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"La morte invisibile"


Pagine correlate:

“Da tempo la “morte rossa” devastava il paese. Mai epidemia era stata più orribile o più fatale. Il male si attaccava al sangue; e si manifestava in tutto il rosso orrore del sangue. Dapprima erano dolori acuti e improvvise vertigini; poi sangue che sgorgava dai pori, e infine il mortale disfacimento. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza, che negava ai colpiti ogni aiuto e ogni cura da parte dei propri simili. Il morbo insorgeva, si diffondeva e si concludeva nell’arco di una mezz’ora”.

E. A. Poe, La maschera della morte rossa

Che peste, quella Julia!
recensione di Giuseppe Pelosi




TESTI
Sog. e Sce. Giancarlo Berardi /
Giancarlo Berardi e Maurizio Mantero
   

Il soggetto è di quelli che hanno fatto la storia della letteratura. Il tema del contagio, dell’epidemia, della peste, risale al Decameron del Boccaccio e giunge alla Peste di Camus, passando attraverso i Promessi Sposi, senza dimenticare appunto Edgar Allan Poe. E persino Cecità di Saramago, se vogliamo. E questi sono solo alcuni esempi, i primi che ci vengono. Se poi guardiamo al cinema, davvero ci perdiamo. Sì, questo tema è una bomba. Però qua ci sembra come disinnescato... La scelta di Berardi è anche coraggiosa, per certi versi: del tema del contagio, quello che solitamente tocca di più il lettore, è proprio il fascino morboso della strage: “e poi non rimase nessuno”.

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L’antro degli stregoni Disegni di Enio (c) 2001 SBE

Sarà a causa di quello stesso sentimento che ci spinge a rallentare in prossimità degli incidenti stradali, come dice Stephen King; sarà a causa del piacere interiore che nasce dal senso di averla scampata; sarà il gusto dell’orrido che spesso ci spinge a scrutare nell’abisso, ma di fatto è proprio il morbo, quello che vogliamo vedere. Le macchie. I bubboni.

"Berardi ci nega il fascino morboso della strage"    

E invece Berardi, coraggiosamente, forse, come si diceva, tutto questo ce lo nega: il virus non si propaga neanche un pochino; ci muore solo un tecnico di laboratorio, che tutto sommato ben gli sta. E la descrizione della sua morte, peraltro cruda, in effetti, è l’unica concessione che si fa al morboso lettore. Nessun innocente colpito dall’ineluttabile fato della morte invisibile. Nessuno spettacolare putrefarsi delle carni. Uffa. E già, perché togliendo questi più biechi effetti del contagio, quello che resta da narrare è solo la caccia all’uomo, la caccia al ladro che inconsapevolmente ha la morte in tasca. Ma a questo punto, su questa scelta, il virus mortale diventa assolutamente esteriore, come elemento narrativo: insomma, all’inseguimento di Slick ci si poteva andare per qualsiasi motivo, la caccia all’uomo poteva avere anche altre motivazioni. E così la bomba diventa una bombetta da carnevale. E il soggetto perde di ogni incisività, mettendosi a raccontare, senza variazioni, senza sorprese, e pure con qualche ingenuità (confronta le incongruenze nella scheda della storia) il solito inseguimento di sempre.

"Quello che resta da narrare è solo la caccia all’uomo"    

Cosa resta? Scommetto che l’avete già capito: resta la sceneggiatura, algidamente magistrale. Questo lungo prologo segnato dalla voce fuori campo che racconta una cosa diversa da quello che raccontano le immagini, che spezza su due livelli paralleli il piano della narrazione, è davvero impeccabile; e la tecnica della voce fuori campo si ritrova un po’ in tutto il numero, quasi un esercizio di stile, preciso, esatto. Come esatte, sempre, sono le intuizioni di Julia: quando Webb le chiede il profilo del ricercato di turno, Julia non si azzarda mai ad usare un modo verbale diverso dall’indicativo, che è il modo della realtà, della certezza; anche in questo numero, confessa di avere pochissimi elementi per il suo ritratto, confessa di essere costretta a indovinare, però neanche qui le sue ipotesi sono sfiorate dal modo della probabilità, da un prudente condizionale... Ma a dire la verità, non è questo fare da saputella che ci indispone in Julia, ma è proprio quella che, nella nostra ignoranza, consideriamo l’arbitrarietà delle sue ipotesi: ora, tutti abbiamo presente Sherlock Holmes: sparava le sue intuizioni sbalordendo chiunque, e quando poi spiegava come aveva fatto a capire il tutto risultava logico, ineccepibile. Ma, Julia, ecco, no. Prendiamo ad esempio proprio questo numero: quando Julia da il suo profilo, non ci riesce difficile accettare che il ladro sia “capace” ma non ancora sicuro delle sue “possibilità” dato che si limita a furtarelli, la cosa è verosimile. Ma quando lo ritrae come forse dedito alla droga, fidanzato (ipotesi che si rivelano vere, ovviamente), la domanda che sorge è immediata: ma come fa a dirlo? Quali sono gli elementi inferenziali da cui deduce ciò? Ci pare meno verosimile.

“E l’Oscurità, la Decomposizione e la Morte Rossa regnarono indisturbate su tutto”. (E. A. Poe, op. cit.)



DISEGNI
Enio    

Preciso come il bisturi di un chirurgo, il pennello di Enio. Ottimo nella descrizione della stazione, perfetto nella narrazione per sole immagini richiesta dalla sceneggiatura nei brani con la voce fuori campo, risolutamente espressivo nei volti, particolareggiato nei dettagli, persino innovativo, rispetto all’impianto figurativo solito della serie, nell’uso della tecnica mista ad acquerello o a china diluita nel flash back della morte del tecnico. E tutto ciò ancora una volta senza concedere niente alla “spettacolarità”, senza gratificare il lettore con un tratto che sia in qualche modo originale o accattivante o poetico o in qualsiasi altro modo caratterizzato, riconoscibile. Non dev’essere niente facile.

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Webb come Diabolik Disegni di Enio (c) 2000 SBE



GLOBALE
 

Il peraltro straordinario Marco Soldi ci convince un po’ meno del solito su questa copertina. Soprattutto ci sembrano stonati, a fronte della scena fortemente evocativa della trama posta in primo piano, gli sdolcinati colori pastello dello sfondo, più adatti forse al finale di Via col vento: domani è un altro giorno, e la vita continua... Ecco, letti così, anche questi colori disinnescano la bomba della trama, tranquillizzando il lettore sul fatto che tanto nessuno si farà male. Tutto il resto è mirabilmente costruito sulla centralità della fiala assassina e altrettanto mirabilmente gli uomini in tuta rivelano la loro paura. E comunque, anche questa copertina non illustra nessuna scena contenuta nell’albo.
 

 


 
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