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Intervista ad Andrea Baricordi

i 10 anni di uBC
Intervista di uBC staff |   | interview/


Intervista ad Andrea Baricordi
 


Intervista ad Andrea Baricordi

Articolo

uBC ha contattato Andrea Baricordi in occasione del decennale della sua nascita, e ha posto a lui (come ad altri noti esponenti del mondo del fumetto) una serie di domande per analizzare questi 10 anni appena trascorsi, e provare ad immaginare insieme i prossimi 10.

1) 1996-2006... pensando rapidamente agli ultimi dieci anni come è cambiato il fumetto e il suo mondo editoriale (in Italia e/o all'estero)?

Rapidamente? E’ un po’ difficile parlare in poche righe di dieci anni di fumetto… Così, a occhio, mi pare che l’aumento esponenziale della tecnica e la perdita forzata della sospensione dell’incredulità abbia schiacciato un po’ quella sorta di ingenuità che rendeva il fumetto così speciale fino a pochi anni prima. Ci sono pregi e difetti in entrambe le soluzioni, chiaramente, ma credo che chi ne risentirà di più in futuro saranno la fantasia e l’originalità. Sentiamo sempre più spesso dire che la realtà supera la fantasia, no? Il mondo del fumetto è nelle mani degli autori: solo loro potranno darci nuove prospettive e nuovi obiettivi per il futuro. Oggi pochi editori sono capaci di capire l’importanza del nuovo, e preferiscono adagiarsi sugli allori del passato.

Il fumetto non è legato alla materia su cui è impresso/trasmesso. Sarebbe come dire che un film è tale solo quando viene proiettato su una superficie bianca grazie a un fascio luminoso che attraversa una pellicola di celluloide.

2) Finito il boom di Dylan Dog si è iniziato a parlare di crisi del fumetto italiano. Ma la cosiddetta "crisi" oggi c'è veramente? In caso di risposta positiva, direbbe che la crisi riguarda principalmente quale tra le seguenti ipotesi?

  1. a) l'età media dei lettori
  2. b) il numero di copie vendute
  3. c) le idee degli autori
  4. d) il coraggio degli editori di fare nuove proposte
  5. e) il fumetto come medium

Sceglierei la (d), anche se con gli ammortizzatori. Fatto sta che gli editori si copiano fra di loro, sperando di ottenere almeno una percentuale del successo del concorrente. Creano cloni. O, meglio, creano brutte copie. Lo hanno sempre fatto, per carità, è una prerogativa del libero mercato e della concorrenza. Ci si lamenta che le vendite sono in calo, ma è logico che sia così quando, su cento titoli proposti, settanta sono estremamente simili fra loro. E sono i settanta, ovviamente, che vengono promossi di più, mentre altre opere altrettanto vendibili e di probabile successo restano relegate in retroguardia. D’altra parte oggi un editore va incontro a rischi economici non indifferenti. E così preferisce accontentarsi di un mezzo successo sicuro piuttosto che puntare a un clamoroso successo virtuale. Dopodichè, se riesce a raggiungere il mezzo successo in questione, attira l’attenzione di un altro editore che tenterà di realizzare qualcosa che ottenga almeno la metà di quel mezzo successo. E via così. Ed eccoci alla ‘crisi’ del fumetto italiano. Finché un editore non lancia qualcosa di veramente nuovo, cosa si può pretendere?

3) A questo proposito la recente tendenza (in Italia) di allegare ristampe di fumetti a quotidiani o riviste come va valutata?

Va valutata benissimo, secondo me. Non sposta le vendite dei fumetti ‘ufficiali’ nemmeno di una copia, sia chiaro, ma almeno abitua il vastissimo pubblico occasionale all’idea che – oh, sì! – si possono leggere fumetti senza essere presi per deficienti. E che molti di questi sono anche molto interessanti. E che alcuni di questi possono stare sugli scaffali della libreria insieme ai classici della letteratura. Forse fra venti/trent’anni questa cosa che sta mettendo piccole radici oggi, potrà dare qualche frutto. E’ un sacco di tempo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, e non possiamo pensare sempre e solo a noi stessi e all’oggi. Sarebbe una cosa meschina e retrograda.

