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" Diluvio di fuoco"

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Julia
Webb

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Una serie di attentati dinamitardi, rivolti contro le forze di polizia, scuote la tranquillità di Garden City. A Julia il compito di scoprirne l’autore.

Una donna reale, Julia.
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. Giancarlo Berardi
Sce. Maurizio Mantero
   

Quarto albo e seconda indagine per Julia . Un’indagine meno d’effetto della precedente; con un "cattivo" scialbo se paragonato alla Myrna Harrod dei primi tre episodi, la cui personalità, nel terzo, "Nella mente del mostro", finiva addirittura per mettere in secondo piano quella di Julia; un episodio apparentemente minore.

Apparentemente...

Perché in realtà la storia traduce in modo assolutamente puntuale gli intendimenti del creatore della criminologa di Garden City, ed aggiunge spessore al personaggio ed al suo mondo.

Quelle che sono, ad una prima lettura, debolezze dell’impianto narrativo, si rivelano in realtà i suoi maggiori punti di forza e la messa in atto del programma predisposto da Giancarlo Berardi per la serie, che vuole prima di ogni cosa l’aderenza alla realtà dei fatti e la verosimiglianza dei personaggi.

Ad ogni albo continua ad arricchirsi la figura della protagonista, la cui personalità viene posta al centro delle vicende insieme a quella del "cattivo" di turno. Un’impostazione logica stanti le caratteristiche della serie.

"Julia è una donna vera, soggetta ad umori e sentimenti veri (..)"
   
Personalità complessa ed affascinante, quella di Julia, certo non immediatamente simpatica; cosa che forse impedisce ad alcuni di entrare a fondo nei meccanismi del personaggio e della serie. Una caratteristica che la distacca dagli altri protagonisti bonelliani, nati per cattivarsi da subito le simpatie del pubblico (e Dylan Dog ne è l’esempio più lampante). Una caratteristica, però, che fa di lei una donna vera e non di carta; com’era nelle intenzioni dell’autore.

Donna vera, dunque, e come tale soggetta ad umori e sentimenti veri, a giornate storte; caratterizzata da idiosincrasie che non sono semplici espedienti narrativi, ma particolari che, stratificandosi, andranno a comporre nel tempo la galleria delle molte facce di una personalità in continua evoluzione come ci verrà "raccontata" da Berardi e dagli autori che lo affiancheranno.

Compassionevole, spigolosa, altera, ironica, dura, professionale; in una sola puntata Julia è tutto questo e altro.

Il tenente Webb, nel corso di un alterco, la investirà dandole della "gran dama con la puzza al naso": e in quell’occasione lo era, eccome! Così come sembra essere un’insegnante distaccata e professionale all’università; oppure è una donna capace di entrare nel mondo di una bambina che ha appena perso il padre; o ancora una donna in grado di affrontare situazioni di pericolo; ed anche una donna che non lascia passare una battuta (innocente ancorché triviale) all’amico Leo Baxter.

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una Julia ironica
di Dall’Agnol (c)1999 SBE

Per ogni situazione, Julia viene fatta reagire come un essere umano autentico, con il suo bagaglio di emotività e razionalità, ora scostante ora simpatica; mai semplice personaggio di un fumetto.

"Nella realtà le cose sono molto più grigie. L’infermità mentale non trasforma un uomo qualunque in un genio del male ...".
   
Maurizio Mantero, qui alla sceneggiatura a ricomporre un sodalizio che ha già dato molto all'epoca di Ken Parker , non concede nulla alla spettacolarizzazione degli eventi. E la descrizione del "serial bomber" G.D., alias Tadeusz Rogozarsky, integra perfettamente in questo senso il lavoro fatto con il personaggio di Julia.

A pag.75, nel corso di un’intervista televisiva, Julia ricorda come Robert Louis Stevenson facesse notare che una storia è tanto più riuscita quanto è riuscita la figura del suo "cattivo"; e per questo ci si sforzi di rendere tale figura brillante, caratterizzata. Nella successiva vignetta la criminologa fa un’affermazione che vale la pena riportare, perché fornisce la cifra della serie come si è venuta evolvendo finora, e la sua chiave di lettura: "Nella realtà le cose sono molto più grigie. L’infermità mentale non trasforma un uomo qualunque in un genio del male ...". Se non si ha sempre presente questo concetto, che è una sorta di dichiarazione programmatica della serie, si rischia di scambiare il successo completo riportato dagli autori nella caratterizzazione tanto di Julia che di G.D., per un risultato mediocre. In realtà, il personaggio del "serial bomber" è come deve essere: un uomo come tanti, dalla incolore personalità esteriore e che gli eventi hanno trascinato a diventare un assassino, un "mostro".

