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Intervista a Paolo Morales

disegnatore, soggettista, sceneggiatore, attore, regista...
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Intervista a Paolo Morales
 


Intervista a Paolo Morales

Abbiamo colto l’occasione della sua "tripletta" ai testi di Martin Mystère per chiedere a Paolo Morales un’intervista. L’eclettico artista ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande e per questo gli siamo grati. Signore e signori, ecco a voi Paolo Morales!

uBC: Disegnatore, soggettista, sceneggiatore, disegnatore di storyboards per il cinema, autore di saggi, attore, regista, insegnante.. A quando il debutto alla Scala? ;-)
A parte gli scherzi, il tuo è il ritratto di un artista polivalente e pieno di impegni. Come riesci a conciliare queste diverse "anime" della tua personalità?

Non sono un gran disegnatore, né un grande scrittore ma mi viene facile raccontare...
Morales: ­Alla Scala no, ma comunque ho suonato un po’ in tutta Italia, perché dal '78 al '91 ho alternato il mestiere di disegnatore a quello di batterista, e solo quando è nato il mio primo figlio (ne ho tre) ho deciso di smettere di suonare. Quanto all’attore, ho letto anch’io su internet questa storia, ma non so da dove è uscita. Ho fatto solo un corso di animazione teatrale e una penosa recita in un liceo a diciotto anni. Comunque, fumetti, scrittura, cinema, animazione, (e in fondo anche l’insegnamento, e volendo pure la musica) sono tutta roba che sta insieme molto più di quanto sembri: è tutto narrazione.

Ho cominciato a disegnare a quattro anni e mi ero sempre considerato uno nato per il disegno. Diventando un fumettaro ho scoperto che c’erano un sacco di colleghi "più nati" di me per il disegno, e qualche anno fa ho capito che in realtà la cosa che mi è sempre piaciuto fare è stato ed è tuttora raccontare. I miei disegni infantili erano già dei piccoli racconti, e appena ho imparato a scrivere ho disegnato il mio primo fumetto (che ho ancora) e poi via via tanti altri. E contemporaneamente scrivevo qualunque cosa: racconti, poesie, ridicoli saggi sulla felicità, sul perché Dio non esiste o sul movimento degli anni '70. Ci sono disegnatori che hanno la libidine del segno, dei bianchi e neri, della composizione.. E’ emozionante averla, ma io l’ho perduta da molti anni.
Non sono un gran disegnatore, né un grande scrittore ma mi viene facile raccontare, anche quando faccio lezione. Non a caso il mio libro sul cinema si chiama "Narrare con le immagini". Il cinema sarebbe lo sbocco più naturale per un atteggiamento di questo tipo, e infatti ho realizzato molti storyboard. Però sono riuscito a girare le mie prime scene solo da poco (facendo la regia della seconda unità per una fiction).

Ed è stato terribile, perché sono venute bene, e ho avuto la sensazione di fare per la prima volta quello che mi sarebbe sempre piaciuto fare. Staremo a vedere..


In giro per la rete


La pagina di Paolo Morales sul sito della Scuola Romana dei Fumetti
Scheda di Morales di uBC
Paolo Morales su Wikipedia
2) Domanda classica: come e perché un "semplice" disegnatore decide di saltare il fosso e passare dalla parte dei testi?
Il perché l’ho appena detto: m’è sempre piaciuto scrivere, è sempre stata una cosa che "dovevo" fare. Per il "come", invece, ho iniziato scrivendo le storie di un mio personaggio sull’Intrepido. Si chiamava Renè e andava in barca per il mondo. Poi l’Intrepido ha chiuso e ho proposto la mia prima storia a Bonelli: la Regina di Saba. Per fortuna è piaciuta molto sia a Castelli che a Bonelli, e questo mi ha permesso di continuare a scrivere le mie storie e poi storie per altri disegnatori.


Maria e Matteo Ossowiecki
illustrazione di P.Morales da MMG10

(c) 2004 SBE

Maria e Matteo Ossowiecki<br>illustrazione di P.Morales da MMG10<br><i>(c) 2004 SBE</i>

3) L’arte (o il mestiere, o la capacità) di scrivere i testi si sviluppa "da sola", grazie al contatto con soggettisti e sceneggiatori, oppure è un qualcosa che va coltivato con cura e pazienza?
E’ come aggiungere optional a una macchina: c’è chi nasce con una Ferrari e chi con una seicento. Sono convinto che il talento sia una gabbia dalla quale non si scappa, siamo tutti prigionieri in qualche modo, è la più grande ingiustizia della vita . Vediamo gli errori di chi è meno dotato di noi e fatichiamo a vedere i nostri, per non parlare di correggerli che è davvero difficile.
Un famoso mimo diceva: la tecnica elimina i mediocri, sfrutta il talento medio ed esalta il genio. Ecco, sono d’accordo. Però gli optional servono, eccome.