In giro per la rete


Play Press
sito ufficiale della casa editrice
Star Comics
sito ufficiale della casa editrice
Kappa Edizioni
sito ufficiale della casa editrice

4) Immaginiamo di andare a cercare un fumetto nel 2016. La prima cosa che mi viene in mente è...

  1. a) mi vedo andare in edicola come oggi
  2. b) me lo scarico in un qualche tipo di dispositivo digitale mobile
  3. c) mi vedo da un antiquario specializzato

La fotografia non ha spazzato via la pittura. Il cinema non ha spazzato via la fotografia. I videogiochi non hanno spazzato via il cinema. Ogni forma d’arte/comunicazione ha trovato la propria ‘nicchia biologica’ specifica, dopo l’avvento del nuovo media che – in teoria – doveva rimpiazzarla. Quindi, scelgo l’opzione (a), ma con l’aggiunta di fumetterie seriamente specializzate, e di librerie di varia che hanno accolto definitivamente il fumetto sui propri scaffali. Le risposte (b) e (c) sono comunque altrettanto realistiche, dato che le une non escludono le altre. L’antiquariato del fumetto continuerà a esistere, così come quello per i mobili. Per quanto riguarda il fumetto in digitale, non penso che apprezzerei il dovermi leggere fumetti (o libri) su uno schermo, ma io non faccio testo: sono tecnofobo. Il mondo deve andare avanti, e lasciarsi alle spalle i dinosauri come me. L’importante è che la tecnologia non schiacci la sensibilità.

5) Qual è oggi il rapporto del fumetto con gli altri media come cinema, videogiochi…?

Un rapporto di parentela (non troppo stretta) e di condivisione dei personaggi. Mentre una volta il fumetto ispirava cinema e videogiochi, oggi la corsia non è più a senso unico. La cosa curiosa è che capita sempre più spesso che i media si scambino fra loro anche le peculiarità. Ho visto videogiochi capaci di narrare una storia molto meglio di un film. Ho visto film capaci di coinvolgerti più di un videogioco. Ho visto fumetti capaci di essere più emozionanti di un film. Ma le ‘trasposizioni’ spesso ci hanno regalato vere e proprie patacche, realzzate solo per sfruttare fenomeni mediatici (invece di sfruttare anche fenomeni mediatici, ma cercando di realizzare un prodotto di qualità). Anche in questo caso non si può generalizzare, e bisogna verificare caso per caso, tenendo gli occhi bene aperti, e informandosi in anticipo su cosa si andrà a vedere. Esempio film-Marvel: sapendo che Spider-Man lo avrebbe diretto Sam Raimi, ci si poteva ben aspettare qualcosa d’interessante e fedele alla linea. Lo stesso dicasi per Sin City. Se qualcuno sperava, però, di assistere a un capolavoro nei Fantastici 4, be’, povero lui: i trailer e il casting erano sufficienti a farti capire che per goderti quel film dovevi abbassare di parecchio la tua soglia di sopportazione. Ma si può fare: ripeto, basta esserne consci.

6) A metà degli anni '80 abbiamo opere come Watchmen o Dark Knight Returns che influenzano schiere di autori. Nel periodo considerato esistono opere (non solo italiane) dall'impatto equivalente o comunque significativo?

