nel quale si mescola un confronto fra un giovane di colore, odiato e vilipeso da una società razzista, e un interlocutore apparentemente senza segreti e addirittura saggio. Sarà proprio questa saggezza del poi, a regalarci un finale che di retorico ha ben poco - o forse la sola superficie -, capace di toccare le intime corde di un lettore (o di una chitarra, che dir si voglia!).
Julia è ben tratteggiata nelle sue sofferte vicissitudini sentimentali, nei suoi consueti timori di perdere gli affetti; e determinata nella ricerca di una soluzione al caso, che scontata lo è soltanto in un’ottica strategica: Berardi punta sui personaggi e non sui colpi di scena d’un giallo, come si è più volte ribadito nelle analisi degli episodi della nostra criminologa. Anche qui, infatti, il giallo, la ricerca, sono soltanto i pretesti per imbastire una storia di forte attualità incentrata sul razzismo.
Dunque, perché non dire che si tratta di una narrazione politica a tutti gli effetti?

Dunque, perché non dire che si tratta di una narrazione politica a tutti gli effetti?
Se l’intenzione non era questa, l’interpretazione, al contrario, è legittima. In controluce, infatti, è possibile scorgere, in quel di Garden City, un tessuto sociale molto simile al nostro, inceppato negli stessi ingranaggi emotivi che lo portano poi a degenerare sul fronte delle integrazioni etniche.

Ma non finisce qui.

In quest’albo, la vita di Julia diventa il mezzo diretto per operare in tal senso. Essa si concede alla trama per lasciare che il problema razzismo sia ben individuato nei personaggi, nelle locazioni (si pensi, ad esempio, alla comunità di padre Vincent o al dialogo fra Luther e i Ramblings), nelle piccole - o macro - citazioni (il nome di MalcolmX rieccheggiato nella diatriba fra Webb e la Kendall, ma anche nel manifestino nell’ufficio di padre Vincent, dove, anche, vediamo scritto sul dorso di un libro quello di Obama). Ma la musica, decisamente, la fa da padrone: oltre al rap delle gangs, vi è il blues del vecchio Doug, prima inviso a Bigger, ma poi momento di condivisione di una passione e di una vita.

Ovviamente, la storia non approfondisce tutte le tematiche toccate, né ha la pretesa di farlo. Pensiamo ad esempio all’accenno alle diseguaglianze sociali come ricco-povero, ma anche agli accenni alla tragedia del Ruanda. Dunque, abbiamo molti spunti tematici che vanno a coagularsi nella vicenda centrale, che ne fanno quasi da contesto narrativo, con elegante maestria, conducendo verso un sentiero che è quello del dramma del diverso, del colpevole "mediatico" e pregiudizialmente tale, non solo per i benpensanti.
Julia manifesta tutto il suo disappunto per le testimonianze "contro il negro" e, in linea con il personaggio che rappresenta, ciò non è affatto, o, almeno, non va letto come, buonismo a buon mercato. Julia esprime se stessa in tutta la sua naturalezza: non vi sono forzature o prese di posizione gratuite. Ed è per questo che il livello narrativo si mantiene alto. A noi interessa che sia (stata) raccontata una bella storia e che quindi venga rispettata la volontà del narrare, prima ancora che quella di comunicare un messaggio.
Non mancano alcuni siparietti divertenti, come Ben che invece di ingegnarsi per riuscire a chiudere un idrante preferisce farsi la doccia in piena città (l’afa impera!); non mancano l’ironia, un po’ di "erotismo" tra Jeffrey e la Nostra, una punzecchiatura di Webb e un bellissimo aneddoto sull’infanzia della Kendall e il suo rapporto con il nonno Babbo Natale. Tutti momenti che rendono ancor più gradevole e riuscito il lavoro di Berardi/Calza.

Julia è un fumetto sociale e politico, oltre ad essere una rappresentazione del reale
Julia è un fumetto sociale e politico, oltre ad essere una rappresentazione del reale
- o forse proprio per questo -, e vale la pena di porvi l’accento, visto che la Bonelli difficilmente, di questi tempi, pubblica opere così "audaci". In una situazione editoriale in cui impera il "politically correct", questo fumetto costituisce un'eccezione molto significativa.

I disegni del duo Piccioni/Mattone non vanno oltre la visione artigianale. Il tratto di Piccioni, soprattutto, domina la scena garantendo comunque un’onesta leggibilità, nonostante alcune vignette appaiano rozze o tirate via (vedi, per es., l’ultima vignetta pag. 58) e alcune fisionomie e posture siano un po’ legnose (ultima vignetta pag. 65; quarta vignetta pag.69).
Sul fronte copertina, neppure Soldi se la cava meglio. Anzi. Pur essendo uno dei più valenti copertinisti di Casa Bonelli, Soldi non rifugge da una certa noncuranza d’insieme (il viso di Webb è irriconoscibile e l'espressione dei volti e la linea dei corpi non convincono).



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