...quando succede che un disegnatore mi sorprende in positivo sono felicissimo: migliora anche la mia storia.
Anni fa ho frequentato un master di sceneggiatura alla RAI nel quale si studiavano le diverse scuole di sceneggiatura (quella con l’eroe che cambia, quella sugli archetipi ecc). Mi è stato e mi è ancora utilissimo nel lavoro di editor, cioè quando controllo le sceneggiature di altri e anche nella rilettura, nella correzione, nella messa a punto delle mie sceneggiature. Ma nella stesura no: se non lo senti dentro che quella cosa lì deve accadere in quel momento, a quel punto della storia, o che quel dialogo è stonato, non c’è nessuno che te lo può insegnare.


Caricatura di Paolo Morales

(c) Scuola Romana dei Fumetti

Caricatura di Paolo Morales<br><i>(c) Scuola Romana dei Fumetti</i>

4) Scrivere e disegnare da solo i propri soggetti conferisce un ampio senso di libertà creativa, questo appare indubbio. Ti è mai capitato che un altro disegnatore riuscisse ad interpretare, e di conseguenza rendere, le tue idee meglio di te?
Qualche volta sì, ma in genere le mie sceneggiature sono molto chiare nell’impostazione della vignetta (faccio sempre dei layout della tavola, anche se appena abbozzati) e siccome "monto" le mie sceneggiature come se fossero un film, con l’inevitabile alternarsi di campi, controcampi, totali ecc. cambiare una mia vignetta non è sempre facile perché poi ti incasini con le altre. Comunque quando succede che un disegnatore mi sorprende in positivo sono felicissimo: migliora anche la mia storia.


5) Ti capita mai, invece, che ci siano idee che non riesci a mettere a fuoco, per cui preferisci che siano altri a svilupparle, pur sapendo che, così, non corrisponderanno più a ciò che avevi in mente?
Sì, ma spesso non sono regali, sono polpette avvelenate, perché se un’idea è davvero buona non è difficile adattarla al proprio modo di scrivere. Però qualche volta può capitare di avere una buona idea che tratta argomenti o situazioni che non mi interessa raccontare, e in questo caso non mi dispiace affatto se l’idea non si sviluppa come l’avrei sviluppata io.


6) Tu hai iniziato il tuo lavoro di fumettaro per un, tutto sommato, piccolo editore. Come ti senti nel lavorare per un "gigante" come Bonelli? Ti senti sufficientemente libero oppure le regole della Casa ti vanno un po' strette?
Le regole della casa mi vanno un po' strette, ma quando sei in una casa con gente che stimi e dalla quale ti senti stimato, sempre corretti, sempre disponibili e amichevoli.. beh, insomma, non è il caso di rompere troppo le palle, anche se qualche volta l'ho fatto.
Non mi dà fastidio lavorare dentro una griglia, e neanche di rispettare regole che fanno parte dello stile della Bonelli. L'unica cosa che mi infastidisce è quando mi cambiano un dialogo che mi piace. Ma in fondo fa parte del mestiere dell'editor uniformare una serie.. anche se, quando lo faccio io per le serie di cartoni, mi va bene, ma quando lo fanno a me, mi dà fastidio.. anzi mi fa incazzare.


... forse per questo amo più i personaggi che gli intrecci: i personaggi invecchiano più lentamente.
7) Come ti trovi alle prese con il fumetto seriale? Ti soddisfa questo tipo di lavoro? Che problemi ti crea, se te ne crea?
E' bello lavorare per una serie: è come viaggiare con degli amici.
Se ci sono dei problemi riguardano più generalmente la scrittura. Scrivere storie sta diventando sempre più difficile, e il motivo è soprattutto uno: saturazione. Abbiamo visto e letto tante di quelle storie che è sempre più difficile leggere, vedere e scrivere storie che ci piacciono davvero. Siamo diventati fruitori molto più smaliziati e veloci, e ogni giorno che passa lo diventiamo di più.
Ad ogni bivio di una storia, spesso, tutte le traverse e le stradine sono già battute o intasate. E poi i fumetti e i film invecchiano sempre più velocemente. Rileggere i fumetti che ho amato e sui quali mi sono formato è quasi sempre un'esperienza mortificante. Forse di primo acchito può non sembrare vero, perchè in genere ciò che si ama viene sottratto al tempo, ma è proprio così, e non rendersene conto, per uno che fa il mio mestiere, può essere molto pericoloso.
Forse per questo amo più i personaggi che gli intrecci: i personaggi invecchiano più lentamente.