In Italia, anche se per qualche anno il fumetto è praticamente scomparso dalle edicole, gli autori hanno sempre dato il massimo. Parlare degli anni ’80 nel loro complesso sarebbe difficile: penso che fino alla metà di quel decennio – paradossalmente – si debba ancora parlare di ‘fumetto Anni Settanta’, mentre l’ultimo periodo del decenio rientri già nel ‘fumetto Anni Novanta’. Comunque, per quanto mi riguarda personalmente, lo ‘shock culturale’ lo ricevetti grazie a Squeak the Mouse di Massimo Mattioli. E non solo io, a quanto pare. Credo che da quel pazzesco fumetto siano nati tutti i cartoon ‘cattivi’ di oggi, passando attraverso lo sdoganamento di Roger Rabbit e dei Simpson. Tra parentesi, Grattachecca & Fichetto dei Simpson devono assolutamente tutto a Squeak the Mouse. Perché nessuno lo riconosce mai pubblicamente? Voglio essere un po’ partigiano, dai: italians do it better. Siamo spesso i primi ad avere ottime idee, ma dato che non esiste più una vera industria del fumetto italiano, gli altri se ne approfittano.

Squeak the Mouse
la copertina di uno degli albi

(c) aventi diritto

Squeak the Mouse<br>la copertina di uno degli albi<br><i>(c) aventi diritto</i>

7) Sono ormai quasi vent'anni che i manga vengono pubblicati in Italia.
Ci hanno influenzato come autori o come lettori? E in termini positivi o meno?

L’influenza si vede molto bene, ormai anche per chi non ha l’occhio allenato. Fortunatamente molti autori hanno digerito la lezione nipponica (così come in passato digerirono quelle americane, francesi, sudamericane…), e arrivando a creare qualcosa di loro, uno stile personalissimo. Oggi si parla spesso di ‘stile manga’, una cosa che in realtà non esiste (prova a mettere Akira Toriyama di fianco a Shinichi Hiromoto, se ci riesci), ma che è possibile riscontrare nel modus operandi narrativo di alcuni autori che oggi lavorano a fumetti di produzione italiana, Bonelli e Disney compresi. Le influenze, se gestite bene, aprono sempre nuove porte, e quindi sono da prendere come fattori positivi. D’altra parte, lo scambio artistico e culturale (e non solo nel campo del fumetto) avviene da sempre, e le ‘scuole’ nazionali esportano idee e innovazioni nella stessa quantità in cui ne importano. Quando la Disney ha richiesto la nostra consulenza di ‘Kappa boys’ in merito, siamo arrivati a studiare insieme ad Alessandro Barbucci e Barbara Canepa uno dei più grandi successi editoriali di questi anni, Witch, e penso che sia molto ben visibile il mix american-italo-nipponico che caratterizza questa serie.

8) Italia / Francia: fuga di cervelli (e matite) o possibili sinergie editoriali per cambiare anche il mercato italiano?

Sinergie, perché no? Però sarebbe più bello evitare la fuga di cervelli matitati, e permettere loro di creare il fumetto italiano in Italia. Certo, per un editore è più comodo importare dall’estero (costa meno, il serbatoio è vasto, i rischi si riducono all’osso), ma se crei un prodotto di successo, in seguito chi esporterà (e guadagnerà veramente un sacco di soldi) sei tu. Possibile che in questo campo, in Italia, ci siano così pochi imprenditori con le palle e due spiccioli in più da investire in un progetto?

9) Nel 1995 inizia a diffondersi internet come fenomeno di massa. Nel 2001 appaiono nella rete italiana i primi esperimenti di "fumetto elettronico" (nato per il web e non trasposto dalla carta).
Nel 2006 la giapponese NTTSolmare dichiara che in un mese vengono scaricati a pagamento nei cellulari "3 milioni di manga digitali".
I cosidetti webcomics sembrano però ancora cercare una propria identità e molti autori sembrano tuttora non riconoscergli una vera dignità.
C'è futuro per questa particolare forma di fumetto?
E si può parlare di fumetto senza carta?

