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Un anno con Julia
Riannodando i fili Julia è senza dubbio un prodotto atipico nel panorama Bonelli, sebbene possa apparire come la testata più bonelliana tra tutte. Queste sue contraddizioni interne, che andremo ora ad esaminare, la rendono un esempio peculiare, ed è forse in queste sue peculiarità che si cela il suo costante e silenzioso successo.
Attenzione, questo non necessariamente implica la completa banalità dei soggetti, quanto piuttosto un utilizzo delle dinamiche della storia come pretesto per approfondire la conoscenza coi personaggi, specie i comprimari, sempre delineati con cura e perfezione. Già questo approccio alla realizzazione del singolo albo rende Julia un prodotto parzialmente differente da altri, più tesi alla costruzione di storie eccessivamente d'azione, a discapito di un possibile approfondimento psicologico. Berardi ha scelto in primo luogo un cast di personaggi, ha dato loro visi e tic tratti dal mondo del cinema, ha progettato una cittadina che nulla ha da invidiare alla Cabot Cove della signora Fletcher e solamente quando ha avuto l'intero panorama perfettamente delineato e sotto controllo ha dedicato la stessa attenzione maniacale all'elaborazione dei soggetti e dei comprimari di ogni singolo albo. Come lui stesso ammette Julia è l'unico progetto a cui sto lavorando e non potrebbe essere altrimenti, perché mi impegna una media di dodici ore al giorno per cinque giorni alla settimana. Un ritmo pesantissimo che spero di poter allentare con il passare del tempo e il consolidamento della serie.Un mondo reale, quindi, minuziosamente costruito e curato, nel quale si muovono figure perfettamente credibili e in linea con la società contemporanea: coppie in crisi, folli monomaniaci, disperati, così come famiglie felici o in cerca di felicità. Vita vera, in due parole, ben lontana dai classici mondi d'azione e avventura delle altre testate Bonelli.
Realismo, introspezione, soggetti diluiti per consentire di cogliere ogni minima sfumatura: caratteristiche forse più adatte ad un manga di Mitsuru Adachi che non ad una testata Bonelli. Il tutto, infine, gestito dalle perfette sceneggiature di Berardi, nella quale la rigida scansione delle tavole permette una costruzione cinematografica dell'azione, con montaggi alternati, stacchi per analogia o contrasto, cambi inaspettati di soggettive, controcampi e via dicendo. La griglia bonelliana, pur impreziosita da scelte registiche ottime, rimane quindi rigidamente bloccata, e i casi di splash page o di abbandono della canonica suddivisione della tavola si possono contare col contagocce: decisamente una scelta di classicismo, pur col suo stile interno.
disegni rispettivamente, di Giorgio Trevisan e Claudio Piccoli (c) SBE Questi in sostanza gli aspetti che rendono Julia una testata peculiare: Tutto questo è Julia, ma Julia è anche altro.
Eppure qualcosa stona... Purtroppo, il limite maggiore della testata emerge proprio qui, nella sua atemporalità, nell'assoluta mancanza di una dimensione di sviluppo emotivo di albo in albo. Webb rimane uno scapolo che stira in calzini, Irving un buontempone col compito di fare da paciere, Emily la solita affettuosa caciarona e Leo il consueto dongiovanni cortese. Nessuna evoluzione, nessuna modifica dello status quo: ogni albo è identico a se stesso, pur con tutte le varianti del caso. L'unica concessione alla regola, nel n.64, "La notte dei diamanti", con il primo (e unico, finora) bacio tra Julia e Webb, e il tenente pronto a dichiararsi, è crollata con un banale clichè: un amnesia riparatrice, un trucco, forse scorretto, che non tutti i lettori, affamati di sentimento, hanno apprezzato.
Da sottolineare, tuttavia, come Berardi da qualche mese stia cercando di rendere più dinamica la scena del crimine: nel giro di questo ultimo anno di vita editoriale, Julia è volata in Francia, è finita in un paesino dimenticato tra le montagne, ha incontrato un vecchio amore a Milwaukee, è persino tornata giovane, nella splendida storia presente nel primo Almanacco del giallo dedicato alla nostra criminologa (in sostituzione dello storico Nick Raider). Le stesse scenette, divertenti all'inizio, ora trite, di litigi tra Julia e Webb, o scenate tra Webb e Leo, sono in netta diminuzione, a fronte di un maggior interesse verso Julia, donna single in cerca di stabilità emotiva.
Una delle altre armi a doppio taglio della testata è costituita dai disegni: in quest'ultimo anno si sono alternati abili disegnatori come Claudio Piccoli, Roberto Zaghi, Enio, Steve Boraley, Ivan Calcaterra e Ernestino Michelazzo, solo per citarne alcuni, senza però che si possano notare acme di bravura, se non per l'ottimo Garcia Seijas. Non che questi disegnatori non siano seri professionisti, bravi e capaci. Semplicemente, il ferreo controllo di Berardi su disegni e costruzione della tavola la maggior parte delle volte impedisce l'emergere dei punti di forza di ciascun disegnatore, e crea un'uniformità di buon livello, altro elemento che contribuisce alla sensazione di leggere ogni mese un nuovo, stesso albo.
Dopo un anno, cosa resta? A suo modo, Julia sfonda la classicità bonelliana e si propone come prodotto alternativo, ma immediatamente dopo si rinchiude in una nuova staticità dalla quale Berardi pare non voglia uscire. Staticità perfetta, semplicemente magistrale in ogni dettaglio, ma pur sempre staticità. La bandiera bianca della bravura di Berardi davanti alla serialità.
Ed è soprattutto per questo che nell'ultimo anno uBC non ha ospitato recensioni dei numeri di Julia, per la manifesta inutilità di proporre sempre la medesima opinione ad ogni recensione: davanti ad un giallo ben costruito, a dei personaggi sempre vivi, ad una sceneggiatura brillante, a dei disegni pregevoli, cosa resta da dire di mese in mese? Nulla, se non fare i complimenti agli autori, pur sempre con la sfuggente sensazione di essere bloccati in un limbo senza tempo.
Quale che sia il destino di Julia (evolvere sentimentalmente? Emigrare in Europa? Restare a Garden City?), auguriamo alla testata una vita editoriale lunghissima, perchè, e questo è comunque fuori da ogni dubbio, si tratta di un prodotto di altissimo livello, la cui presenza non può che aiutare il panorama fumettistico italiano a migliorare.
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