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di Martina Galea e Roberto Giammatteo Autore completo, creatore di Napoleone, una testata che ha conquistato numero dopo numero schiere di lettori, abbiamo contattato Carlo Ambrosini per conoscere più a fondo lui, il suo passato ed i suoi progetti futuri. Iniziamo in maniera canonica: puoi presentare ai lettori Carlo Ambrosini, gli studi che hai seguito e l'ambiente in cui sei cresciuto? Dovendo fare “a domanda risposta” cercherò di essere stringato, soprattutto sugli aspetti biografici. Diciamo che nasco in una famiglia di operai di derivazione contadina, persone straordinarie, operose e dotate anche di grande estro creativo. Denotando un’evidente inclinazione per il disegno, vengo avviato a una formazione artistica che concludo, dopo il liceo artistico, con il diploma in pittura all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Ti sei avvicinato al mondo del fumetto perchè da piccolo ne eri un lettore vorace oppure in maniera differente, magari casuale?
Hai seguito delle scuole specifiche o sei completamente autodidatta, sia come disegnatore, sia come sceneggiatore? Io non ricordo che, sino forse ai primi anni ottanta, esistessero scuole specifiche per il fumetto, si poteva imparare il mestiere solo da autodidatti o, i più fortunati, a bottega presso qualche professionista. Ritengo che per essere buoni autori di fumetto non ci si possa limitare a guardare solo altri autori di fumetto e occuparsi esclusivamente del suo specifico tecnico: il fumetto si alimenta di competenze proprie di altri ambiti di studio quali la letteratura, la filosofia, la storia, la psicologia, il cinema, il teatro, la pittura, la scenografia, il resto è sintesi e creatività. Dunque si, come fumettaro posso definirmi un autodidatta. Ci puoi parlare delle tue esperienze precedenti all'ingresso in Bonelli? Non c’è molto per la verità, un paio di piccole storie di guerra per la casa editrice Dardo, e la collaborazione durata un paio d’anni, alla "Storia d’Italia a Fumetti" di Enzo Biagi. Era il 1977, avevo da poco finito l’accademia, mi occupavo di pittura e mi guardavo attorno, forse la "Storia d‘Italia" potrebbe essere considerata il mio esordio ufficiale come fumettaro, anche se per la verità si trattava di una riduzione piuttosto didascalica che non ho mai considerato un’opera a fumetti. Tra i tuoi primi lavori bonelliani spiccano due Dylan Dog (DD 97 e DD 108) che affrontano alcune tematiche che poi saranno tipiche di Napoleone: forse all'epoca (nel 1994) stavi già pensando ad un personaggio interamente tuo, legato a questi particolari argomenti?
Beh, hai saltato tutto il periodo della mia collaborazione al Ken Parker di Berardi e Milazzo, inoltre avevo anche gia pubblicato un personaggio mio, in Francia, che si chiamava Nico Macchia: un cavaliere medievale, storie noir ambientate nelle Fiandre a metà del '400.
Inizialmente, nel 1997, Napoleone è nasceva come miniserie di 8 numeri... e al momento è in edicola il numero 46! Come ti spieghi questo enorme successo? E' arrivato inatteso o forse ci speravi sin dall'inizio? Andrei cauto con l’enorme successo… Napoleone, nel contesto editoriale Bonelliano, è un fumetto di nicchia che si è ritagliato uno spazio di credibilità sufficiente per andare oltre il progetto editoriale di partenza. Napoleone ha un pubblico rimarchevole per sensibilità e competenza che dimostra di voler continuare a seguirlo con interesse, un pubblico attento, che ci motiva e che ci dispiacerebbe molto deludere.