Il fumetto non è legato alla materia su cui è impresso/trasmesso. Sarebbe come dire che un film è tale solo quando viene proiettato su una superficie bianca grazie a un fascio luminoso che attraversa una pellicola di celluloide. Personalmente ritengo che il piacere e la comodità di leggere un fumetto su carta sia insostituibile, ma se il mercato dovesse evolversi anche in direzione web, non ci troverei nulla di strano. L’importante è che questo mercato tuteli poi gli autori: se le loro opere fossero scaricabili ovunque e gratuitamente, dubito che il fumetto troverebbe in futuro nuovi ‘padri’… Dopotutto, anche i fumettisti hanno bisogno di mangiare, no?

10) Le fanzine cartacee dalla incerta diffusione e certissima passione dei produttori sono scomparse. Al loro posto le varie web-zine. Abbiamo perso o guadagnato qualcosa nel cambio?

Abbiamo guadagnato la possibilità di una diffusione immediata della fanzine, con la capacità di raggiungere i lettori in qualsiasi momento. Abbiamo perso la ‘selezione naturale’, che permetteva davvero solo ai più appassionati e ai più tenaci di arrivare a proporsi al lettore, e cioè tutta la fase precedente alla pubblicazione. Per realizzare una fanzine su carta devi affrontare molti più problemi, in termini di organizzazione e distribuzione, e quindi questo ti forma, a lungo andare. La fanzine in rete, invece, è più comoda da far partire, ma subito dopo ti trovi a combattere con la quantità di tuoi simili, quindi per emergere nel vastissimo mare di internet sono fondamentali soprattutto la costanza e l’aggiornamento periodico. Va da sé che, in entrambi i casi, è comunque la qualità l’elemento fondamentale, quello che ti permette di diventare una vera e propria rivista on line e andare avanti negli anni. Anche fino a dieci, e oltre, magari…

11) Internet pone un'altra domanda: quale rapporto tra autori e "forum di discussione"? L’interazione tra autore e lettore non è mai stata così facile e pubblica come oggi. Fermo restando il diritto di ognuno di scegliere la propria “politica” in questo senso, se doveste consigliare un collega, suggerireste come Clifford D.Simak al neoscrittore Asimov: "Isaac, ora che sei dall'altra parte della barricata non puoi più battibeccare con i lettori sulla pagina della posta delle riviste"?

E’ molto difficile rispondere a questa domanda. Fra Granata, Play, Star e Kappa sono redattore da quasi vent’anni, ormai; nel frattempo ‘faccio l’autore’ in maniera assolutamente discontinua; in più, un quinto di me fa l’editore, più per passione e desiderio di pubblicare ‘altro’ che per obiettivo personale. E sono tre mestieri molto diversi fra loro, che ti pongono in una diversa luce nei confronti dei lettori.
Ci sono due modi per affrontare la cosa: o essere completamente schizofrenici, cambiando personalità a seconda dell’occasione, o essere completamente sinceri, evitando il populismo forzato per coprire timore che il proprio punto di vista possa non essere condiviso. Io, nel corso degli anni, ho imparato a essere entrambi: schizofrenico e sincero. Schizofrenico perché quando parli da redattore presenti il lavoro altrui, da intermediario, mentre quando parli da autore presenti il tuo, direttamente; sincero perché non ha senso cercare a tutti i costi l’approvazione altrui, e rischiare poi di restare coinvolto in qualcosa in cui non credi.
Quindi, se un autore vuole battibeccare coi lettori, secondo me può anche farlo. Personalmente non lo apprezzo molto, ma se questo lo soddisfa… Insieme a Gianmaria Liani ho realizzato Lambrusco & Cappuccino, e penso che siamo riusciti a comunicare qualcosa attraverso il fumetto in sé, per cui non sentiamo di dover dare spiegazioni in merito a lavoro ultimato. Poi, se il tutto viene apprezzato, bene, altrimenti pace, sarà per la prossima volta. Il lettore ha tutti i diritti di decidere se è soddisfatto o meno di quello che ha letto, e se lo fa discutendo garbatamente, non credo sia necessario che un autore intervenga nei forum per sostenere se stesso. Sarebbe un po’ inelegante, ecco tutto.

