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Who?
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Chi è Christine? Apparentemente questo interrogativo costituisce fulcro e motivo d’essere di questo venticinquesimo numero di Julia. Almeno è quanto il lettore è portato a pensare quando, una volta terminata la lettura, egli chiude l’albo e assapora per un momento il piacere di aver letto una bella storia. Poi, sempre che il lettore abbia e voglia avere il tempo per farlo :-), il suo cervello - le sue "scellule grigie" come avrebbe detto Poirot - si mette in moto ed egli si rende conto che l’indagine per arrivare all’identità di "Christine Carson" è sì elemento centrale, ossatura dell’albo, ma anche poco più di un pretesto, di un’impalcatura per sorreggere l’altra indagine: quella di Julia alla scoperta della vita di suo nonno: Walter Osborne Nulla di nuovo, in Julia questo accade molto spesso: la serie si basa sulla vita della donna Julia (e sulle persone con le quali ella entra in contatto) molto più che non sulle indagini della criminologa. In passato, però, questa caratteristica ha portato spesso a leggere storie superbamente strutturate dal lato umano, ma carenti dal punto di vista dell’investigazione narrata. Non così nell’occasione. Berardi, infatti, questa volta unisce alla consueta capacità di scrutare nell’anima della sua protagonista (e magari di creare personaggi vivi con poche e rapide vignette), un buon plot, solido e senza evidenti sbavature. Si può obiettare che l’intreccio si regge troppo sulla coincidenza che due giovani donne, tra loro simili (e che troppi scambiano tra loro) ed entrambe in fuga da un passato difficile abbiano finito per ritrovarsi a vivere insieme. E tuttavia se si accetta la possibilità che questo accada, tutto il resto è logicamente conseguente.
E per una serie che tante, troppe volte risente proprio della scarsità di tempo, che costringe gli autori quasi a riscrivere lo stesso copione (ottimo, in genere, ma quando lo si ripete all’infinito? :-)), questo è un fattore determinante.
La scrittura berardiana, poi, si mantiene perfettamente fluida dall’inizio alla fine, la lettura è piacevole e naturale, procede senza ostacoli, partecipando delle emozioni dei personaggi. Non sembri un cedimento ad una sorta di deteriore "buonismo" la scena della visita di Julia alla nonna: è anzi una vivida e dura rappresentazione della solitudine della protagonista, e sul registro usato da Berardi nella descrizione non credo si possa eccepire: anche un personaggio di carta ha diritto a vivere le proprie emozioni come sente di doverlo fare. La storia è a tal punto "facile" che si arriva in fondo senza sforzo alcuno, eppure non si può fare a meno, a lettura finita, di considerare la densità di fatti e soprattutto emozioni che l’autore ha riversato sulla pagina. E’ in sede di sceneggiatura che Berardi ha saputo creare un amalgama coerente delle varie trame distinte della storia: basti vedere come riesca a non far stonare i vari siparietti con una Emily molto più naturale del solito nonostante non rinunci a rappresentarla un po’ come macchietta.
Alla fluidità e scorrevolezza della storia contribuiscono in modo determinante i disegni di una Laura Zuccheri in sicuro progresso.
La sua Julia è viva e vera, naturale nella gestualità come nella mimica facciale (si vedano a puro titolo di esempio il primo piano "materno/con_senso_di_colpa a pag.11 e quello tra il divertito e il furibondo di pag.73). Gli altri personaggi "fissi" non sono da meno (il carattere vulcanico di Emily sembra uscir fuori dalla pagina, il suo Webb è davvero quell’uomo chiuso, problematico, duro eppure sensibile che la penna berardiana va descrivendo), i personaggi occasionali sembrano davvero le persone che ci capita di incontrare sull’autobus.
Resta, chiaramente, quell’aria dimessa che tutti, invariabilmente, gli albi di Julia hanno avuto. Del resto la scelta di fondo di Berardi di volere che tutti i disegnatori si attengano ad una "filosofia" comune, di base può essere criticata all’infinito (e di fatto è certamente criticabile), ma una volta data è quella!
Eppure, persino quell’aria dimessa, questa volta giova al risultato complessivo, perché la narrazione si fa sommessa e sottolinea con discrezione quel lavoro di scavo, così emotivamente difficile, che Julia compie nel proprio passato familiare.
In conclusione, un albo che potrebbe indurre in speranze per il futuro.
Un’ultima parola per ribadire come nelle occasioni in cui Berardi ha tutto l’agio di sviluppare la storia, il risultato non manchi mai di essere equilibrato e scritto con professionalità, inventiva e grande senso della narrazione. Poi il genere può non piacere, ma questa è cosa che riguarda il gusto personale.
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