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" Gli occhi dell'abisso"


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Finalmente è arrivata. Vi confesso che personalmente l'ho attesa parecchio. Almeno nove mesi, no, non quei nove mesi, ma quelli che sono trascorsi da quando, sull'ultimo numero della serie speciale di Ken Parker, Giancarlo Berardi ne rivelò la gestazione. Ma, al pari di quelli canonici, anche durante questi nove mesi, l'attesa si è fatta via via sempre più impaziente.
Ma adesso è qui. Per cui ...

Benvenuta Julia.
recensione di Fabrizio Gallerani



TESTI
Sog. e Sce. Giancarlo Berardi    

"Julia è una criminologa. Vale a dire, si è specializzata in una scienza che studia il crimine in tutti i suoi aspetti, basandosi sull'antropologia, sulla psicologia, sulla psichiatria, sulla psicanalisi, sulla sociologia... Tutte materie preziose, ma che richiedono istinto e capacità d'immedesimazione per risultare veramente efficaci. Infatti l'intento di Julia, oltre che di assicurare i colpevoli alla gustizia, è soprattutto quello di capire - capire, non giustificare - le profonde pulsioni che li hanno spinti ad agire. Insomma, se esistesse la categoria, Julia sarebbe un'indagatrice dell'animo".

Queste le parole con cui Berardi descrive il suo nuovo personaggio nella rubrica interna di questo numero uno. Lo scopo appare quello di allontanare subito ogni possibilità di equivoco con eventuali altre "colleghe" dal carattere più "mascolino" e introdurre i temi della serie ai lettori. Ma già dai toni, diretti ed immediati, di questa breve introduzione si può cogliere lo spirito con il quale egli si appresta ad affrontare questa nuova avventura editoriale.

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Julia, dal frontespizio, disegno di Vannini
(c) 1998 SBE
   

Il tema affrontato per l'esordio del personaggio (i Serial Killer) è ormai talmente abusato che ogni volta si rischia di raccontare sempre la stessa storia. Bisogna ammettere infatti, che a livello di soggetto, questo numero si presenta con un intreccio tutto sommato modesto (d'altra parte, il plot di questo episodio è solo il prologo di una vicenda più complessa che si dipanerà sui primi tre numeri) che corre il rischio di lasciare l'amaro in bocca agli appassionati di gialli tout-court. Le 126 pagine infatti, vengono soprattutto impiegate per introdurre Julia ed il suo mondo. Il ritmo della narrazione è rallentato (Julia viene colta spesso nei suoi momenti di quotidianità) e questo consente a Berardi soffermarsi anche sugli aspetti più marginali della sua personalità.

Julia, vive a Garden City, immaginaria cittadina del New Jersey (una sorta di Paperopoli realistica), situata a meno di un'ora di viaggio da New York, insegna criminologia all'università e collabora con la Polizia locale. Le sue fattezze, dichiaratamente ispirate all'attrice Audrey Hepburn (che con la sua bellezza moderna e classica allo stesso tempo è aliena da qualsiasi moda del momento) ben si adattano alla psicologia inventata da Berardi che mescola fragilità e decisione, insicurezza e determinazione.

A ruota, anche il resto dei comprimari è modellato sulle fattezze di celebri attori hollywoodiani: la collaboratrice domestica Emily Jones (personaggio che, per ora, appare come quello di minor spessore, quasi una concessione di Berardi alla classica spalla comica bonelliana) è la copia carbone dell'attrice Woopy Goldberg; il Tenente Alan Webb ha invece l'aspetto e le movenze del bravissimo John Malkovich (anche se sembra molto più basso di lui); mentre il gigantesco sergente Ben Irving e il detective Leo Baxter (per quanto ancora poco caratterizzati in questo primo numero) sono ispirati, rispettivamente, a John Goodman e a Nick Nolte (quest'ultimo, con qualche anno in meno).

Dopo poche pagine si ha subito l'impressione di conoscere Julia ed il suo mondo da sempre: a questo contribuiscono in maniera determinante i bellissimi dialoghi, vero punto forte della narrazione, che mettono a nudo la psicologia dei personaggi. Ma Julia ha anche una vita privata e dei sentimenti e lo stratagemma adottato per raccontarceli è quello del diario privato, che Julia redige quotidiamente e dal quale Berardi stralcia dei brani, che fanno da contrappuntando alla narrazione.

