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" La fiamma
del peccato"


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Una trama avventurosa ridotta a semplice riempitivo funge da pretesto per raccontare il vorticoso stravolgimento dei rapporti personali tra i protagonisti. Succede di tutto, pure troppo...

Che peccato!
recensione di Paolo Paronetto



TESTI
Sog. e Sce. Federico Memola    

Ecco una storia a cui le canoniche 94 tavole avrebbero fatto solo bene. Entrambi i pilastri su cui si fonda, o quantomeno si dovrebbe fondare, l'intera struttura narrativa – la storia d'amore e la trama d'azione – sopportano infatti a fatica la compressione cui sono sottoposti e lasciano intendere qua e là sinistri scricchiolii. Ed è un vero peccato che questo accada in un albo che, visti i precedenti e le aspettative, non aveva mancato di far venire l'acquolina in bocca ad un bel numero di appassionati di lunga data. Si trattava, infatti, di raccontare l'inizio della "seconda" storia d'amore di Jonathan Steele, dopo che, nella serie bonelliana, gli esordi della prima – quella con Myriam – erano stati narrati in uno degli albi più belli dell'intera saga, quel "Un nuovo mondo" (n. 25) che inevitabilmente diviene ora termine di confronto per questo "La fiamma del peccato". Ma si trattava anche del tanto annunciato prologo della trilogia che dovrà chiarire tutti i legami tra le due serie e farci quindi capire che rapporto c'è tra il mondo che abbiamo conosciuto negli albi Bonelli e quello in cui Jonathan, Myriam e Jasmine si sono ritrovati a muoversi all'inizio della serie Star Comics, tra Jonathan e Myriam felici genitori di due pestiferi ragazzini e Jonathan che se ne va in giro a fare il "rogue agent" con Holly. Una prospettiva indubbiamente allettante per il lettore, che sperava di mettere le mani su di un altro grande albo della premiata ditta Memola & Co.

Purtroppo costringere una tale quantità di materiale nello spazio angusto di sole 62 tavole sarebbe stata impresa proibitiva per chiunque, con il rischio di strangolare un simile debordante soggetto in una sceneggiatura approssimativa, incapace di garantire ad ogni singolo avvenimento un'adeguata motivazione ed un sufficiente approfondimento. Memola, poi, ci mette anche del suo, scegliendo di aggiungere ad un ventaglio di temi già così ricco anche la questione dell'omosessualità femminile, che diviene anzi il motore dell'intera vicenda. Ma procediamo con ordine.

L'aspetto avventuroso del racconto perde ben presto ogni spessore, per divenire unicamente cornice e pretesto per lo sviluppo delle ben più centrali tematiche sentimentali. Tutti i personaggi delle sequenze "archeologiche" – dal dottor Rao a Sunil ai vari soldati – regrediscono allo status di semplici funzioni narrative, il cui unico scopo è quello di spingere il racconto verso mete determinate, di fornire di volta in volta gli scenari in cui gli attori principali si potranno cimentare in intrecci amorosi che qui per la prima volta oltrepassano la consueta dimensione "triangolare". Ogni intermezzo d'azione risulta così estremamente prevedibile e motivato unicamente dalla necessità di un cambiamento di scena e di situazione: è tutta una serie di "e ora: la città sommersa!", "e adesso: il raid punitivo!" a cui per il lettore è davvero difficile appassionarsi. È un meccanismo privo di una qualunque autonomia, in cui ogni blando tentativo di caratterizzazione (ad. es. il pianto di Sunil e la rabbia del dottor Rao a p. 9) risulta piuttosto artificioso e finisce per non avere seguito alcuno. Fa parzialmente eccezione, in questo senso, il rapporto conflittuale su basi etniche tra Jasmine e tutti gli indiani del campo, tema che inizialmente promette bene e che viene poi banalmente travisato – sorprendentemente, vista l'abituale maestria di Memola nel gestire situazioni analoghe - con una serie di inspiegabili scelte velate di un certo qual "razzismo al contrario" da parte di Jasmine, che si imbarca allegramente nel massacro di un gruppo di suoi compatrioti senza nemmeno riflettere un istante sulle loro possibili diverse motivazioni (su questo vedere anche la Scheda).

Per la stessa ragione, la storia d'amore tra Jonathan e Jasmine finisce con l'essere piuttosto sacrificata e narrata senza un'adeguata preparazione, tale da consentire al lettore di accumulare il giusto livello di aspettativa e al testo di immagazzinare una corrispondente quantità di tensione narrativa da liberare nel momento clou: il rapporto sessuale tra le rovine della città sommersa. È proprio qui che il confronto con "Un nuovo mondo" mette in evidenze le pecche di una narrazione eccessivamente compressa: là tutto avveniva al termine di una sequenza di eventi - dall'iniziale rifiuto di Jonathan ai suoi dubbi, dall'insistenza di Myriam alla fallimentare cena al ristorante ecc. – in cui tutto era funzionale all'arrivo di quel fatidico momento di rottura. Così, l'improvviso "sì" di Jonathan risultava perfettamente credibile e coinvolgente proprio perché inserito in una dinamica magnificamente caratterizzata, in linea con le peculiarità di personaggi che arrivavano ad assumere connotati davvero realistici. Ne "La fiamma del peccato", invece, l'esplodere della passione tra Jonathan e Jasmine si verifica al termine di un dialogo sul "fare parte di qualcosa" che appare francamente un po' pretestuoso, tanto che per acquisire credibilità ha bisogno di chiamare in causa come "fattore scatenante" il potere di Ruha. Ora, con un po' più di tavole a disposizione, probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di ricorrere all'intervento della giovane indiana per raccontare lo scoccare, tra i due, di una scintilla per la quale negli albi precedenti si erano già poste sufficienti premesse: la sequenza avrebbe potuto guadagnarci in equilibrio, verosimiglianza e capacità di coinvolgimento del lettore.

