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Intervista a Paola Barbato
di Cristian Di Clemente

Paola Barbato, ex-lettrice di Dylan Dog diventata, "per caso" come ci dice lei, autrice delle storie dell'indagatore dell'incubo, ci parla del suo lavoro e di sé stessa in un afoso pomeriggio di RiminiComix.

Paola Barbato, per cominciare, puoi dirci qualcosa su di te e come sei arrivata dove sei?

Sono nata il 18 giugno 1971 a Milano, e trasferita sul Lago di Garda quasi subito dai miei genitori che avevano paura che a Milano crescessi nello smog. Ho fatto prima il liceo linguistico e poi l'università, sono tutt'ora laureanda (ancora sei esami) in Lingue e Letteratura straniere. Sono arrivata per caso alla Bonelli perché ho scritto una raccolta di racconti (cosa che ho ripetuto fino alla nausea sperando che qualche editore si rifacesse vivo dicendo "ma no, ci abbiamo ripensato, non erano così brutti"). Le raccolte sono state tutte garbatamente respinte, tranne quella inviata alla Bonelli. Pensavo che da un racconto potessero trarre un soggetto per Dylan e magari comprarmelo, invece mi è stato proposto di tentare di scrivere alcune pagine di sceneggiatura. Io ho tentato, ho passato le mie piccole forche caudine, alla fine sono stata approvata e sono entrata nello staff piano piano.

Autoritratto di Paola Barbato (19k)
Autoritratto di Paola Barbato

Hai qualche hobby o interesse?

Non ho hobby, non faccio sport. Ho tre cani, sono un'animalista convinta. Non ho passioni politiche, non credo che la politica esista. Con la fede non andiamo tanto bene. Lavoro tanto. Se non lavoro per Dylan lavoro per la Corea (la Corea di Huntington, malattia genetica neurodegenerativa ereditaria, tramite l'Associazione "Mario Emolo" O.N.L.U.S. per la quale Paola Barbato ha anche realizzato, insieme a celebri disegnatori bonelliani, delle magliette per raccogliere fondi, n.d.r.), e viceversa. Lavoro al 70% per l'associazione, al 25% per Dylan Dog, il 5% restante occupa il resto della mia vita. Quindi, non mi resta molto tempo. Mi piace il cinema. Mi piaceva recitare, quando recitavo, ora non recito più. Ho fatto l'attrice, però non amo viaggiare, quindi nel momento in cui mi sono resa conto che soffrivo dei viaggi, degli spostamenti delle tournée, più di quanto non prendessi piacere dal recitare, ho messo le due cose sulla bilancia e ho rinunciato. Recito nelle compagnie amatoriali, però non è la stessa cosa, e capita sempre meno spesso. Ho fatto il provino al "Piccolo Teatro" di Giorgio Strehler (il più grande regista di teatro italiano), quando era ancora vivo. Mi ha fatto lui il provino di recitazione, sono stata scartata per un posto, ero la sedicesima su quindici. Però, per consolarmi, mi è stato segnalato da addetti ai lavori che avevo preso 10 in recitazione da Strehler, è stata una bella soddisfazione. Dopo ho fatto un pò di televisione, qualche trasmissione, qualche doppiaggio. Ho fatto finta di essere qualcun altro in alcune trasmissioni dove si doveva litigare, di qualche anno fa, che per contratto ancora non posso nominare. Ho fatto "Scherzi a parte", facevo anche lì la provocatrice, sempre cose molto piccole comunque. Poi sono passata al doppiaggio, ho lavorato pochissimo come doppiatrice professionista, sono stata un paio d'anni a seguire negli studi, però ho visto che non ingranavo tanto neanche lì. Non per una mancanza di volontà, ma avrei dovuto trasferirmi a Milano ed era il solito problema. Il mio problema a muovermi non è da poco. Ora vivo, dall'età di tre anni, sul Lago di Garda. Ho bisogno della tana, sono una persona molto chiusa, anche se sembro sempre il contrario, perché sono aggressiva come tutti i timidi.

Quand'eri bambina che cosa sognavi di fare da grande?

L'elettricista. E tutt'ora mi cambio le prese da sola, comprese le scatole... Sono un bravo manovale, brava nei lavori in cui usare le mani, non ho problemi.

