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" La lunga notte di Sheila"


Pagine correlate:

Una ragazza di colore uccisa, violentata e seviziata, un efferato delitto, un nuovo incubo per Julia. E alla fine ci si accorge che la cosiddetta normalità è più folle della pazzia.

Elogio della forma
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. Giancarlo Berardi
Sce. Giuseppe De Nardo
   

Adoro i gialli di Nero Wolfe: sono gli unici che riesco a leggere anche senza preoccuparmi di indovinare chi sia il colpevole; quello che mi intriga è l'ironia di Archie Goodwin, le manie del protagonista, il ricco cast dei comprimari (Cramer, Fritz, Theodore...); e il fatto che tutto sia reso con una scrittura colta e accattivante benché si tratti di un genere di evasione.

"Il piacere che si trae dalla lettura di questo fumetto è indipendente dalle storie che racconta: è il modo in cui queste vengono raccontate, che incanta."
   

Perdonate questa parentesi personale, ma serviva proprio a spiegare cos'è che mi piace sempre di più di Julia, facendola diventare, insieme a Nero Wolfe e all'ultima sorsata di birra, uno dei miei piaceri irrinunciabili: è il superbo impianto formale. Il piacere che si trae dalla lettura di questo fumetto è indipendente dalle storie che racconta: è il modo in cui queste vengono raccontate, che incanta.

Il soggetto di questo numero, in realtà, non pare esente da difetti: gli elementi fuorvianti, che classicamente vengono disseminati per distogliere il lettore dalla verità colta anzitempo, risultano forse un po' artificiosi, riconoscibili, poco naturali, non scappano inosservati. Un leggero senso di forzatura prende il lettore che ha appena chiuso il suo albo e riflette sulla fine della storia. Oltretutto sembra di intravedere anche qualche buco nel soggetto, qualche debolezza interna alla storia (e a questo proposito vedere la scheda di questo numero).

Eppure... la sceneggiatura incanta. La forma usata per raccontare questa storia non del tutto felice è perfetta, è un orologio, è una struttura magicamente tesa in equilibrio sul filo del racconto, in cui quello che risulta, alla fine, assolutamente impagabile, è proprio il contorno narrativo, l'ambientazione, la cornice.

Che dolcezza nel dialogo tra Julia e la nonna, che simpatia emana da certe espressioni del buon Irving quando fa i complimenti al caffè di Emily, che brioso realismo nelle schermaglie tra Julia e Webb... E che straordinaria abilità nel narrare con le immagini: la sceneggiatura delle prime cinque pagine non prevede un solo balloon; non c'è mai una parola in più, una parola fuori posto, un passaggio affrettato o poco chiaro.

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la chiacchierata "psico-terapeutica" di Julia con la nonna - (c) 1999 SBE

Non è per fare paragoni che sarebbero fuori luogo, ma confrontare la scrittura di Julia con quelle di altri fumetti, fa venire in mente l'esecuzione della quinta sinfonia di Beethoven, da una parte con un carillon, dall'altro con il pieno orchestrale: le note, la musica, sono le stesse, è il timbro che cambia! Le sceneggiature di Julia sono fatte (e, sia detto per inciso, anche quando non le fa Berardi, come in questo caso...) usando sempre tutte le note della tastiera, tutti i timbri dell'orchestra, tutti i colori e le sfumature della tavolozza.

E questo non comune esercizio formale viene mostrato con assoluta naturalezza: sembra tutto facile, come si dice di solito. Certo, quanto detto non deve assolutamente lasciar credere che si tratti di un mero tecnicismo: i personaggi di Julia non sono aridi stereotipi privi di anima, vuote impalcature per compitare immagini e parole nella difficile arte del fumetto: la loro anima è nella loro verosimiglianza, nella loro realtà, e nei sentimenti che comunque sempre traspaiono. E così, la forma non è vuota, la maschera non è nuda, vita e arte non sono più così incommensurabili.

Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.



DISEGNI
Luigi Siniscalchi    

Ovviamente, quando si inizia un fumetto con cinque tavole senza parole, per tacere del resto, è essenziale che il disegnatore svolga il suo lavoro con chiarezza. E Siniscalchi svolge il filo figurativo della storia con matematica evidenza, quasi un teorema. Rappresenta talmente bene la storia da fornire proprio lui al lettore un indizio determinante per capire la verità, insistendo molto sull'essere mancino del personaggio che poi si rivelerà essere il colpevole.

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Il gioco di sguardi (a distanza) delle pagg.12-13 - (c) 1999 SBE

La sua capacità di comunicare il senso della storia indipendentemente dalle parole appare tanto più evidente se si considera la notevole gamma di espressioni con cui vengono fatti "recitare" (nei primi piani soprattutto) i personaggi: si guardi solo come vengono resi lo stupore-spavento di Sheila sorpresa nel palco o il gioco di sguardi tra i due giovani nella scena immediatamente successiva (pag.9 e pagg.12-13); o la gamma di espressioni di Emily nella già citata scena con Ben Irving. Indubbiamente, il lavoro del disegnatore risulta fondamentale in questo caso per i risultati positivi raggiunti dalla sceneggiatura.



GLOBALE
 

De Nardo si conferma abile sceneggiatore: sollevato dal peso di scrivere il soggetto (le sue precedenti prove su Dylan Dog - il DD137 "La città perduta", la storia contenuta nell'ultimo Almanacco della Paura "Sperduti nel nulla " e il DD148 "Abissi di follia" - non brillavano certo per originalità, malgrado il buon ritmo delle sue sceneggiature) si inserisce alla perfezione nello stile narrativo finora tracciato da Berardi e Mantero.

Efficace e inquietante la copertina di Marco Soldi che presenta una composizione degna di nota, ancora una volta ben distante dal canone bonelliano e perfettamente in linea con la filosofia della serie.

 

 


 
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