Lambrusco&Cappuccino
una divertente immagine dei personaggi creati da Baricordi e Liani

(c) aventi diritto

Lambrusco&Cappuccino<br>una divertente immagine dei personaggi creati da Baricordi e Liani<br><i>(c) aventi diritto</i>

12) Uno sguardo al passato. Recentemente è stato finalmente ristampato il Commissario Spada. Ci sono altri fumetti italiani immeritatamente sepolti di cui le ultime generazioni di lettori non hanno potuto usufruire?

Tutto Valentina Melaverde di Grazia Nidasio. I tre albetti-raccolta pubblicati dieci anni fa da Salani non sono assolutamente sufficienti a coprire l’opera di questa grande autrice nostrana, che ha raccontato la quotidianità giovanile degli anni ’70 e ’80 come nessuno aveva mai fatto prima. Da leggere e studiare per chiunque voglia fare fumetto in Italia. Il Paese dell’Alfabeto di Luciano Bottaro avrebbe bisogno di una riedizione per ragazzi, perché è divertente e – se sei un bambino – ti fa muovere le rotelline nel cervello fornendoti in maniera simpatica le basi per scoprire quanto sia divertente giocare con le parole. Poi sono un fan di vecchissima data di Gianconiglio di Carlo Peroni, che mi piacerebbe rileggere con gli occhi di un settenne. Lo ammetto: ho una grande nostalgia per riviste come “Il Corriere dei Piccoli” e “Il Corriere dei Ragazzi”. Credo che tutt’ora rimangano le due migliori riviste a fumetti per ragazzi mai apparse in Italia. E poi, per quanto mi riguarda, c’è sempre troppo poco Jacovitti in giro, per quanto molti si impegnino a ristampare il materiale più datato.

13) Uno sguardo al futuro. Tra i nuovi autori italiani pubblicati negli ultimi 10 anni, salta in mente qualche nome come possibile nuovo Pratt / Bonvi / Caprioli / Bonelli...?

Vanna Vinci è un’autrice che resterà negli annali del fumetto italiano, e non lo dico solo perché sono contemporaneamente suo amico, collega ed editore. Sono sincero (vedi sopra), a costo di esser considerato di parte. E Leo Ortolani, per il fumetto umoristico, è oggi ciò che Silver e Bonvi sono stati prima di lui. Ne riparliamo fra dieci anni per verificare, ok?

14) 2006-2016... pensando ai prossimi dieci anni che linee di tendenza si possono vedere nel futuro dei fumetti (in Italia e/o all'estero)?

Un pronostico difficile, visto che tutto cambia da un anno all’altro… Nella mia sfera di cristallo vedo un’eccessiva ‘manghizzazione’ del fumetto internazionale, tanto che la generazione successiva di lettori di fumetto inizierà forse a non sopportare più il cosiddetto ‘stile manga’ e sposterà la propria attenzione su qualcos’altro (già oggi vedo un ritorno d’interesse nei cartoon americani, mentre l’Italia ha iniziato a darsi da fare sul fronte dell’animazione con risultati interessanti, anche se ancora embrionali). La saturazione fa sempre danni incalcolabili. A quel punto, inizieranno ad avere fortuna le produzioni che saranno accattivanti dal punto di vista del disegno e coinvolgenti da quello della narrazione. Ci sarà un ritorno dell’avventura classica, ma in cui i personaggi non si dedicheranno solo al raggiungimento di un obiettivo, bensì ‘si

La fotografia non ha spazzato via la pittura. Il cinema non ha spazzato via la fotografia. I videogiochi non hanno spazzato via il cinema. Ogni forma d’arte/comunicazione ha trovato la propria ‘nicchia biologica’ specifica...
racconteranno’ attraverso l’impresa. E vedo anche che l’intercambio stilistico fra le varie scuole nazionali aumenterà esponenzialmente, e il fumetto diventerà finalmente ‘globalizzato’ (in senso buono), e nessuno romperà più le scatole con sciocchezze da scolaretti del tipo “le differenze fra fumetto, comics, manga e bande dessinee”. Dopo esisterà solo ‘il’ fumetto, e la traduzione del termine in altre lingue non potrà più (grazie al cielo) connotare/condannare uno stile.