Come è iniziato il tuo interesse per il mondo dei fumetti e cosa leggevi da piccola?

Da bambina leggevo Topolino, è ovvio. Visto che girava in casa ho letto tutto Mafalda di Quino. Non ho capito per tantissimi anni quello che leggevo, perché non capivo le implicazioni politiche, la satira sottile, però ho mangiato pane e Mafalda per molti anni. Ho letto i Peanuts, che avevo sempre in casa e che erano in inglese, per cui li ho letti tutti guardando le figure. Quindi ho avuto un rapporto tormentato per un pò, non coltivato in maniera particolare fino all'adolescenza dove ho scoperto Candy Candy, e non mi vergogno a dirlo, avevo la raccolta completa. Devo dire che in Candy Candy ci sono alcuni dei manga che venivano abbinati alla storia principale di Candy Candy che sono molto belli. Lady Oscar era uno, hanno rifatto Via col Vento, può sembrare assurdo, però era un'ottima trasposizione, devo dire, fedelissima anche nei dettagli. Dylan Dog l'ho conosciuto mentre lavoravo come commessa in una gelateria, perché i colleghi portavano i Dylan Dog da leggere nelle pause quando non c'era nessuno.

(9k)
Goblin
DD 45
(c) SBE

Il mio primo Dylan Dog è stato "Goblin" (DD 45), che mi aveva lasciato addosso un'impressione tremenda, peggio avevano fatto solo i fumetti di mio cugino, che ha vent'anni più di me, che leggeva "Le storie dello Zio Tibia", che mi ero trovato per le mani a otto anni, ero rimasta terrorizzata. Con Dylan Dog ho avuto una reazione molto forte sul momento e ho respinto, e poi piano piano ne ho letto un altro, e poi ne ho letto un altro... Sono diventata abbastanza meticolosa, ero di quei lettori che stanno lì a cavillare sull'albo più bello, su quello meno bello, questa cosa mi piace, questa no, ero abbastanza rompiballe. Cavillavo da sola, non avevo amiche che leggessero Dylan Dog, però mi arrabbiavo se una storia non mi piaceva, perlomeno non ero una lettrice disattenta, distratta o casuale.

Come hai deciso di entrare nel mondo del fumetto e che ambizioni avevi?

Non l'ho deciso, perché io ho mandato questo libro a tutti gli editori possibili e immaginabili. La Bonelli era uno dei quaranta editori italiani a cui l'ho mandato. Non avevo aspirazioni di scrivere fumetti, non me lo sono mai sognato. Mi è capitato. Io ho sempre voluto solo scrivere.

Nello scrivere fumetti, chi consideri come tuoi maestri o comunque chi ti ha insegnato di più?

Negli anni avrei dovuto imparare a prepararmi la risposta. Non me la sono mai preparata. Non ho avuto maestri perché non ho mai avuto l'ambizione di fare questo mestiere. Non ho mai letto i fumetti pensando a come venivano sceneggiati. Non mi è mai passato per l'anticamera del cervello. Chi mi ha insegnato a scrivere i fumetti sono stati Mauro Marcheselli e Tiziano Sclavi. Tiziano per vie traverse perché avevo delle sue sceneggiature ad esempio, per vedere come suddividere le tavole, come fare la chiusura di tavola, come bilanciarla, e soprattutto tutte le cose da non fare. Per esempio, non fare tre balloons fuori campo, con qualcos'altro dentro, non si capisce chi sta parlando. E' una cosa che a me capitava molto spesso, di dare per scontato che si capisse dalla posizione dei balloons chi stesse parlando in base alle vignette precedenti. Oppure, non fare balloons troppo grossi, che è sempre stato, poi, il mio problema. Dopotutto, nasco come scrittrice.

Già, le tue spiegazioni di decine di pagine alla fine di un albo sono leggendarie... :-)

Questa cosa qua, tra l'altro, è nata sempre per un errore mio. Essendo neofita, essendo appena arrivata, mi era stato chiaramente detto di spiegare tutto. Io avevo talmente il terrore che, poi, qualcosa non si capisse, che spiegavo anche la cosa più ovvia. Di solito andava a finire che, per non rompere la tensione, accorpavo tutto nelle ultime tavole. Per cui la storia scorreva fino a un certo punto e poi da quel punto si cominciava a spiegare. Non è che non lo faccio più, però negli albi che usciranno ho imparato a spiegare un pezzettino alla volta durante la storia. Comunque la mania di spiegare mi è rimasta, me l'hanno inculcata.