A maggio uscirà una nuova testata, Brad Barron e anch'essa nasce come miniserie: credi che questa volta la Bonelli riuscirà nell'intento di chiudere la testata, rinunciando alla serialità, come accade nei manga, ad esempio? La strategia editoriale della casa editrice prevede che venga sottoposto al gradimento del pubblico il personaggio, piuttosto della saga (la Storia del West di Gino D’Antonio o la galleria dei personaggi Western di Albertarelli sono in effetti due eccezioni). Questo implica che se il personaggio acquisisce larghi consensi e simpatie dai lettori sia poi piuttosto imbarazzante defungerlo. Naturalmente non è detto che i gusti del pubblico non si orientino oggi su proposte differenti che prevedano serie più corte e un maggiore alternarsi di proposte. Staremo a vedere. Anche se al momento sei maggiormente concentrato sulla sceneggiatura, tu sei anche un disegnatore: questo come influisce nel tuo rapporto con i disegnatori dei singoli albi? Tendi ad imporre ciò che immagini (e disegni) nella tua mente, oppure lasci loro più libertà? Una volta individuati i disegnatori e le loro qualità professionali, questi debbono avere il massimo della libertà, nel rispetto però della libertà del personaggio di non essere stravolto e semmai concorrere alla sua crescita espressiva. In pratica con i disegnatori cerco collaborazione e la collaborazione prevede sempre uno scambio. A proposito, a quando un altro albo disegnato da te? L'ultimo risale al 2003, col n.33... Ho appena ultimato i disegni per il Tex gigante, 224 tavole in due anni scarsi. E’ stata una notevole fatica ma mi sono divertito a disegnarlo: il western è il territorio dello svago che più ho amato nella mia infanzia e nell’adolescenza, un ritorno al passato. Al momento ho la mano a riposo e non saprei dirti quando potrò rioccuparmi del Napoleone disegnato, escluso quello delle copertine.
Ti senti maggiormente a tuo agio come sceneggiatore o come disegnatore? Mi spiego meglio: senza nulla togliere a nessuna delle due professioni, quale delle due credi che incarni meglio l'anima di una storia? Sembrerà strano, ma si scrive anche quando si disegna, e si disegna anche quando si scrive. La parola porta l’immagine e l’immagine la parola. Provate a raccontarvi cosa avete appena disegnato e a chiedervi se corrisponde con quello che avevate in mente, se la risposta è positiva l’idea e la sua rappresentazione diventano una cosa sola, se la risposta fosse negativa vi adopererete per farla collimare. Si presume che scrivere e disegnare segua al bisogno di rappresentare l’idea che in alcuni si annuncia attraverso un suono, in altri attraverso un profumo, in altri ancora è propiziata da un’immagine, da un numero o da una parola. L’anima sta nell’idea, tutti i mezzi formali sono buoni per cercare di acchiapparla. Naturalmente, come diceva un grande pianista, l’ispirazione arriva solo quando la mano è calda. Pensando a te a Napoleone mi viene naturale un'associazione di idee con Giancarlo Berardi e la sua Julia: siete entrambi dei curiosi amanti della conoscenza, due "vecchi saggi", e spesso vi ponete come mentori nei confronti del lettore, inserendo nei vostri albi numerosi riferimenti incrociati a letteratura, cinema, musica... mi passi il paragone o lo trovi inadatto? Brutta sensazione quando ci si sente mentori di qualcuno, maestri conclamati o vecchi saggi, io ci sento odore di zolfo, la cultura scoraggia la vanità, non va esibita, certo si può cercare di non essere dei cretini militanti ma che questo non renda completamente esenti da cretineria è un sospetto che nutro perennemente. Non so per Berardi, ma al titolo di vecchio saggio io non ci tengo proprio, ogni competenza ogni scoperta serve solo a riqualificare la domanda, non mi aspetto ne do risposte conclusive. Hai avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco proprio con Berardi sin dai tempi di "Ken Parker". Quanto ne è stato influenzato il tuo modo di sceneggiare, anche rispetto a quanto detto nella domanda precedente? Nelle società arcaiche prevalentemente tribali, il maestro serviva all’allievo perchè questi, attraverso i riti dell’iniziazione, fosse avviato ai compiti e alle responsabilità della vita adulta. Berardi, forse suo malgrado, mi ha consentito questa iniziazione, il guaio è che io rifuggo dalle responsabilità: la vita adulta malgrado la mia età anagrafica è ancora molto lontana e io sto sempre dentro la complessità adolescenziale. Il mio “modo” di sceneggiare non è assodato, è semplicemente una delle tante ipotesi possibili, relativa al discorso che voglio e posso fare. Nello sceneggiare Napoleone, comunque c’è anche la lezione del primo Ken Parker, lo riconosco come credito e debito formativo.
