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Atto III: Perché fare le cose per bene? Fracasso tutto!


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Kablam! BrakaBrakaBraka! (DM n.4)

È il succo dell’ultimo albo, che poi rovinosamente si impone come "mood" dell’intera mini-serie.
Facciamo il punto della situazione..David scampa, ancora una volta, ancora rocambolescamente, alla morte. È adesso completamente fuori controllo, non gli importa più di nulla e di nessuno. Arriviamo così al sesto paradigma dell'eroe, il confronto con ciò che questi veramente desidera, e cioè trovare sua moglie e salvarla - e nel frattanto, se gli capita, provare anche a sterminare i cattivi. Come e con chi raggiungere tale obiettivo è solo un dettaglio, tanto più casino si fa meglio è.
La storia dunque riprende, dopo il divertissement dello scorso episodio, il percorso fino ad ora tracciato. Sembra ci si prospetti una finale dignitoso che concluda i discorsi aperti e finora analizzati, ma da subito notiamo che scompare, in primis, la retorica fin qui imbastita sul concetto di eroe. Tutto quello su cui Recchioni ha giocato fino ad ora (leggi: "fenomenologia di David Murphy") viene ignorato con calibrata puntualità; vediamo così David impugnare le odiate armi, imbronciarsi in abusate pose da duro con il compare pistolero e sua moglie (i quali tra l’altro falliscono nel loro tentativo di presentarsi come dii ex machina), uccidere a sangue freddo il cattivo e andarsene in sella al bianco destriero senza aver capito nulla ne di sè nè del mondo, elemento questo che, al contrario, dovrebbe costituire la chiusura del cerchio, cioè il quinto ed ultimo paradigma: i giochi sono fatti, mondo ed eroe sono trasformati.

DM 4
Una delle tante volte in cui David spara.

(c) 2009 Panini S.p.A.

DM 4<br>Una delle tante volte in cui David spara.<br><i>(c) 2009 Panini S.p.A.</i>
Purtroppo però, ben lungi da quanto avviene ad esempio in Preacher, il cambiamento non c'è e così tutti i fili finora tessuti rimangono ammassati nell’ordito: la sceneggiatura si rivela ripetitiva, oltre che farraginosa in più di un punto, a scapito di una corretta comprensione della sequenza degli eventi; l’intero albo manca di coesione interna, riducendo il tutto ad una sequela di azioni in cui, fossimo al cinema, gli stunt si ritroverebbero a fare gran parte del lavoro; i dialoghi, che ormai han perso la verve (auto)ironica dei primi episodi, risultano ridondanti e artificiosi; anche i disegni mostrano la corda, e tanto nella prima metà della serie erano stati dinamici, precisi e ed efficaci, tanto qui cominciano a cedere verso un tratto più abbozzato, meno definito, quasi superficiale o frettoloso, per quanto comunque ancora espressivi e funzionali.
il cambiamento non c'è e così tutti i fili finora tessuti rimangono ammassati nell’ordito
E non si tratta solo della necessità di un aiuto esterno per concludere in tempo l’intero ammontare delle tavole, quanto di un depauperamento in termini di cura dei particolari: vuol dire che, se nei primi due numeri i finanziamenti per il ricorso alla CGI si sprecavano, adesso gli attori sono stati ripresi così come appaiono nelle sessioni recitative sul telo bluastro, smascherati nella loro virtualità, nella loro scarna imitazione di azioni ed emozioni, alle quali gli addetti agli effetti speciali avrebbero poi donato in post-produzione nerbo e ragion d’essere. Parallelo il discorso per le copertine: se la prima aveva "venduto" bene il personaggio presentandolo con garbo e la seconda ci immergeva con efficaci effetti nel vivo della serie, la terza anche se gioca ironicamente con i riferimenti letterari e le pose da duro non arriva a farlo in modo compassato finendo per divenire monumento autocelebrativo. L'ultima copertina, in fine, va a ricongiungersi gloriosamente a quella decadenza che già avevamo seguito in Dedective Dante (Quasi identica l'iconografia con profilo, bandiera e pistolone), prefigurando un epica che in realtà manca completamente. L’idea complessiva che rimane dell’albo è dunque quella di uno smaterializzarsi sia dei personaggi sia dei fini della storia, e tutte le buone intenzioni iniziali, quelle cioè che volevano costruire un eroe interessante e divertire con un ironico gioco sui generis de generibus (ossia originale ma ben collegato alle proprie fonti di riferimento), si perdono nell’ultima pagina lungo la classica strada dell’inferno, come recita il detto.

In conclusione... Al galoppo, Silver!

Diciamolo: l'idea era divertente, il serbatoio di idee da cui attingere anche, e così nella prima metà la mini non si è risparmiata nello sforzo di gettare le basi per qualcosa di interessante e davvero efficace, nonché per certi versi coraggioso. Nella seconda parte, un po' per la voglia di strafare, un po' per negare e discostarsi da quanto era stato detto e creato si finisce per perdere l'identità di un lavoro che altrimenti sarebbe stato davvero piacevole e godibile. Non che non lo sia stato (anche se a tratti), ma purtroppo, a mini conclusa, si ha l'impressione di non aver letto altro che l'ennesima variante di John Doe (così come, a suo tempo, la medesima sensazione si era già provata con Detective Dante): va però sottolineato che questa variante di JD, oltre a conservarne tutte le pecche, soffre in più della totale mancanza di fascino che invece era dote innata dell’ex braccio destro di morte.

Quello che rimane è l’idea che ci possa essere la possibilità, viste queste premesse, di poter produrre, in futuro, un buon "fumetto d’azione", con rimandi puntuali ad una cultura di genere molto affascinante. Le basi per una buona riuscita sono molte, il tutto starà nell’evitare di perdere il controllo, di farsi prendere la mano da certi manierismi colpiti da chissà quale (purtroppo già nota) voglia di strafare.

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