Tu sei stata la prima persona a scrivere Dylan Dog dopo averlo letto durante l'adolescenza. Da lettrice diventata autrice come è stato il tuo impatto con il personaggio, con le attese dei lettori e con l'inevitabile paragone con Sclavi?

Il paragone con Sclavi non me lo sono mai posto come problema. Se uno parte pensando di paragonarsi con il creatore è finita. Non riuscirei mai a scrivere qualcosa di mio e a scrivere bene, perché ti sembrerà sempre di doverlo raggiungere. Il problema dei lettori è venuto dopo perché all'inizio c'era il problema di dover imparare. Non potevo star lì a guardare se facevo qualcosa di qualità, dovevo fare una cosa che reggesse e che stesse in piedi. Alla fine le critiche ci sono state, e tantissime, sono stata accolta da alcuni con delirante gioia e da altri con odio estremo, ma non è un problema, forse preferisco così che piacere a tutti. Forse è meglio avere anche qualche detrattore.

Una domanda molto classica: a che cosa ti ispiri e come nasce una tua storia?

Non lo so. A qualsiasi cosa. Ci sono idee che nascono da dettagli stupidi. C'è magari un solo dettaglio, io vedo una cosa, quella cosa mi rimane in mente, e da quel dettaglio si va gonfiando tutta una storia. Anche l'idea di "Sciarada" (DD 191), che è uno degli albi più complicati che ho scritto (anche perché fare gli anagrammi in inglese e riuscire a renderli comprensibili al lettore non era semplice) mi è venuta nel fare un gioco di parole. Mi è venuta l'idea, ho detto "certo che sarebbe carino da lì"... per cui possono arrivare da qualsiasi parte le idee. Difficilmente se vai a cercarle le trovi.

Che cosa ti piace e cosa non ti piace del personaggio Dylan Dog e della serie?

Dunque, bisogna distinguere. Cerchiamo di essere seri. Quando convivi con un personaggio, fosse anche un fumetto, così come un poster di Che Guevara, tutti i giorni della tua vita, smetti di considerarlo non esistente. Quindi io ho nei confronti di Dylan dei sentimenti che avrei nei confronti di una persona che esiste, e che magari è lontana. Potrei avere gli stessi sentimenti per George Clooney, per esempio, che, allo stesso modo di Dylan, non incontro mai. Quindi, distinguo Dylan e poi la serie. La serie, qui ne parlo dal punto di vista ancora di lettrice, ha perso delle caratteristiche horror classiche, però le ha perse anche per forza di cose, perché dopo duecentocinquanta storie (se ci mettiamo i giganti, storie brevi, almanacchi, speciali e tutto quanto) viene a mancare la base, a meno di non dirottare su altre cose come il giallo o il rosa per esempio. Dylan non è mai dirottato, realmente, anche se ci sono state delle storie gialle e ci sono state delle storie rosa, è sempre rimasto un fumetto horror, però, logicamente, si sono assottigliate sempre di più le tematiche. Questo come lettrice lo avverto, lo sento e lo sentono anche i lettori che mi dicono "eh, però non c'è più tanto horror, non fa tanta paura". In compenso, e secondo me non è affatto da sottovalutare, le sue storie hanno acquistato dei risvolti psicologici che prima non c'erano, ma anche sul personaggio stesso. Dylan, e qua passo al punto di vista della sceneggiatrice, ha delle caratteristiche perfettamente identificabili. Non è un personaggio, non è un eroe, è una persona di cui è possibile fare l'elenco dei pregi e dei difetti. Ma non solo delle sue fobie, delle sue manie, per esempio anche il fatto che Dylan è leggermente permaloso: noi lo sappiamo che è leggermente permaloso, a furia di andare avanti ci siamo resi conto che non ha moltissima pazienza, non è uno che aspetta bene fuori da una casa. Questa è una cosa che non si può attribuire a tutti i personaggi: il fatto che abbiano delle caratteristiche umane riconoscibili e definite, e quindi siano una persona. Da personaggio è diventato persona, che era la sua forza all'inizio e, secondo me, rimane la sua forza adesso. Ed è la cosa a cui dobbiamo stare più attenti, non far perdere al personaggio le sue connotazioni di carattere, cioè non appiattirlo. E non è facile perché nessuno di noi l'ha creato. Quindi, è più facile sbagliare che imbroccarci.