Tuttavia, al contrario di Berardi, gelosissimo della sua creatura, in alcuni albi (NP 10, NP 12, NP 16, NP 19, NP 22, NP 27, NP 28, NP 29, NP 34, NP 39, NP 45) tu hai ceduto lo scettro e hai permesso a Diego Cajelli e Paolo Bacilieri (per altro, due autori piuttosto atipici rispetto ai canoni Bonelli) di realizzare l'intera storia: cosa ne pensi della loro interpretazione del tuo personaggio? Cajelli e Bacilieri hanno portato qualcosa in Napoleone che non veniva da me ma che lo ha arricchito di sfumature. Bacilieri, per la verità, se lo è un po’ reinventato ma in un modo compatibile che ho trovato attraente. Le qualità degli altri sono opportunità che vanno sapute cogliere e accogliere. Restiamo in argomento: Paolo Bacilieri ha un tratto peculiare e affascinante, anche se poco consono alla griglia bonelliana. Cosa pensi di questa sua collaborazione in una testata seriale? Come mai hai deciso di investire proprio su di lui? In Paolo c’è professionalità, elemento inderogabile in questo mestiere, ma anche talento vitalità e freschezza espressiva. Cambiamo argomento: dopo tanti anni, ora con Tex stai disegnando un personaggio non tuo e allo stesso tempo ti sei dovuto misurare anche con una sceneggiatura non tua. Quali difficoltà, se ce ne sono state, hai trovato? Della sceneggiatura mi sono occupato pochissimo, in realtà, una volta concordata l’ambientazione mi sono goduto il piacere di tornare a disegnare cavalli indiani e tutto l’armamentario dell’ambientazione Western. Nel realizzare graficamente Tex ed i suoi Pards ti sei trovato subito in sintonia o hai dovuto affrontare più o meno ostacoli per l'uno o per l'altro personaggio? E il ritorno ad ambientazioni western? Tex e i suoi pard li conosco fin da quand’ero ragazzino, mi erano già familiari, non ho avuto nessuna particolare difficoltà; anche il western, come ho già detto, mi è piuttosto familiare e congeniale. Il Texone ha ospitato nel corso di questi anni illustri firme del panorama internazionale dei fumetti. Cosa hai provato quando ti hanno proposto di realizzarne uno? Mi ha fatto piacere. Tex, personaggio classico per antonomasia, non è adatto a sperimentazioni, esattamente l'opposto di ciò che hai fatto, ad esempio, con Bacilieri con Napoleone. Cosa spinge un autore affermato, con in più un personaggio seriale tutto suo, ad affrontare una sfida con Aquila della Notte? Proprio il piacere di delegare l’aspetto sperimentale per il gusto del gioco nella pratica del disegno. C'è qualche altro personaggio Bonelli col quale ti piacerebbe cimentarti? Dylan Dog… Sclavi mi manca, mi manca lavorare con lui, intendo.
Da addetto ai lavori, quali altri autori consideri imprescindibili nella libreria di un amante di fumetti? Sarebbe una lista interminabile e finirei col dimenticare qualcuno, direi tutti i classici americani e francesi, i buoni autori italiani e un paio di giapponesi… se devo fare dei nomi che mi vengono in mente in questo momento, direi: Schultz, Spiegelman, Sclavi, Pratt, Pazienza, Mazzucchelli, Lauzier, Albertarelli, Gireaud… A quali autori (sceneggiatori e disegnatori) ti sei ispirato, o ti ispiri tuttora, nel realizzare le tue storie? Tutti quelli sopra, anche se gran parte della mia ispirazione deriva da ambiti collaterali, dovendo fare dei nomi direi: Paul Auster, Spiegelman, Pratt , Albertarelli, Sclavi, ma anche Kafka, Pirandello, Simenon, Proust, Jung, Hillman, Fellini, Rossellini … Carmelo Bene, Dante Alighieri ecc…ecc… Ultima domanda, alla Marzullo: fatti una domanda e risponditi!
Domanda: puoi considerare finita l’intervista?
Risposta: sì, può bastare.
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