Si inscrive nella ricerca della costruzione di un mondo reale attorno alla protagonista anche la minuziosa descrizione della personalità di G.D. fatta da Julia alle pagg.54/60. In apparenza la scena sembra tolta di peso da un racconto di Sherlock Holmes, con l’investigatore-demiurgo che divina le caratteristiche di una persona quasi per magia; in realtà non è che la fedele analisi del metodo di lavoro di un criminologo consulente delle forze dell’ordine, che si basa sulle statistiche per formulare ipotesi. Ancora una volta nessuna concessione allo spettacolo (ed anzi una chiara coscienza autoironica di tale "pericolo" nella battuta di Irving a pag.54: "Elementare, Watson").

L’attenzione per le figure cardine, non fa dimenticare agli autori che una storia vive anche di comprimari; e Maurizio Mantero riesce in modo egregio a tratteggiare i personaggi fissi, come Webb, che sviluppa sempre più un istinto protettivo nei confronti della criminologa; subendone gli scatti, a volte giustificati, altre volte immotivati, che sfociano in quei litigi che punteggiano gli albi (e che - lungi dall’essere solo una caratterizzazione macchiettistica - sono una testimonianza di amore per il cinema, ricordando certe atmosfere da commedia sofisticata, tagliate su misura per un personaggio come Julia). Non meno bene, Mantero descrive un personaggio assolutamente minore come Susan Mitchell, del quale da, in appena una tavola, a pag.63, una descrizione così compiuta da restituirci l’immagine di una donna come ne potremmo incontrare ogni giorno; con le sue ansie e paure, i timori del futuro ed il peso del passato.

Personaggi veri, dunque, quelli che popolano le pagine dell’ultima nata di casa Bonelli; un esperimento, se vogliamo, e che sta riuscendo benissimo. Più difficile dire se l’esperimento riuscirà fino in fondo a soddisfare le aspettative del pubblico ( e ce lo auguriamo).

A dare il tocco finale di autenticità c’è l’integrazione puntuale tra il mondo privato di Julia, gli aspetti più quotidiani presentatici in modo naturale nel corso di questo albo come dei precedenti e le indagini. Le incursioni nella sfera personale della criminologa non appesantiscono la narrazione, ma la diluiscono, conferendo alla storia quel sapore di umanità che rende la serie così diversa dal resto della produzione bonelliana.

L’unica altra serie in cui vi sia di frequente la presentazione della vita quotidiana del protagonista è Martin Mystére ; lo scopo di Alfredo Castelli , tuttavia, è quello di accentuare la dimensione umana del protagonista in modo intelligentemente ironico, non di costruirgli un mondo di assoluta normalità come in Julia: Julia e MM sono due gioielli di diversa fattura.

Se difetti (veniali) ve ne sono, essi sono da ricercare nella fastidiosa concessione allo "spettacolo" che viene fatta con un personaggio come la governante di Julia, Emily, che Berardi non si decide ancora a far uscire da una dimensione di puro intermezzo umoristico (e la cui presenza, infatti, stride nel contesto della narrazione) e nella concessione al patetismo rappresentata dalla morte di Tanner in chiusura dell’albo.



DISEGNI
Pietro Dall'Agnol    

Irriconoscibile.

Questa la prima reazione che si prova di fronte alle tavole di Pietro Dall’Agnol per quest’albo.

Il lettore passa poi ad una serie di considerazioni estetiche sulla ben scarsa leggibilità del tratto, rileva gli errori commessi, a volte evidenti (i due più chiari: a pag.59, quinta vignetta dove il volto ed il naso di Julia sono quasi irriconoscibili; a pag.116, terza vignetta, dove appare una Julia anatomicamente molto discutibile); per decidere, infine, non tanto che la prova dell’autore non gli piace - cosa possibile sempre e per chiunque - ma che essa è irrimediabilmente insufficiente.

Eppure, se si ha la pazienza di non accontentarsi di una lettura immediata e se si ha l’accortezza di fare un paio di considerazioni è possibile andare oltre la prima impressione negativa.

"Nonostante i difetti, Dall’Agnol ci da dei personaggi vivi ed autentici (..)"
   
