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" Echi dal passato"


Pagine correlate:

Un crollo nei sotterranei del Museo di Scienze Naturali, un tempo dimora dei Luscombe (una delle famiglie più ricche di Garden City), porta alla luce uno scheletro umano. La famiglia Luscombe, per prevenire eventuali scandali, incarica Julia di scoprire quale verità possa celarsi dietro questo ritrovamento. Julia chiede aiuto a Homer Kolb, uno scultore esperto in ricostruzioni anatomiche, riuscendo così a identificare nello scheletro Sidney Luscombe, deceduto (!?) 25 anni prima nel corso della guerra in Vietnam...

Un fossile dal Vietnam
recensione di Francesco Manetti



TESTI
Sog. Giancarlo Berardi
e Sce. Maurizio Mantero
   

Dopo la trilogia dedicata alla serial killer Myrna Harrod, ecco, a qualche mese di distanza, una storia che si divide su due albi, occupando dunque ben 252 pagine complessive.

Se per molti versi era comprensibilissima la richiesta, da parte di Berardi, di poter contare su un terzo di pagine in più rispetto agli attuali canoni bonelliani (94 pagine) al fine di avere "lo spazio materiale per mettere in scena i personaggi, per farli agire, per approfondire le psicologie" (cfr. la posta del n.3), è anche vero che la struttura di una storia fondata su una detection mal si presta, nella maggior parte dei casi, a essere interrotta in due o in più parti.

Nel caso della storia dedicata a Myrna, la ripartizione in tre albi aveva penalizzato solamente "Oggetto d'amore" JU 2, albo un po' troppo interlocutorio. Ne "Gli occhi dell'abisso" JU 1, infatti, il lettore era attratto, più che dalla storia, dalla definizione della personalità della protagonista; allo stesso modo, nell'albo "Nella mente del mostro" JU 3 il lettore finiva con l'essere senz'altro sedotto (esteticamente parlando :-)) dal fatto che, quasi specularmente rispetto ai primi due episodi della trilogia (punteggiati dal ricorrere delle pagine del diario di Julia), l'epilogo della vicenda fosse narrato attraverso il "flusso di coscienza" della stessa Myrna. L'interesse per la nuova serie e le peculiarità stilistiche del terzo albo relegavano in secondo piano, insomma, l'importanza dell'indagine.

"la divisione in due albi rende più debole la prima parte della storia"
   
Nel caso della storia narrata in "Echi dal passato" e ne "Il reduce", invece, il fatto che Berardi e Mantero rallentino lo sviluppo degli eventi in maniera tale da far sì che l'indagine entri nel vivo solo a partire dalle prime pagine del secondo albo finisce indubbiamente col penalizzare la prima parte.

E' fin troppo palese, infatti, che l'indagine fra gli operai edili che parteciparono alla ristrutturazione della residenza dei Luscombe è una falsa pista, dato che la verità sullo scheletro rinvenuto nei sotterranei del Luscombe Museum è destinata a giungere (come potremmo dubitarne?) dall'operazione di ricostruzione anatomica attuata da Homer Kolb. Com'è possibile, di conseguenza, appassionarsi a tutto quanto narrato da pag.65 a pag.89 del n.9? Come potremmo provare interesse, ad esempio, per la vera e propria digressione riguardante l'arresto di uno degli operai divenuto, nel frattempo, spacciatore di droga (a parte il gusto di vedere Webb affrontare il criminale alla maniera dell'ispettore Callaghan? ;-)).

Si noti, inoltre, come molte sequenze o dialoghi vengano diluiti eccessivamente. Penso alle quattro pagine di spiegazioni sui dinosauri da parte della maestra (pag.6-9), alle due tavole (prive di balloon) dedicate alla raffigurazione di una escavatrice al lavoro (pag.10-11), alle quattro pagine in cui Homer Kolb spiega per filo e per segno a Julia i procedimenti che segue per ricostruire un volto (pag.92-95)...

Tutto questo rende "Echi dal passato" un albo molto lento, nel quale la storia non si decide a decollare. Unici punti di interesse sono i personaggi di Homer Kolb, accattivante figura di misantropo, e di Reginald Luscombe, nel quale è già intuibile l'amara rassegnazione di chi, al termine della vita, non potrà porre rimedio ai propri errori...