8) Quindi ami più i personaggi degli intrecci. Ti sei accorto che questo amore per i personaggi ha prodotto un BVZM decisamente differente dal modello di Castelli e che tu hai infranto la regola non scritta secondo la quale solo il creatore di un personaggio può permettersi di "decostruirlo"?
Se l'ho fatto è perché Alfredo è generoso e non è geloso (prova a farlo con Julia: credo sia molto più difficile). Io e Alfredo siamo molto diversi come sceneggiatori, ma evidentemente appezziamo nell'altro quello che manca a noi.


9) Com'è il tuo rapporto con Castelli, alla luce di questo "tradimento"?
Dire che è ottimo è un eufemismo: non solo mi dà fiducia, non mi rompe mai le palle e mi spinge a scrivere, ma spesso mi risolve alcuni nodi del plot, ed è pure simpatico.


10) In DD 97 e 108 Ambrosini scrisse due storie per l'indagatore dell'incubo partendo da soggetti non originalissimi, nelle quali costruì valide impalcature di personaggi, pratica che continuò e incrementò poi in "Margherite" (DD gigante 2), mostrando in nuce quella sensibilità che avrebbe fatto da elemento portante di Napoleone. Ti sentiresti di affermare che stai compiendo, con MM, un analogo percorso professionale?
Non lo so, non so se ho dentro l'energia necessaria per inventare un nuovo personaggio, e non so neanche se è quello che voglio fare davvero.. anzi, credo di no.


11) E' appena stata completata la pubblicazione della tua "tripletta" mysteriana. E' la prima volta, se non sbaglio, che ti dedichi al personaggio in maniera così continuativa. Puoi darci un tuo commento, una piccola analisi delle tre storie pubblicate?
Amelia (L'ultimo viaggio di Amelia Earhart) è stata la storia più sofferta e sentita. Avevo una gran quantità di materiale su di lei, e quando il mio ex collaboratore e non ex amico Grimaldi mi ha suggerito di collegarla alla storia dell'unità 731, mi sono messo a cercare su Internet, e sono sprofondato in un orrore del quale non sospettavo neanche l'esistenza, e che mi ha fatto nascere l'urgenza di raccontarlo, quasi come un imperativo morale.
Le 10 piaghe è stato un lavoro molto complesso ma anche gratificante. Ho avuto la fortuna di collaborare con il titolare della cattedra di biologia molecolare della Sapienza, che si è divertito ad inventare i meccanismi delle piaghe che io poi ho sceneggiato. Non è stato un lavoro facile neanche per lui (soprattutto quando ha dovuto trovare un modo per far morire le zanzare tutte insieme), ma ti assicuro che le spiegazioni (pseudo)scientifiche delle piaghe hanno una plausibilità scientifica superiore alla gran parte dei prodotti fantasy in circolazione, libri e film compresi.
Emoticon, infine, è una storia che ha preso forma molto naturalmente: le scene nascevano con semplicità le une dalle altre e credo che questo abbia determinato il pregio e il difetto della storia: buon ritmo, poco approfondimento. Nonostante questo, è la storia delle tre che mi sarei divertito di più a leggere se non l'avessi scritta io, anche perchè il MM leggero e ironico che ne è uscito fuori mi ricorda il MM del Castelli che preferisco.


12) In passato hai valorizzato e reso protagonista Java come nessun altro autore, a parte forse Castelli, ha mai fatto. Come mai nelle tue ultime storie il nostro neanderthaliano preferito si trova, come accade ormai quasi sempre, ad essere quasi un elemento di arredamento? Non ti sembra di aver tradito un personaggio che, in passato, era il tuo (quasi) preferito?
No, per niente. Adoro Java, ma se devo raccontarlo allora preferisco che sia protagonista della vicenda, come nella storia che sto disegnando e in quella che la seguirà, nelle quali Java è al centro del plot.
Ma se è MM al centro del plot non mi piace portarmi Java appresso come un peso morto, o ritagliare delle azioni apposta per lui che poi rischiano di appesantire il plot (la stessa cosa riguarda Diana).
Lo so che questo è in contraddizione con l'impostazione iniziale di MM, ma come sai io mi diverto a forzarla un po', finchè me lo fanno fare..


Martin Mystère
illustrazione di P.Morales da MMG10

(c) 2004 SBE

Martin Mystère<br>illustrazione di P.Morales da MMG10<br><i>(c) 2004 SBE</i>

13) uBC sostiene da tempo (tra le polemiche) che Martin Mystère come testata soffre ormai di pesantissime mancanze di fantasia e di stimoli che si traducono nella pubblicazione di storie la cui qualità fa temere un'ingloriosa fine per il Detective dell'Impossibile. Tu avresti una ricetta per invertire la tendenza?
Ovviamente no, a parte cercare di scrivere buone storie.. Ma so esattamente cosa avrei fatto se avessi dovuto trasformare radicalmente la testata, il che naturalmente avrebbe potuto tradursi nella morte immediata del personaggio, perché io di politica editoriale non ci capisco niente.
Però:

  • avrei ammazzato Diana (una bella puntata triste e tosta e poi libero per nuove avventure);
  • avrei mandato Java a vivere da un'altra parte, facendolo intervenire solo quando serve;
  • avrei eliminato il "voi" (un ragazzo di 16 anni che ha letto la mia storia sui vampiri ha detto: bella, ma come parlano strano!);
  • avrei spinto per affrontare, con la scusa dei misteri, tematiche di attualità, utilizzando dialoghi meno ingessati.
  • ma, soprattutto, avrei reso il personaggio seriale quello che ormai, da ER in poi, sono tutti i personaggi seriali del mondo, cioè permeabile al cambiamento, in evoluzione. Gli amici muoiono, lui va in crisi, gli va a fuoco la casa, si innamora, si separa, s'innamora di nuovo, fa un figlio..
Il personaggio seriale definito "angelo viaggiatore", che non cambia mai, alla tenente Colombo, per intenderci, non esiste più in nessuna serie tv, dalla Corea all'India: sopravvive solo nei fumetti.
Il personaggio seriale definito "angelo viaggiatore", che non cambia mai, alla tenente Colombo, per intenderci, non esiste più in nessuna serie tv, dalla Corea all'India: sopravvive solo nei fumetti.
Forse è un bene, non lo so, però io mi divertirei di più se il personaggio avesse un arco di trasformazione.


14) E la continuamente citata "crisi del fumetto italiano", se concordi sulla sua esistenza, come la risolveresti?
Che ci sia una crisi è testimoniato dal fatto che i genitori dicono: leggi i fumetti, smettila di giocare alla play ( o di chattare, o di giocare a World of Warcraft..), e che cominciano a dargli altri nomi nobilitanti, tipo "graphic novel" o roba simile.
Quando diranno: gioca a WOW, e lo definiranno "un'opportunità interculturale", allora sarà in crisi anche WOW.
Come uscire dalla crisi non lo so, e non credo ci sia "un" modo. Le forme espressive hanno un arco di trasformazione (come i personaggi che piacciono a me).
Potrebbe uscire un altro Dylan Dog, ma i ragazzi hanno talmente tanto da fare che non hanno tempo per tutto. E se i fumetti li leggono solo gli adulti diventano un'altra storia, come in Francia.
Forse il fumetto diventerà come il teatro, e verrà sovvenzionato dallo stato, chissà..


15) Tu sei anche "insegnante di fumetto", hai quindi un punto d'osservazione privilegiato sia sui giovani che si affacciano alla professione, sia sul mercato che li dovrebbe accogliere. Puoi darci qualche tua impressione?
La mia impressione, detta brutalmente, è che il mercato è stretto, e i ragazzi, anche quelli con talento, non hanno voglia di faticare più di tanto per cercare di entrarci. Ovviamente ci sono le eccezioni, ma sono sempre più rare. So che sembra un affermazione da vecchio trombone.. e forse lo è.


16) Molti autori di fumetti sono anche appassionati frequentatori di forum e newsgroups di fans, o animano in prima persona blog e altri "diari elettronici". Tu, mi sembra, non hai un tuo sito Internet e non frequenti i "cybersalotti". Perché?
Il sito Internet non ce l'ho perché non faccio un solo mestiere e non saprei come impostarlo. Quanto ai cybersalotti, vado sempre a dare un'occhiata ai commenti quando escono le mie storie, sperando sempre che siano entusiastici anche quando la storia non piace neppure a me.
Quando il commento è positivo sono sempre contento, anche se dicono fesserie.. ma se dicono fesserie e non gli piacciono neppure le mie storie, allora mi arrabbio moltissimo e mi vengono veri e propri istinti omicidi, che per fortuna durano poco.
A parte gli scherzi, sono molto sensibile al giudizio degli altri..


17) Quali sono i tre migliori autori italiani di testi, secondo te?
D'Antonio, Berardi, Sclavi.


18) E i tre migliori disegnatori?
In questo momento, restando alla Bonelli, Milazzo, Parlov, Mastantuono.


19) Ed i migliori "a tutto campo"?
Disney, Raimond, Caniff, Moebius, Pratt, Breccia, Toth, Altan, Quino.. considera che sono del '56.


20) Ed i peggiori?..
Quelli che non vengono pubblicati.. per fortuna.
Al di là dei gusti personali, il mestiere di fumettaro è l'unico mestiere nel quale la meritocrazia è legge assoluta: puoi anche essere figlio del padreterno ma se i tuoi disegni fanno schifo nessuno ti farà pubblicare un fumetto.


Salutiamo così Paolo Morales, e lo ringraziamo per la sua disponibilità. Speriamo di aver soddisfatto anche i nostri lettori permettendo loro di "incontrare", sia pure solo attraverso le parole, un grande inventore di persone di carta.

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