I difetti ci sono, indubbiamente - oltre a quelli già detti non si può tacere il fatto che lo sfregio di Tanner, dovuto all’ustione occorsagli in passato, non è chiaro fino a quando non viene detto esplicitamente. Queste ombre, tuttavia, non inficiano del tutto la prova di Dall’Agnol. Giancarlo Berardi appare intenzionato a chiedere ai disegnatori che si stanno alternando nella realizzazione delle tavole di Julia uno stile il più possibile uniforme, rinunciando (anche non poco, com’è il caso di Dall’Agnol) alla propria personalità artistica. La legittimità di tale operazione è opinabile, ed oltre a questo viene a diminuire il piacere di vedere un personaggio attraverso gli occhi dei vari disegnatori; è, però, coerente con il piano generale di Berardi di creare un mondo assolutamente realistico per la sua creatura; e certo questa omogeneità tendenziale, appiattendo - o più correttamente - uniformando il personaggio, concorre a creare un effetto di realismo. La prosaicità del tratto, poi, accentua maggiormente l’effetto; e Dall’Agnol non si è sottratto a alla ricerca di questa prosaicità.

(7k)
il "protettivo" tenente Webb
di Dall’Agnol (c)1999 SBE

   
 

Né si è sottratto a quella che in fondo è una sfida alle capacità di un artista: modificare il proprio tratto in funzione delle esigenze del personaggio da rappresentare. Non si può neppure escludere a priori che tale evoluzione stia avvenendo per sua scelta, del resto.

Che il cambiamento del disegnare di Dall’Agnol sia esclusivamente dovuto alle direttive berardiane od ubbidisca in ultima analisi a pulsioni dell’autore che hanno incontrato le esigenze di Berardi, è, in fondo, questione secondaria. Ciò che è importante rilevare è che, pur in un momento di passaggio come questo albo - quindi in un momento in cui l’autore sta maturando un nuovo stile di cui non si sente ancora padrone (e questo è evidente negli errori ricordati) - non viene meno la capacità più importante per un artista: quella di saper far recitare i suoi personaggi e conferirgli umanità.

Gli uomini e le donne di Dall’Agnol sono vivi ed autentici; la sua Julia ci restituisce la gamma completa delle emozioni che prova: ora angosciata, ora ironica, ora amorevole.. e poi sarcastica, irata, compassionevole, distaccata. Dall’Agnol traduce la sceneggiatura in immagini che trasmettono i sentimenti dei personaggi. I due primi piani del tenente Webb, alle pagg.32 e 33 esprimono in modo puntuale gli stati d’animo dell’uomo: protettivo e preoccupato nell’una, irato nella seconda. Non meno espressivi i primi piani di G.D. coperto dal passamontagna, dove l’angoscia e la follia del personaggio traspaiono in modo magistrale, effetto accentuato dal viso coperto dell’uomo, che permette di concentrare l’attenzione sull’unico particolare visibile del volto.

Anche Tanner, nonostante l’errore di cui si è detto, viene reso in modo da coglierne l’amarezza di fondo e con l’ambiguità che il testo richiede per un personaggio che - per un tratto - recita da sospetto.

E’ ovvio che la prova di Dall’Agnol viene ad essere sopravvalutata soprattutto in funzione del fatto che l’autore è all’inizio di un processo di trasformazione del suo modo di disegnare: nelle future storie che disegnerà per Julia è auspicabile che le non poche sbavature di questo albo scompaiano e che un nuovo equilibrio si sostituisca a quello vecchio.



GLOBALE
 

In soli quattro episodi Julia ha saputo definire la sua dimensione di persona umana, dal carattere complesso e irriducibile nelle maglie di un normale personaggio a fumetti: appare come qualcosa di più, di più completo. Proprio per questo è spiacevole trovarsi di fronte ad una rubrica della posta che assomiglia troppo a quella di altre serie della casa editrice e che da tempo ne costituiscono un tallone di Achille: sarà tanto di guadagnato se Giancarlo Berardi vorrà impostare la rubrica in modo più coerente con lo spirito dell’albo. Sempre più belle, invece, le copertine di Marco Soldi, qui con una Julia in primo piano, in fuga dall’incendio di un teatro. L’effetto di angoscia e dinamismo, con le fiamme a fare da corona intorno al capo di Julia è molto suggestivo. Ottimo anche il lavoro di lettering, con le pagine del diario di Julia ben leggibili.

 

 


 
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