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Intervista a Gianfranco Manfredi
di Roberto Giammatteo

Per la biografia dell'autore vedere la Scheda del Database.


Magico Vento (13k)
disegno di Venturi (c) 1997 SBE
   

Nella tua storia professionale sei passato dal cinema al fumetto. Due modi diversi di raccontare per immagini. Quali differenze hai trovato tra nello svolgere queste due attività?

Innanzi tutto credo di avere il gran privilegio di vivere del lavoro di scrittore. In Italia è molto difficile, si può fare solo se uno sceglie di farlo a tutto campo e, quindi, considerare con lo stesso rispetto il lavoro per un libro (un romanzo) che ha bisogno di un impegno più approfondito, con quello per il cinema o la televisione in cui bisogna offrire una capacità o abilità di scrittura al servizio dell'altro. Nel cinema ho quasi esclusivamente scritto idee di altri, in pratica mi chiamavano, ed aiutavo gli altri a raccontare quello che volevano raccontare. E' una scrittura molto disponibile e di servizio. Si diventa bravi a raccontare le cose che interessano gli altri. Quando poi si raccontano le proprie si ha un punto di vista più ampio. Il fumetto è ancora un'attività artigianale: uno scrive, uno disegna, se le cose non vanno bene le sceneggiature si correggono, i disegni si rifanno. In ogni caso è un lavoro dove si sa sempre cosa si fa. Lo si controlla abbastanza bene e poi, soprattutto, ha il merito di rivolgersi ad un pubblico in grandissima parte giovanile. Oggi il cinema non racconta più niente ai giovani, soprattutto quello italiano, anche se sono loro che riempiono le sale. Il cinema ha rinunciato a parlare ai giovani, fortunatamente il fumetto no.

Il tuo primo lavoro fumettistico è stato Gordon Link. C'era stato altro in precedenza?

Negli anni settanta collaboravo con la rivista Re Nudo. Avevo fatto qualche testo ed addirittura una storia disegnata. Era un momento in cui cominciava un fumetto nuovo, ricordo che noi per primi abbiamo pubblicato tavole di Scozzari (che poi ha avuto grande successo su Linus e Frigidaire). Il fumetto interessava molto, soprattutto quello un po' figlio della controcultura. Poi ho incrociato il fumetto facendo per la tv le sceneggiature di Valentina di Guido Crepax ed ho collaborato come articolista a Linus. Per me il mondo del fumetto è stato sempre una specie di seconda casa. Adesso è il mio lavoro principale. Certo Sergio Bonelli ti mette al tuo servizio una struttura non indifferente, che ti permette di farlo al meglio, con tranquillità.

In Gordon Link le tematiche horror erano la struttura portante. In queste storie ci sono stati due episodi ambientati nel west dove c'era un personaggio chiamato Jack Condor. Già allora in te c'era l'idea di un west magico?

Sì, ci pensavo già allora. Tra l'altro fu una delle storie più gradite quella con il personaggio di Jack Condor che era piaciuto moltissimo ai lettori.

Quali furono i motivi che portarono alla chiusura della testata?

Gordon Link non era nato come imitazione di Dylan Dog, ma era nato come telefilm (..) Io ho imparato a fare fumetti facendo Gordon Link.
   