Decisamente ben congegnata, al contrario, la seconda parte della storia. "Il reduce" è un albo reso avvincente dalla sua struttura itinerante; dal suo ricostruire, di incontro in incontro con i vari reduci della guerra in Vietnam (ciascuno con una sua precisa fisionomia, al contrario dei pressoché anonimi operai del primo albo), la personalità e il percorso esistenziale di Sidney; nel farci chiedere chi possa avere interesse ad interrompere le indagini di Julia e di Leo.

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L'"agente Polk" in azione
disegno di Piccioni (c)1999 SBE

   
 

Godibili (a loro modo ;-)) le figure dei due killer, in ragione dell'understatement col quale affrontano il loro incarico (quasi fosse una frustrante routine), per il loro aspetto così simile a quello di due grigi impiegati prossimi alla pensione, per la grottesca frequenza col quale il più deciso dei due ricorre, nei momenti critici, alla tessera dell'"agente Polk"...

Intenso il personaggio di Rita Gonzales, la moglie di Jack O'Grady (alias Sidney Luscombe), per la sofferenza che ancora si porta dentro, a quindici anni dalla scomparsa del suo uomo. Ma, ancora una volta, è forse Reginald, il patriarca dei Luscombe, a emergere con forza, a rimanere impresso nella memoria del lettore, grazie anche alla frase con la quale suggella, per quel che lo riguarda, la conclusione delle indagini (vedi pag.129, ultima vignetta).

Molto gradevole, infine, a mio parere ancor più di quanto lo fosse nel già notevole "Se le montagne muoiono" JU 8, anche il tono da commedia col quale vengono presentati i rapporti fra Julia e Leo. Si pensi, ad esempio, alla gag delle pag.101-103, ripresa (in parte) dal film di Frank Capra "Accadde una notte".



DISEGNI
Giancarlo Caracuzzo, Valerio Piccioni
con la collaborazione di Maurizio Mantero ed Enio
   

Nettamente separata in due anche la parte grafica: "Echi dal passato" è disegnato da Giancarlo Caracuzzo (già visto su qualche numero di Martin Mystère e di Zona X, oltre che sul simil-bonelliano ESP), mentre "Il reduce" è realizzato da Valerio Piccioni, coadiuvato dallo stesso Mantero e da un fantomatico (almeno per me) Enio.

I risultati più apprezzabili si hanno, anche in questo caso, nel secondo albo. Il tratto di Piccioni, pur essendo un po' impersonale, è impeccabile, ed è soprattutto perfetto per una serie che non chiede ai disegnatori virtuosismi stilistici, bensì efficacia nella rappresentazione degli stati d'animo dei personaggi e realismo nella delineazione degli ambienti. Collegandomi a quanto già detto nella parte relativa al testo, è indubbiamente anche grazie a questi disegni che ogni ex-commilitone di Sidney acquista una sua personalità, che i due killer diventano accattivanti, che le gag di Leo e Julia risultano così divertenti...

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Julia si risveglia da un incubo
di Caracuzzo (c)1999 SBE

   
 

I disegni di Caracuzzo, invece, pur essendo forse più apprezzabili rispetto alle sue prove passate (anche se trovai molto suggestiva la mezzatinta di "Roma" ESP 10), rendono spesso "sgraziati" i volti e le anatomie dei personaggi, oltre a raffigurare in maniera approssimativa e poco incisiva alcuni climax del testo, come il crollo della galleria, l'incubo di Julia, l'esplosione del capannone in cui vive Kolb...

Si noterà, inoltre, come lo stile adottato da Caracuzzo sembri adeguarsi, ancora una volta, ad un modello prefissato.

Assieme al dibattito relativo alle differenze che si possono riscontrare fra la serie dedicata a Julia e tutta la precedente produzione fumettistica di Giancarlo Berardi, un altro dibattito che ricorre con frequenza è quello relativo a una presunta "tirannia" di Berardi nei confronti dei disegnatori che lavorano per lui.

Ora, è un dato di fatto che Berardi obblighi, di fatto, i suoi disegnatori a non potersi esprimere che tramite una griglia di sei vignette per tavola (le rarissime eccezioni non fanno testo), a dovergli sottoporre un layout di prova per ciascuna tavola, addirittura a dover disegnare a partire da dei layout realizzati da altri!, e, come se tutto questo non bastasse, a dover subire pesanti modifiche redazionali (ne cito una, incontestabile, nella scheda allegata a questa recensione)...