Da manuale (e come ci potevamo aspettare il contrario? :-) ) la sceneggiatura. La scansione regolare delle vignette favorisce la similitudine con la visione cinematografica (o televisiva), al punto che la soggettiva iniziale sembra concludersi a pag.10 con il vetro di uno schermo televisivo che si riempie di sangue.

"Le sequenze rimandano agli analoghi procedimenti del montaggio cinematografico."    
Le sequenze, costruite con attenzione maniacale, rimandano ovviamente agli analoghi procedimenti del montaggio cinematografico. Ritroviamo quindi con piacere alcune delle felici soluzioni che caratterizzano da sempre le sceneggiature di Berardi e che forse, in questa sede, vale la pena di evidenziare.

La più comune è senz'altro la combinazione di montaggio alternato e attacchi per analogia e/o per contrasto al cambio di scena. Solo alcuni esempi, tra i tanti presenti in questo primo numero: alle pagine 20-21 Julia chiude la porta del bagno e, nella tavola successiva, si apre quella della baracca dove verrà rinvenuta la vittima; a pag.23 il barbone telefona alla polizia ma il telefono che squilla è quello di Julia, che risponde alla chiamata del fidanzato; il temporale che che coglie Julia impreparata alle pagg.31-32 introduce il sopralluogo della polizia sulla scena del crimine sotto la stessa pioggia torrenziale; a pag.70, nell'ultima vignetta, l'assassino guarda in soggettiva un foto della vittima e la scena seguente si apre su proprio di una serie di foto incorniciate a casa della stessa.

Altrettanto caratteristica, la soggettiva con il personaggio che guarda verso il lettore, secondo lo schema delle tre vignette disposte sulla stessa linea, con al centro lo "sguardo" ed ai lati le due realtà osservate. Berardi qui la utilizza in più di una occasione: gli esempi più rappresentativi sono nelle strisce centrali delle pagine 22, 114 e 117.

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Un classico esempio di soggettiva su tre vignette dalla pag.22, dettaglio, sguardo, altro dettaglio.
Disegni di Vannini
(c) 1998 SBE

Meno utilizzata, in questo primo episodio, la narrazione "sincopata", che sfrutta un avvenimento, spesso secondario, per raccontarne un secondo, alternando (o addirittura sostituendo) le vignette dell'uno con l'altro. L'intero epilogo di questa vicenda, alle pagine 120-130, pur rimandando all'analogo finale de Il silenzio degli innocenti, è costruito con questa tecnica, ma anche la sequenza di pagina 68, dove il dialogo telefonico di Julia con il fidanzato è "visualizzato" attraverso la recitazione della gatta Toni, ne è un ottimo esempio.

Tralasciando per un attimo i rilievi di carattere prettamente tecnico, molte altre sono le considerazioni che suscita questa nuova creatura di Berardi. Innanzitutto il soggetto: appare immediatamente chiaro che all'autore interessa poco l'indagine che ci sta raccontando, al punto che la storia affonda interamente le sue radici nella maggior parte dei luoghi comuni del genere, quasi a sottolinearne la concezione popolare e facilitarne l'assimilazione presso i lettori. Per il numero di esordio la priorità era quella di definire personaggi e ambientazione, le storie "robuste" verrano in seguito.

"Julia rappresenta, paradossalmente, il personaggio più autobiografico di Berardi."    

Il personaggio: a Julia sono invece rivolte tutte le attenzioni. In maniera assolutamente non didascalica, viene ritratta a tutto tondo. Non credo di azzardare se affermo che Julia rappresenta forse, paradossalmente, il personaggio più autobiografico di Berardi. Non sono solo gli aspetti oggettivi a corrispondere (entrambi sono single, hanno una collaboratrice domestica, condividono un hobby musicale e, probabilmente, molte altre sfumature si preciseranno con le storie successive) ma anche quelli caratteriali. Julia sul lavoro è pragmatica ma allo stesso tempo rispettosa dei canoni, è molto meno idealista dell'antesignano Ken Parker (lo stesso Berardi ha ammesso che se Ken era estroverso, Julia, al contrario, è introversa) e all'altruismo antepone talvolta la propria salvaguardia personale. E' doppia, al professionale rapporto di lavoro con colleghi e alunni, fanno infatti da contraltare le personali confessioni con se stessa. Proprio come, si suppone, sia ognuno di noi (almeno la maggior parte di noi), Berardi compreso.