Gordon Link era un fumetto in cui lavoravamo numero per numero essendo usciti con un solo numero pronto. Era un continuo inseguimento e poi dopo un paio d'anni ha dovuto cessare le pubblicazioni (anche se avevamo altre sette storie pronte visto che eravamo riusciti ad organizzarci in un modo migliore ed erano aumentati i disegnatori) per delle difficoltà finanziarie della Dardo. Credo che i lettori siano rimasti anche troppo affezionati al personaggio che soffriva di molti alti e bassi. Infatti, io stavo imparando a fare il fumetto con Gordon Link. Era nato proprio per caso: mi avevano chiesto ad Italia 1, dopo Valentina, di fare una serie di telefilm sui fantasmi (sulla traccia di Ghostbuster). Non era nato come imitazione di Dylan Dog, ma era nato come telefilm: questa serie, che io avevo preparato per un anno, per motivi economico-finanziari non si era fatta. Mi erano così rimaste queste storie in mano. Ero andato alla Dardo per proporre un progetto televisivo per il Grande Blek e Casarotti della Dardo stessa mi ha detto: "Perché non fai un fumetto?". Io gli ho fatto leggere queste sceneggiature. Gli piacquero e le ritenne idonee per farne una serie. Dopo ho scoperto che era una cosa importante e che arrivavano un sacco di lettere. Io ho imparato a fare fumetti facendo Gordon Link. I disegnatori, poverini, avevano così poco tempo per disegnarle che una certa approssimazione, dei salti di stile, erano un po' evidenti sulle pagine ed uscì qualche numero francamente bruttino. E' stata un'esperienza in cui mi sono molto divertito. Ringrazio Casarotti che mi ha permesso di imparare un altro mestiere. Successivamente ci fu il passaggio alla Bonelli su Dylan Dog.

Sei passato da un tuo personaggio ad uno partorito dalla mente di un altro autore (Sclavi). Quanto è stato difficile immedesimarsi nel personaggio?

Io ho cercato di rispettarlo al massimo. E' un fumetto che ho sempre letto ed amato sin dal n.1, mi piaceva molto, mi piace il modo in cui racconta Sclavi, mi piace il tipo di cinema a cui fa riferimento. Non ho avuto molte difficoltà. Più che altro, anche su suggerimento redazionale, mi era stato chiesto di fare un Dylan Dog che fosse un po' più detective e d un po' meno horror, perché poi altri autori, tipo Chiaverotti, insistevano molto su questa alternanza realtà/incubo "era vero, era sogno, era un incubo, era...". Si voleva arricchire la serie di un altro tipo di tematiche così ho scritto delle storie con un plot un po' più giallo, anche se ho cercato comunque di affrontare i temi classici dell'incubo di Dylan Dog. E' stata un'esperienza molto interessante anche se, credo, che il meglio di me l'ho dato con Magico Vento, perché ho potuto fare veramente quello che amo. Un conto è raccontare un personaggio di un altro ed un conto è raccontarne uno proprio.

Questo scrivere Dylan Dog "giallo", ti ha portato a lavorare su Nick Raider o era già preventivato?

Magico Vento è divenuto la sintesi delle mie esperienze. C'è l'horror, il magico e c'è anche molto realismo.
   

No. E' successo che dopo l'ormai famoso anno sabbatico, Sclavi è tornato al timone della serie. Nessuno può scrivere Dylan Dog meglio di lui che lo ha ideato. Nel frattempo è nata la mia amicizia con Renato Queirolo che cura Nick Raider. Insieme ci siamo trovati molto bene. Per me scrivere i plot gialli è una cosa che mi viene molto semplice. Il mostro, l'orrore, ti consuma. Ogni tanto hai bisogno di realtà. Sono sempre stati temi su cui ho puntato e, quindi, uno ha anche bisogno di respirare e Nick Raider mi ha permesso di farlo. Ho potuto raccontare storie più umane, più riconoscibili e Magico Vento è divenuto la sintesi delle mie esperienze. C'è l'horror, il magico e c'è anche molto realismo. Fare dei personaggi interessanti che non sono solo lì per essere uccisi, ma che hanno una loro psicologia, un modo di reagire alle circostanze.
 


Personalmente, preferisco più le storie che hai realizzato per Nick Raider che non quelle per Dylan Dog. Che differenza trovi tra le due serie.

Nick Raider è un personaggio più debole di Dylan Dog. Questo ti permette d'avere più forza nel raccontare i personaggi collaterali, gli amici, i colleghi, gli antagonisti, proprio perché non è un personaggio robusto come Dylan Dog. Dylan Dog è talmente protagonista che la storia va raccontata su di lui. Non c'è spazio per sviluppare altri personaggi. La caratteristica di Dylan Dog è che gli incubi che gli portano, lui li assume. Tutti gli altri personaggi sono di contorno per permettergli di assumere i loro incubi. Si racconta sempre e solo Dylan Dog anche quando racconti la storia degli altri.