"possibile che ciascun autore stia evolvendo, autonomamente, verso un medesimo stile?"
   

Più controversa è invece la questione riguardante il presunto obbligo, per ciascun disegnatore, di adeguare il proprio stile ad un modello precostituito. Analizzando i 12 albi usciti sinora (ebbene sì: le vacanze estive mi fanno scrivere questa recensione con un po' di ritardo :-)), possiamo notare che Giorgio Trevisan, Sergio Toppi, Corrado Roi e Laura Zuccheri hanno mantenuto senz'altro i loro rispettivi stili, mentre la maggior parte degli altri disegnatori ha un tratto che, soprattutto a colpo d'occhio, può apparire pressoché uniforme.

In realtà, sembra assolutamente certo che la metamorfosi stilistica percepibile in alcuni disegnatori sia da ricondurre ad una autonoma ricerca da parte di ogni singolo autore. E' il caso, ad esempio, di Dall'Agnol, la cui evoluzione (o involuzione, a seconda dei punti di vista) rispetto all'epoca de "Il buio" DD 34 era già percepibile in albi come "Il confine" DD 122 e "Morire dal ridere" NR 107.

Possibile, però, che quasi tutti i disegnatori di Julia stiano evolvendo, ciascuno attraverso un percorso autonomo, a dei risultati espressivi pressoché identici?

Probabilmente la verità sta, come sempre, nel mezzo. Da un lato Berardi ha effettivamente scelto dei disegnatori che hanno uno stile più o meno uniforme (anche Roberto Zaghi e Thomas Campi, ad esempio, ovvero due futuri disegnatori di questa serie, hanno uno stile grosso modo non troppo dissimile da quello di Vannini, di Dall'Agnol, di Soldi, di Siniscalchi, di Caracuzzo, di Antinori...). Per altri versi, comincio a ritenere che qualcuno fra questi disegnatori si stia effettivamente uniformando (consciamente o meno, ma in ogni caso non coartatamente) allo stile che Berardi sembra prediligere.

Aldilà di tutte queste mie illazioni, rimane comunque vero che Julia si presenta come una serie nella quale l'importanza dei testi tende a prevalere sull'importanza dei disegni, come se questi dovessero limitarsi ad essere semplicemente "funzionali" nel senso più gretto del termine.

Il che, ovviamente, mi fa rimpiangere ancor più la fine del sodalizio fra Berardi e Ivo Milazzo...



GLOBALE
 

Se fosse stato possibile contenere la sceneggiatura in 180-200 tavole, penso che questa storia sarebbe risultata una delle migliori, se non la migliore in assoluto, fra quelle pubblicate sinora. Purtroppo l'esigenza editoriale di coprire o 126 o 252 pagine ha creato un disequilibrio fra le due parti, a scapito della prima. Detto questo, la sceneggiatura de "Il reduce" dimostra, ancora una volta, le qualità di Mantero, vero e proprio alter-ego di Berardi (personalmente, non riuscirei a distinguere una sceneggiatura di Berardi da una di Mantero).

Insolita e "inquietante" la copertina di "Echi dal passato", con quello scheletro di mammuth che sembra minacciare un'inconsapevole Julia. Più scontata la copertina de "Il reduce", con Julia intenta a scrutare, per così dire, il passato di Sidney tramite l'elmetto militare che tiene fra le mani.

Resterebbero, infine, varie considerazioni da fare sulla serie in generale, in particolare sulla definizione della personalità della protagonista (a partire, soprattutto, dal modo in cui Julia traccia lo spietato profilo psicologico di Kolb) e sulla continuity del tutto illusoria (a dispetto delle emozioni provate durante i giorni trascorsi con George, Julia torna alla sua solita vita come nulla fosse accaduto), ma preferisco rimandare questo tipo di analisi ad un momento successivo. Anche Magico Vento, del resto, ci ha offerto degli ottimi albi solo a partire da "Cielo di piombo" MV 12, per poi regalarci il primo vero capolavoro solo con "La grande visione" MV 16. Perché non supporre che anche Julia, fra qualche mese, possa rivelarsi quel capolavoro che tutti gli ammiratori dei precedenti lavori di Berardi si aspettavano?

 

 


 
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