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L'abitudine gioca brutti scherzi

Julia e la serialità
Recensione di  |   | julia/


L'abitudine gioca brutti scherzi
Julia 115,"Uomo d'altri tempi, Un"


L'abitudine gioca brutti scherzi

Scheda IT-JU-115

Per un fumetto seriale di 132 pagine, raggiungere le edicole con cadenza fissa mensile mantenendo uno standard qualitativo altissimo è cosa difficile da realizzare, tanto più che la mole di lavoro richiesta dalla produzione dell’albo deve svolgersi in tempi relativamente brevi, almeno per quel che riguarda la scrittura di soggetto e sceneggiatura. Ma Giancarlo Berardi ci ha dimostrato - seppur coadiuvato sovente nella stesura dei testi da Maurizio Mantero e Lorenzo Calza - con la sua creatura a fumetti Julia che questo è possibile. Per anni - e, forse, sin dalla prime storie della nostra criminologa -, Berardi non ha manifestato il minimo cedimento, tranne qualche sporadico caso, realizzando un progetto narrativo in cui ogni episodio raccontato è qualitativamente assimilabile ad un punto che segue l’altro in un’ideale semiretta il cui inizio, nel nostro caso, coincide con il n.1. Ovviamente, questa è una pura semplificazione concettuale, perché vi sono state nel corso della produzione, insieme a qualche prova poco convincente, anche narrazioni che hanno toccato le vette apicali del capolavoro.
Dal punto di vista formale, non è azzardato definire Julia come la compiutezza più concreta del modello bonelliano:
non è azzardato definire Julia come la compiutezza più concreta del modello bonelliano
di grandi potenzialità ma fortemente conservatrice; che non prevede sconvolgimenti e apparentemente fissa e immutabile, ma diversa da se stessa ogni volta.
Quindi, la nostra criminologa ha il gran pregio di non deludere quasi mai, purché, oltre alle summenzionate caratteristiche, si sia disposti ad accettare quella che è la sua intrinseca natura: il costrutto narrativo che ne costituisce il canone per chiunque - anche per l’autore stesso! - voglia cimentarsi nell’impresa di scrivere una sceneggiatura che sia almeno nel solco della tradizione.

Un primo piano di Julia
disegni di Steve Boraley

(c) 2008 Sergio Bonelli Editore

Un primo piano di Julia<br>disegni di Steve Boraley<br><i>(c) 2008 Sergio Bonelli Editore</i>

Meccanismi seriali

Per definizione, l’abitudine matura all’interno dell’uomo e il suo scopo dovrebbe essere quello di semplificare un percorso esperienziale ripetendo gli stessi gesti o aspettandosi le stesse reazioni dal mondo esterno già prima sperimentate in modo da non dover re-imparare tutto ogni volta che ci si presentino. Essa si costruisce con il tempo. E con l’esperienza, appunto. Quindi, è evidente che l’abitudine non è qualcosa di esterno a noi, ma un nostro modo di organizzare l’esperienza. Perché tutta questa dissertazione sull’abitudine? Che cosa ha a che fare tutto ciò con la nostra eroina? Il fumetto seriale innesca quelli che sono i meccanismi "ripetitivi" che stanno alla base dell’abitudine. Almeno, nel suo modo di proporsi con cadenza regolare a tempo indeterminato. E, nel caso di Julia, come dicevamo più sopra, di presentarsi con una caratteristica qualitativa che va dall’ottimo al capolavoro. Dunque: come non aspettarsi che il prossimo numero della serie non sia almeno ottimo? E questo è il nodo. L’abitudine alla qualità regolarmente esperita non garantisce affatto che sarà sempre così. Ne siamo consci, è vero. Ma quando sperimentiamo realmente il "tradimento" delle nostre ferree aspettative tendiamo a non renderci conto subito. Nel senso che qualche dubbio ci viene. "Un uomo d’altri tempi" rientra nella casistica rarissima di storia mediocre, e sia per quanto concerne la sceneggiatura, e sia per lo spessore dei personaggi.