Arriviamo a Magico Vento. In esso quale stile c'e' di più, quello Raideriano evitando che l'attenzione sia tutta sul protagonista, o quello Dylandogghiano?

Io credo che Magico Vento sia un personaggio molto affascinante. Ha una sua imprevedibilità. Non reagisce sempre allo stesso modo alle situazioni. Ci sono, inoltre, molti personaggi (anche perché ha una storia con una certa continuity) che man mano che si andrà avanti si ritroveranno più volte. Molte volte il cattivo non sarà ucciso, perciò potrà ritornare. Ci sono molti personaggi a cui ti puoi affezionare. Ha una sua natura anche di saga.

Continuity sul modello di Nathan Never?

Un po' c'è di Nathan Never, un po' di Ken Parker. In molti fumetti c'è stato questo aspetto molto antico visto che era così anche per Dick Tracy e Batman. Non è che si racconta qualcosa di nuovo.

Com'è nata l'idea di Magico Vento

L'idea di questa serie è nata pensando se c'era un modo nuovo di raccontare il western. Leggendo dei libri risalenti ai tempi dei pionieri ero rimasto abbastanza sorpreso nel trovare, al fianco dei classici racconti di frontiera, elementi fantastici, alle volte addirittura deliranti. Nelle memorie militari del Generale Custer l'attraversamento delle grandi pianure è sempre segnato da apparizioni, miraggi, episodi anche un po' buffi e paradossali. Quello che ne viene fuori è un west più fantastico di quello a cui ci ha abituato il cinema, soprattutto quello di Sergio Leone. Il cinema recente si è sì basato su ricostruzioni storico-mitologiche epurate però da quegli elementi fantastici e leggendari che, invece, costituiscono una parte fondamentale del west. Nasce così Magico Vento. Un uomo che i Sioux raccolgono morente dopo un incidente ferroviario. Una scheggia metallica conficcata nella testa gli ha fatto perdere la memoria. Diventa così un Uomo Strano (gli indiani definiscono in questo modo quegli sciamani che avevano virtù visionarie e profetiche). Tra i Sioux rinasce una seconda volta ed è proprio lo stesso dramma che gli ha tolto ogni memoria del passato a d aprirgli le porte delle visioni profetiche (spesso drammatiche) del futuro. La sue è sempre una rincorsa verso questo futuro per cercare in qualche modo di orientarlo, capirlo, cambiarlo.

L'idea di affiancare il giornalista Poe parte dal bisogno di dare un'impronta realistica al fumetto o di dare una spalla che partecipa attivamente anche alla componente magica delle serie?

Un po' tutte e due le cose perché, una delle cose che mi hanno messo più in difficoltà scrivendo Dylan Dog era scrivere Groucho. Mi avviliva l'idea che lui dicesse le barzellette, perché ho sempre amato l'originale Groucho Marx, il quale non ha mai raccontato una barzelletta in vita sua. Ed io credo che un persona spiritosa non ha bisogno di dire la barzelletta per divertire. Le barzellette le racconta chi non è capace di trovare la battuta relativa ad una situazione. Io cercavo di fare per Groucho delle battute stile l'originale: giochi di parole, l'assurdo legato alle situazioni vissute in quel momento. Ho cercato di farlo un po' più partecipe in alcune storie ed in altre di tenerlo molto di quinta, di escluderlo. Lo stesso ho fatto su Nick Raider (anche se questo lo aveva già fatto Queirolo): Marvin era nato un po' come spalla comica di Nick. Nel frattempo è divenuto un vero collaboratore che fa inchieste parallele. E' diventato un personaggio che non dice più solo battute. Non dice "Sì, badrone" scherzando sul negro che fa il finto negro. E' diventato un personaggio più corposo. Ho visto quindi che questa cosa funzionava meglio, c'è anche bisogno che l'eroe possa parlare con qualcuno che gli da un altro punto di vista, che non faccia semplicemente una battuta. Anche in Magico Vento c'è dell'ironia, è una storia fondamentalmente drammatica e quindi non ci stava bene la risata obbligata.

