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" Le lacrime di
Amaterasu"


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Ma non è che ci stanno sempre raccontando la stessa storia?

Il peccato originalità
recensione di Riccardo Panichi



TESTI
Sog. e Sce. Federico Memola    

Dopo due albi quantomeno insoliti, questa storia costituisce un ritorno alla consuetudine della testata. Ovvero ad un'avventura leggera, venata al contempo di ironia e dramma. Una sorta di marchio di fabbrica che Memola appone ad ogni sua sceneggiatura, con risultati quasi sempre buoni. Tuttavia, la serie sta mostrando abbondantemente la corda in sede di soggetto, una tendenza, questa, evidenziatasi soprattutto dopo la fine della saga lunare, da quando cioè gli episodi slegati dalla continuity sono diventati più frequenti.

Questa storia non fa eccezione. Spogliata di ogni orpello, la trama si riduce al solito rapimento di Myriam, al salvataggio della quale, come sempre, si lancia Jonathan (accompagnato stavolta anche da Jasmine e Renard). Il "motore narrativo", che alimenta buona parte delle ultime storie, è dunque nuovamente costituito dal doppio movimento di distacco e ricongiunzione di Myriam e Jonathan. Amaterasu, la mappa e l'invasatissimo impresario/samurai sono soltanto superficie narrativa, ovvero variabili che vengono generate, di storia in storia, da questo motore. Conseguenza di ciò è dunque una piacevole successione, nel corso della serie, di ambientazioni e personaggi sempre diversi, a cui fa fronte tuttavia una statica ripetitività dei processi di inizio, sviluppo e scioglimento di ogni storia.

Di conseguenza pare spesso di essere di fronte alla stessa storia, anche se raccontata in venti modi diversi. Memola sembra fare un po' fatica a costruire plot che non ruotino intorno a questo topos. Anche quando l'intera storia non è centrata su un rapimento, esso è un elemento che tende a ricomparire lungo lo svolgimento della sceneggiatura. Senza contare che persino un intero ciclo di storie è stato dominato dalle vicende che hanno prima separato e poi ricongiunto Myriam a Jonathan (ovvero il pre e post saga lunare).

Sicuramente consapevole di ciò, Memola fa di tutto per mascherare questa schematicità, puntando molto sullo stile di scrittura. Come spesso accade, infatti, anche in questo albo l'autore cerca di depistare e sorprendere il lettore con frequenti cambi di tono: dalle ciniche sentenze stile Miller/Ennis delle prime pagine si passa con disinvoltura al brillante glamour della sequenza con Myriam, e così via. Il punto è che questa commistione di stili non sempre aiuta il lettore ad identificarsi nei personaggi (e dunque, molto probabilmente, ad appassionarsi); è un problema di interpretazione: con quali panni ci dobbiamo calare nel racconto? Con quelli da commedia, o con quelli da dramma? Troppi cambi d'abito finiscono per innervosire, non consentendo di concentrare l'attenzione sulla storia.



DISEGNI
Gino Vercelli    

Nonostante la permanenza di molti dei limiti che avevamo già segnalato nelle precedenti recensioni, Gino Vercelli offre con questa storia la sua miglior prova su Jonathan Steele.

Ottimi sono soprattutto i personaggi: i due protagonisti sono ben caratterizzati ed espressivi, mentre i personaggi minori e Renard sono delineati e riconoscibili in modo ottimale. A difettare non è tanto la scenografia del racconto (bene la città segreta e Tokio), quanto gli sfondi più semplici, che danno l'impressione di essere stati eseguiti in tutta fretta.



GLOBALE
 

La cover di Olivares è poco significativa e si limita ad introdurre l'ambientazione giapponese.
 

 


 
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