La storia

Solitamente, gli episodi di Julia brillano soprattutto per la forza trascinante e coinvolgente della sceneggiatura, nella quale vi si ritrovano quelle meticolose e sorprendenti analisi del reale che l’autore compie nel suo percorso narrativo, quasi libero dalla "coercizione" del soggetto
gli episodi di Julia brillano soprattutto per la forza trascinante e coinvolgente della sceneggiatura, nella quale vi si ritrovano quelle meticolose e sorprendenti analisi del reale che l’autore compie nel suo percorso narrativo, quasi libero dalla "coercizione" del soggetto
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In questa occasione, sembra che Berardi abbia scelto di procedere diversamente, di preferire una maggiore attenzione nella tessitura della trama, privando al contempo la sceneggiatura del consueto, quanto imprescindibile, approfondimento psicologico dei personaggi e delle interazioni fra di essi. Si resta quasi sempre sulla superficie delle cose, senza indagare più di tanto quelle che sono le motivazioni intrinseche che spingono gli uomini a determinati comportamenti. Non vi è neppure quella partecipazione intellettuale dell’autore con le sue personali interpretazioni, come spesso è accaduto sulle pagine del fumetto. Ma, d’altronde, questo è comprensibile, poiché lo scarso sviluppo delle tematiche toccate viene a negare anche la possibilità di potervi innestare una riflessione.
Certo, ci sono degli sprazzi qui e là (come la breve visita nella sede degli Alcoolisti Anonimi o l’incontro con il pescatore Carl; oppure i dialoghi abbastanza appassionati di Melissa Arnold) che denotano che la tendenza analitica non è del tutto assente. Ma si tratta di poca cosa, e per di più imparagonabile con gli standard della serie.
Inoltre, il curioso personaggio con le fattezze di Robert Mitchum, ispirato sin dalla copertina al famoso detective privato Philip Marlowe del cinema, rimane una maschera priva di un sostanziale appropriamento narrativo. È innegabile, però, che vi sia, seppur blandissimo, il tentativo di trasporre la sua figura nella prosaicità del reale, fornendole qualche connotazione caratterizzante, come ad esempio quella di essere un tipo misterioso (a fine albo, egli scompare e non ne conosciamo il vero nome), che aiuta gli altri, che vive di piccoli espedienti quotidiani, che pare avere molti punti in comune con il detective chandleriano ecc. Insomma, Berardi cerca di tracciare i confini di una personalità che si distacchi dalla semplice citazione cinematografica o letteraria, che risulti interessante per motivazioni proprie. Ma tutto resta, in modo estremamente desolante, al livello dello scarso abbozzo, non permettendo al personaggio di decollare, di prendere vita e muoversi autonomamente.

Il detective Robert Beechum
disegni di Steve Boraley

(c) 2008 Sergio Bonelli Editore

Il detective Robert Beechum<br>disegni di Steve Boraley<br><i>(c) 2008 Sergio Bonelli Editore</i>

Quindi, la narrazione scorre in modo abbastanza piatto, monotono e lineare fino alla fine. Né il ritrovamento del fantomatico Dobbs, né i movimentati eventi successivi (dallo scontro con Dobbs al violento sterminio della banda di Mulligan) riescono a destare un minimo d’interesse per la vicenda. Anzi, a dirla tutta, quella certa concitazione dell’azione che ci conduce verso il finale, sembra alleggerire ulteriormente di peso i personaggi, che rimangono così confinati nella rappresentazione cartacea. Neanche la protagonista riesce a compensare le carenze della sceneggiatura con le sue doti empatiche ed emotive, visto che vengono estromesse a favore dell’intelligenza razionale e investigativa, che - intendiamoci - è pur sempre una componente della nostra eroina, ma in questo caso resta l’unica. Il "diario" di Julia, stavolta, è una pagina sbiadita e incolore.

Il "diario" di Julia, stavolta, è una pagina sbiadita e incolore

Nella recensione del n.112 ("Abbraccio mortale"), abbiamo affermato che nelle avventure della criminologa ciò che resta marginale e che costituisce solamente il pretesto per osservare minuziosamente il reale nella sua poliedrica natura, è il giallo. Ossia: non conta quanto sia complesso l’intreccio, quanto sia coerente o quanto riesca a sbrogliarsi in maniera geometricamente perfetta, bensì quanto sia elaborata l’analisi del mondo quotidiano che circonda e vive la protagonista. E ricordando queste premesse, facciamo osservare, appunto, che l’albo in questione rappresenta proprio un’anomalia derivante dall’appiattimento del rilievo psicologico dei personaggi e dal conseguente sopravvento dell’elemento "giallistico", che è l’unica cosa che, effettivamente, si compie senza forzature o frettolose conclusioni. Dunque, basterebbe soltanto questa motivazione per invalidare la nostra storia tout-court.

I disegni

Boraley, in sostanza, sembra rinunciare ad un contributo che vada al di là della pura rappresentazione "canonica"
I disegni di Steve Boraley sembrano buoni, con un discreto livello di dettaglio e di realismo, in linea con l’impostazione grafica della serie. Tuttavia, essi non possono esimersi dal collocarsi in un contesto di solo "conformismo" visivo, poiché mancanti di quell’interpretazione soggettiva che permetta al disegno di distinguersi, di offrire un punto di vista proprio che si palesi nella tendenza a costruire le scene in un determinato modo, oppure a proporre sequenze fortemente "personalizzate" che spicchino all’attenzione del guardante. Boraley, in sostanza, sembra rinunciare ad un contributo che vada al di là della pura rappresentazione "canonica". In questo senso, appare abbastanza normale non esaltarsi neppure sul fronte della caratterizzazione grafica che, anzi, si mette al servizio di una lettura fiacca e insoddisfacente.

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