15) In Italia, i manga sono approdati in sordina circa 15 anni fa, e nel tempo sono progressivamente diventati un fenomeno di massa di dimensioni sbalorditive: ci puoi descrivere quest’evoluzione, dato che ne sei anche stato uno dei protagonisti?

In realtà, i manga sono apparsi in Italia alla fine degli Anni Ottanta, con Granata Press e Glenat Italia, quindi ormai siamo quasi a vent’anni. Ma anche prima di essere riconosciuti come tali avevano goduto di un bel boom, se pensiamo alla Fabbri, a Candy Candy e al Grande Mazinga: quelli erano originali, e spopolavano già all’inizio degli Anni Ottanta, quindi possiamo calcolare la loro presenza come ‘stabile’ da almeno un venticinquennio. Lo stessso “Corriere dei Piccoli” ne pubblicò alcuni, da Hello Spank a L’Incantevole Creamy fino a Lady Love.
L’evoluzione è stata inizialmente molto lenta. Poi Dragon Ball ha creato in molti editori o aspiranti tali l’illusione che ‘il fumetto giapponese vende centinaia di migliaia di copie’. E così avanti tutta a pubblicare tutto il panorama editoriale disponibile, massacrando le tasche dei lettori. Purtroppo per loro, solo quel manga vendeva tanto. Il vero pregio di Dragon Ball stava nella capacità di esser riuscito all’improvviso ad abbassare l’età media dei lettori italiani, e quindi (come Dylan Dog prima di lui, ma nei confronti degli adolescenti) aveva portato davvero nuova linfa vitale al settore, un pubblico nuovo e numeroso su cui contare. Da quel boom c’è stato un declino dovuto unicamente alla quantità di materiale importato. Oggi i lettori sono spiazzati, non sanno più quali e quante serie seguire, per cui ogni editore vende molti meno manga. Ma, nel complesso, il mercato del manga oggi fattura molto di più di dieci anni fa. Un bel paradosso, no?

16) Credi che questa crescita esponenziale del fumetto giapponese continuerà anche per i prossimi anni, oppure arriveremo ad una saturazione? Ho perso il conto di quante ristampe di Dragon Ball sono state fatte ormai… :-)

Ristampe di Dragon Ball: zero, visto che ogni edizione aveva qualcosa di diverso dalla precedente. Edizioni di Dragon Ball: quattro (cinque, contando la quarta in due formati diversi, per edicola e libreria). Decisamente nella media, se le accostiamo a Tex, Dylan Dog o Topolino. D’altra parte, un successo internazionale di quella portata racimola centinaia di migliaia di giovani lettori a ogni nuova edizione. Non penso comunque che Dragon Ball sia un indicatore della situazione del manga in Italia. Come già detto, la saturazione fa sempre danni. Ma ci sono personaggi che comunque diventano icone e continuano a emergere nel corso dei decenni successivi. Penso sia necessaria un po’ di selezione naturale, oggi. Spero che i lettori inizino loro stessi a decidere con coscienza se stanno seguendo un fumetto perché gli piace veramente, o solo per abitudine. Spero che inizino a diventare curiosi, andando a cercare di leggere cose nuove, invogliando così i pigrissimi editori a risvegliarsi dall’apatia e tentare altri percorsi. Comunque sia, alla saturazione ci siamo già. Stiamo a vedere cosa succede nei prossimi due o tre anni.