I comprimari: a prima vista può forse lasciare stupiti il fatto che, malgrado quella di usare faccie note sia una vecchia abitudine di Berardi, in questa occasione sia stata impiegata in maniera così massiccia. Oltre a permettere una immediata familiarità con i personaggi, ritengo che questo accorgimento abbia anche lo scopo di garantire allo sceneggiatore la coerenza visiva fra un disegnatore e l'altro. Non potendo più fare riferimento solo ad un unico disegnatore (o comunque ad un limitato e ben selezionato staff), la prima preoccupazione di Berardi, probabilmente, è stata quella di individuare dei modelli chiari e perfettamente definiti che mettessero i vari disegnatori nelle condizioni di rappresentarli al meglio.

Le potenzialità della serie, e lo scontato paragone con Ken Parker: è innegabile che il West e la frontiera siano più "epici" dell'urbana "consuetudine" di Garden City. I nostalgici lettori di Ken, probabilmente, faticheranno a ritrovare in Julia quello straordinario spirito anticonformista che riusciva a raccontare, per metafora, i grandi temi universali, osservandoli sempre da un inedito punto di vista. A questo Julia risponde con il fascino e l'ambiguità legati all'esplorazione dell'animo umano in tutti i suoi molteplici aspetti. E in questo senso è molto più protagonista di Ken, che si faceva spesso da parte per lasciare la scena ad altri. Julia/Berardi infatti, appare da subito come il filtro attraverso il quale la realtà sarà osservata, indagata, sezionata. L'unica strada percorribile per un "eroe" di questa fine millennio.

Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.



DISEGNI
Luca Vannini    

Dopo il "divorzio" artistico da Ivo Milazzo, in coppia con il quale Berardi ha lavorato per più di vent'anni e con il quale, a parte sporadiche eccezioni, ha condiviso sia le scelte artistiche che quelle professionali (tanto che la loro firma è diventata una sorta di marchio di fabbrica), era senz'altro lecito domandarsi in quale direzione si sarebbe indirizzata la parte grafica delle sue future creazioni.

Un'accenno di risposta lo si era avuto già all'inizio di questo 1998, quando nelle edicole apparve la citata ultima avventura di Ken Parker, che presentava circa un terzo delle pagine disegnate da Luca Vannini, in precedenza disegnatore di Billiband per la Casa Editrice Universo. Anche se il risultato complessivo lasciava un po' perplessi (il suo stile tentava di inseguire quello di Milazzo, ma il segno incerto ed eccessivamente nervoso e l'esagerata presenza dei neri ne vanificavano il risultato) si potevano già intuire le grosse potenzialità di questo autore.

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Webb e Irving, disegno di Vannini
(c) 1998 SBE
   
E la conferma arriva ora, Vannini, al quale è stato affidato il compito di creare graficamente il nuovo personaggio di Berardi, si è finalmente scrollato di dosso l'ascendente di cotanto maestro, riuscendo però a trattenerne l'essenza, facendo propria una lezione che ha antiche origini (su tutti i maestri americani degli anni '50, Alex Toth in testa).

I suoi disegni, infatti, privilegiano consapevolmente gli elementi della narrazione grafica su quelli dell'illustrazione. I personaggi recitano per davvero, e questo per merito, oltre che dei perfetti dialoghi di Berardi, delle espressioni e dei movimenti resi con naturalezza da Vannini.

Scagionato soprattutto quello che, potenzialmente, costituiva il maggiore pericolo nell'affrontare dei personaggi ispirati ad attori cinematografici, quello che io chiamo familiarmente "effetto intrepido" (L'intrepido degli anni '70 era solito pubblicare personaggi che avevavo il volto di attori famosi, i cui disegni erano però ottenuti ricalcando spudoratamente delle fotografie) che coglie solo l'aspetto superficiale della somiglianza, con il risultato di rendere statici i personaggi ed appesantire la lettura.