La sceneggiatura alterna quindi momenti di lentezza forse evitabili (la sequenza di apertura, la preparazione dell'incantesimo ecc.) ed improvvise e non adeguatamente preparate accelerazioni, in cui ritmo frenetico e montaggio parallelo cercano di sopperire all'inevitabile – causa penuria di spazio – mancanza di approfondimento.

La parte più convincente dell'albo sembra allora quella relativa al rapporto tra Ruha e Myriam: dall'iniziale interesse della ragazza indiana, suggerito da un paio di soggettive mute molto efficaci, ai sogni di Myriam, al precipitare degli eventi nel corso dell'incursione dei predoni. È credibile anche la soluzione di attribuire al potere mentale di Ruha la rottura dell'equilibrio che consentiva ai tre protagonisti di portare avanti le loro nuove vite dimentichi di tutti gli avvenimenti passati, mentre appare un po' forzato – anche se poi ben gestito - l'inserimento della riflessione sulla violazione dei diritti degli omosessuali nel mondo (se Ruha reagisse sempre così di fronte ad un rifiuto non farebbe davvero molta strada in un paese in cui "l'omosessualità è tuttora considerata e trattata alla stregua di un crimine").

In conclusione, è impossibile non sottolineare come la mancanza di spazio (causata presumibilmente dall'esigenza di rispettare pressanti scadenze editoriali) e la sceneggiatura altalenante che ne è derivata abbiano soffocato un soggetto che aveva un potenziale davvero elevato. L'idea di far nascere una storia d'amore tra Jonathan e Jasmine (dopo il momentaneo reciproco "sbandamento" del n. 43 della serie bonelliana e il rassegnato "e così io sono arrivata seconda..." pronunciato da Jasmine in quell'occasione) era infatti molto interessante e virtualmente assai feconda, alla vigilia della trilogia sui legami tra le due serie. E la decisione di inserire nell'abituale triangolo una pretendente a Myriam si è rivelata comunque efficace: ha permesso di garantire agli altri due lo spazio di cui avevano bisogno e, allo stesso tempo, ha reso la bella "rossa" protagonista di un'avventura inusuale, importante e gravida di conseguenze. La speranza è che ora Memola trovi spazi adeguati per raccontare tutto ciò che questa storia lascia in sospeso, senza che il bisogno di fare in fretta lo ponga nuovamente dinanzi al bivio cui si deve essere trovato di fronte in questo caso: semplificare il soggetto cui aveva pensato o sacrificarlo ad una sceneggiatura naturalmente impotente di fronte alla necessità di comprimere così tante idee in così poche tavole?



DISEGNI
Ambra Colombani e Antonio Menin    

I disegni di Ambra Colombani mancano il bersaglio proprio nelle occasioni in cui avrebbero dovuto costituire il valore aggiunto dell'albo: nella caratterizzazione dei volti, nella capacità di far recitare ai protagonisti i dubbi, i turbamenti, gli slanci, i rifiuti propri di una passione amorosa.

Certo in molte tavole la "sensualità" richiesta da Memola è garantita, anche se per ottenerla a volte si è fatto ricorso ad un'esibizione persino eccessiva, come se per compensare la mancanza di spazio e salvare il valore emotivo previsto di alcune sequenze si sia deciso di aumentare i centimetri quadrati di "epidermide" esposta. Anche in queste scene, poi, l'approssimazione nella realizzazione dei volti è serio ostacolo all'immedesimazione nel racconto.

In passato, la presenza di Myriam, Jasmine, Selene ecc. aveva sempre permesso ai disegnatori di infondere in un buon numero di vignette di Jonthan Steele una certa sensualità – sensualità spesso ottenuta, però, con metodi più sottili (certo anche per sfuggire alle maglie della censura bonelliana) e probabilmente più efficaci.

In tutto l'albo, comunque, si nota una mancanza di uniformità (probabilmente aggravata dalle chine di Antonio Menin) nella resa dei tratti somatici dei personaggi: alcuni di loro appaiono molto diversi da una tavola all'altra (Myriam, Jonathan, Ruha), mentre il fatto che spesso sia possibile distinguere Ruha da Jasmine solo con espedienti del genere "ah sì, Ruha nella prima vignetta porta questi orecchini quindi questa qui dev'essere lei..." ha serie ripercussioni sulla leggibilità delle tavole.

Buone comunque alcune scene di azione, i sogni di Myriam (a parte il volto della protagonista) ed il flashback sul passato di Ruha.



GLOBALE
 

Bella la copertina di Teresa Marzia, allo stesso tempo sensuale e inquietante, ed efficace anche la colorazione fredda, che riesce a far presentire l'ambiguità caratteristica dell'intera storia. Tratto e colore possono ricordare quelli usati da Dave Gibbons per rappresentare le scene d'amore tra Daniel e Laurie nel "Watchmen" di Alan Moore.

"La fiamma del peccato" lascia un po' l'amaro in bocca. È, però, una storia coraggiosa, che si fonda su di un gran numero di spunti notevoli e ne lascia in eredità almeno altrettanti.
 

 


 
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