17) Spesso, “si dice” (senza cognizione di causa) che i manga siano giornaletti da bambini, senza spessore, persino dannosi (pensiamo a Ken Shiro e a Sailor Moon, tacciati di traviare i giovani): credi che questi pregiudizi siano calati nel tempo, o caleranno, o resteranno tristemente uguali?

Ken Shiro, Sailor Uranus e Sailor Moon
alcune "vittime" di periodici pregiudizi

(c) aventi diritto

Ken Shiro, Sailor Uranus e Sailor Moon<br>alcune "vittime" di periodici pregiudizi<br><i>(c) aventi diritto</i>

Ogni generazione accusa la generazione successiva di leggere ‘cose per bambini’ e ‘dannose’. Si vede che ce l’abbiamo nel DNA. Prima dei manga, attraverso questo giudizio ci sono passati anche i supereroi americani, l’avventura italiana, gli umoristici francesi. E prima di loro, il cinema, i romanzi d’avventura, il rock’n’roll, la macchina a vapore e il cacao (!!!). E’ il puro e semplice scontro intergenerazionale che c’è sempre stato, su qualsiasi argomento (musica, politica, abbigliamento, abitudini, società). Inutile perfino discuterne, a mio avviso. Lasciamo che se ne occupino i salotti televisivi, degna cornice di questa paccottiglia.

18) Secondo te, ”l’invasione manga” è un bene o un male per lo sviluppo e la crescita del fumetto italiano? Può creare spunti ed idee nuove, oppure la quantità di materiale e generi diversi rischia di soffocare i prodotti nostrani?

L’unica ragione per cui il manga soffoca i prodotti nostrani è la mole di proposte. Nell’arco di poco meno di vent’anni gli editori italiani hanno depredato un serbatoio giapponese di circa cinquant’anni, serbatoio che inoltre è il frutto di un settore primario del Paese del Sol Levante, e che quindi non solo costituisce un pozzo profondo, ma anche molto vasto. Questo è l’unico vero danno che il manga può fare al fumetto italiano. E, quindi, non per colpa del manga in sé, ma per colpa degli editori italiani, che qualche anno fa si sono lasciati abbagliare dal macro-successo di Dragon Ball, finendo poi per incappare in amare sorprese. Forse è il momento buono per produrre fumetto italiano, ora. O no?

19) Un augurio di Andrea Baricordi per il mondo del fumetto nel 2016…

Auguro a chiunque decida di fare il fumettista di poter vivere di questo lavoro, senza doverlo portare avanti di notte o nei momenti liberi. Troppi autori talentuosi sono costretti ad avere anche un lavoro ‘ufficiale’ che consenta loro di portare la pagnotta a casa, e questo ha privato per anni l’Italia di sviluppare un settore in cui – se vogliamo – siamo fra i migliori al mondo.

"Tu non puoi passare!"
un ironico Andrea Baricordi

(c) aventi diritto

"Tu non puoi passare!"<br>un ironico Andrea Baricordi<br><i>(c) aventi diritto</i>

Di conseguenza, auguro a editori, autori e redattori di poter dichiarare “Lavoro nel settore del fumetto” senza trovarsi di fronte le solite facce ebeti e sorridenti di gente che risponde “Eh, ma che bello! Un lavoro di fantasia. Chissà come ti diverti tutto il giorno. Leggerai un sacco di fumetti. Mi fai un disegno?”. Molti lo fanno per ingenuità, però alla lunga diventa veramente seccante. E a me capita almeno un una volta alla settimana. Eppure, suppongo che a nessuno di noi sia mai capitato di dire qualcosa del tipo “Eh, ma che bello! Fai il salumiere! Un lavoro in cui si ha sempre la pancia piena… Chissà quanto salame mangi ogni giorno! Mi regali un etto di prosciutto?”. Quindi, spero che gli ingenui innocenti prima o poi si rendano conto che questo è un lavoro, e che ci trattino con maggiore sensibilità. Spero invece che gli ingenui maliziosi, prima o poi, se ne vadano direttamente affanculo. E scusate il francesismo.

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