"Vannini ha assimilato la completa fisicità dei character suggeritegli da Berardi e ne ha restituito la sua versione su carta"    

Vannini, al contrario, ha evidentemente dapprima assimilato la completa fisicità dei character suggeritegli da Berardi e solo successivamente ne ha restituito la sua personale versione su carta.

In breve, poi, da rilevare anche la notevole attenzione alla verosimiglianza dei materiali: il cancello in metallo sotto la pioggia, della vignetta centrale di pag.37, in questo senso è un vero capolavoro. Forse eccessiva invece, la quantità di nero presente nelle tavole. D'accordo che si adatta bene alla storia, ma alla lunga potrebbe stancare la lettura. Criticabile anche la soluzione adottata per evidenziare la soggettiva del killer dal resto della narrazione. L'effetto puramente visivo di tutte quelle vignette dal bordo seghettato, non è tra i più felici.

Anche alla luce della rosa degli altri disegnatori prescelti (oltre a Luca Vannini, autore di questo primo numero, i seguenti undici episodi saranno disegnati, nell'ordine, da Corrado Roi, Gustavo Trigo, Piero Dall'Agnol, Laura Zuccheri, Marco Soldi, Luigi Siniscalchi, Giorgio Trevisàn, Giancarlo Caracuzzo, Valerio Piccioni, Sergio Toppi, e Federico Antinori) risulta quindi immediatamente chiaro ed evidente, come lo scrittore Berardi confidi pienamente nelle potenzialità del disegno, componente talvolta un po' troppo trascurata (quando non addirittura messa in secondo piano) nel fumetto bonelliano.



GLOBALE
 

Anche la veste editoriale ci riserva delle sorprese. Come già era avvenuto a suo tempo per Ken Parker, anche per Julia si sono sperimentate inedite e raffinate soluzioni grafiche: splendida la lussuosa copertina lucida/opaca (mai fino ad ora adottata per una testata bonelliana), perfetto l'inquietante disegno di Marco Soldi e azzeccatissimo il logo "firmato", compreso l'insolito effetto che fa sembrare il tutto come visto dall'occhio di chi guarda.

Può essere interessante rilevare come anche l'impianto di questa copertina sia una sorta di concessione, al pari del personaggio di Emily, alla popolarità. Julia, infatti qui indossa un conturbante tubino attillato, mentre nell'analoga sequenza all'interno dell'albo è vestita con dei più comodi e razionali jeans e giubbotto di pelle. Un "tradimento" che, probabilmente, Berardi si è concesso pur di guadagnare qualche lettore in più.

L'angolo della posta, che sarà curato dallo stesso Berardi, si preannuncia interessante e, soprattutto, lontano dalle farneticazioni pre-adolescenziali presenti su altre rubriche analoghe.

"Tra gli ultimi nati in casa Bonelli, Julia è quella che si presenta con le migliori credenziali."    

In conclusione si può dire che, tra gli ultimi nati in casa Bonelli, Julia è quella che a nostro avviso, si presenta con le migliori credenziali. Anche se è chiara la sua connotazione popolare (qui molto più evidente rispetto agli altri personaggi dell'autore), pure tante sono le caratteristiche narrative che la qualificano come vero prodotto d'autore, a conferma che la distinzione fra le razze è definitivamente caduta. A parte la precisa caratterizzazione dei personaggi, gli splendidi dialoghi e la sofisticate tecniche di sceneggiatura, di cui si è gia parlato, è forse la struttura a continuazione (così avversa agli sceneggiatori perchè potenziale causa di problemi di programmazione delle storie e gestione dei collaboratori) l'aspetto che più contribuirà ad affezionarsi alla serie. Il personaggio di Julia, poi, con le sue contraddizioni, appare credibile e straordinariamente moderno, in grado di poter essere apprezzato allo stesso modo sia dalle vecchie che dalle nuove generazioni.

La sfida di Berardi è lanciata. Ai noi lettori la prossima mossa.

 

 


 
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