Quindi Poe non sarà solo lo scettico della situazione?

All'inizio è scettico. Ad un certo punto della storia, però, ci crede talmente tanto da crederci più di Magico Vento. Prende anche fischi per fiaschi poiché nel rituale magico cerca di razionalizzare. Per Magico Vento, invece, secondo lo spirito indiano, non c'è mai la spiegazione del perché c'è un certo effetto. Accade quindi è. Come diceva Carmelo Bene: "E' impossibile, è". L'indiano accetta la realtà del mistero. Non ha bisogno di spiegarlo, semplicemente l'accetta e vi partecipa. Invece Poe, anche se i fatti sono effettivamente prodigiosi, cerca una spiegazione scientifica o para scientifica. Come faceva un po' Edgard Allan Poe nei suoi racconti del caso Valdemar (il mesmerismo, vedi Dylan Dog n.7 "La zona del crepuscolo" e n.57 "Ritorno al crepuscolo") raccontando esperienze che vanno al di là della vita. C'è un tentativo di razionalizzare dell'inconscio e questo rappresenta il personaggio di Poe.

Chi ha elaborato graficamente il personaggio?

Sulla base di alcune mie indicazioni e di Renato Queirolo, è stato Bruno Ramella e poi tutti hanno dato una mano (Ortiz, Frisenda, Mastantuono, Barbati, Raffaelli…). Anche l'ultimo aggiunto, Andrea Venturi per realizzare le cover ha fatto un approfondimento del personaggio abbastanza notevole. Lo stile è vario proprio perché lasciamo una certa libertà, però essendo un progetto molto unitario è buono che ci si veda e si discuta sempre insieme per non fare numeri che siano una volta tutti neri e una volta tutti bianchi. E' una serie che ha un punto di vista estetico ben definito, dove c'è molto realismo (anche perché siamo in un'epoca precisa, 1870 circa, più o meno la stessa epoca del film "Il piccolo grande uomo"). C'è tutto il sudore, la fatica, la schiuma sui cavalli, le mosche e la zozzura dell'ambiente. L'elemento fantastico scaturisce a sorpresa, un delirio, un'illuminazione, delle volte un incubo dà una resa molto realistica.

Dei vari disegnatori chi ti ha colpito in modo particolare nella sua interpretazione del personaggio di Magico Vento?

La sorpresa è stato Paolo Raffaelli. Ha pescato subito l'atmosfera dell'albo anche se è un debuttante, visto che non ha mai fatto fumetti per la Bonelli. E' stata la grande sorpresa, vedere che aveva già un segno maturo, una capacità di entrare nella serie. Per il resto non facciamo gerarchie. L'importante è che un disegnatore sia giusto per la serie e quindi che sia famoso, che sia celebrato o meno a noi non importa. Un disegno immaturo o manga o una linea troppo chiara, troppo ricercata, troppo vezzosa, troppo sui dettagli non andrebbe bene per la serie. Deve avere una sua caratteristica da segno sporco.

Il passato del personaggio verrà fuori subito o bisognerà attendere molto?

Un po' è venuto fuori dal primo albo. Poi pian piano qualcosa si scoprirà sui numeri successivi. Nel momento del ritorno Magico Vento, Ned, ne è molto turbato perché nella misura in cui ritorna il passato tenderà a perdere un po' delle sue caratteristiche magiche.

Visto il carattere fantastico/avventuroso e l'accostamento fatto con Magico Vento prima che quest'ultimo sbarcasse in edicola, ti piacerebbe scrivere una storia di Zagor?

Zagor è un fumetto un po' naif. Ha il candore (nell'idea stessa di Sergio Bonelli/Guido Nolitta agli inizi) di fumetti come Phantom, Blek, Miki. A me questo tipo di fumetto non viene molto bene. Non sono capace di raccontare le favole, non sono adatto a raccontare questo genere di storie.
 

 


 
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