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Il numero duecento
DD 200
(c) SBE

Recentemente ti è stato affidato il numero duecento di Dylan Dog (DD 200). Che cosa hai provato quando ti hanno chiesto di occupartene, visto che quando uscì il numero cento eri ancora, soltanto, una lettrice?

Non ho provato niente, perché è stata una situazione di emergenza. E' successo, sostanzialmente, che fino all'ultimo si pensava che lo avrebbe fatto Tiziano. Quando Tiziano non se l'è sentita, i tempi erano strettissimi. E, quindi, io ho ricevuto la comunicazione che avrei fatto il duecento...

Quindi, neanche un briciolo di emozione?

No, ma io l'ho presa con grande incoscienza. Ho preso il duecento come un lavoro perché, a differenza di altre cose dove ti può scappare "ci metto del mio, l'anima, l'opera d'arte", eccettera, questo era veramente un lavoro da far bene, un lavoro di cesello. Quindi una cosa che andava presa molto sul serio e il più freddamente possibile. Tutta la lavorazione iniziale, il reperimento del materiale, verificare tutte le cose, poi cominciarle ad incastrarle ed assemblarle, tutto quanto, l'ho dovuto fare con professionalità, con quella che avevo. C'è tanto, ovviamente, di mio nella storia, però è diverso. Non ho fatto correre rischi all'albo che avrei potuto fargli correre, se fosse stato solo mio. Perché non rischiavo solo sulla mia pelle, in qualche maniera.

Leggi ancora dei fumetti e quali ti sembrano più interessanti tra quelli che escono attualmente?

Leggo pochissimi fumetti, questa è una colpa ma è così. Dei bonelliani mi piace molto Gea, purtroppo è semestrale. Qualche volta raccatto ancora qualche manga, soprattutto quelli legati alle mie letture adolescenziali. Per esempio, "Il grande sogno di Maya", "Jenny la tennista"... E' piacevole anche rivedere dei fumetti che sono stati censurati. "Lady Oscar" è stato censurato all'epoca della prima pubblicazione, è stato interessante vedere come proseguiva.

Si dice tanto che il fumetto popolare è in crisi, tu come vedi il futuro del fumetto?

I libri dovevano morire con l'avvento della radio. La radio doveva morire con l'avvento della televisione. Il cinema doveva morire con l'avvento della televisione... Ci sarà qualcuno che reinventerà. Non penso che ci sia, onestamente, rischio di estinzione del fumetto popolare, non lo credo. La radio ha avuto un momento di crisi, in cui sembrava che nessuno sentisse più niente. Poi hanno cominciato a venire fuori le varie Radio Deejay, diverse dalla radio come era stata impostata prima. Diverse, nuove, semplicemente reinventate, e la radio è ripartita, al punto da mettere in certi momenti in crisi la televisione. E lo stesso varrà per la televisione con il cinema. "Il cinema italiano è morto", quante volte lo abbiamo detto. Non gode di ottimissima salute, però non è affatto né morto, né moribondo. Si sta riprendendo, e penso che il fumetto seguirà la sua fase come tutte le altre arti.

Secondo te c'è qualche legame possibile tra fumetto e internet, tipo fumetti elettronici, può essere un futuro sviluppo? Oppure il fumetto continuerà ad uscire in edicola come l'abbiamo sempre visto?

Ci saranno i fumetti elettronici perché c'è il mezzo e sicuramente qualcuno lo sfrutterà. Ed è anche un buon modo perché uno possa autonomamente pubblicare il proprio lavoro. Certo, come fruibilità, penso che potrei divertirmi la prima volta, la seconda volta e la terza volta a leggere un fumetto sullo schermo. Non è forse la cosa che si adatta di più, mentre il cinema, il corto sì, il fumetto un pochino di meno. Però, sicuramente per gli autonomi e chi ha voglia di fare delle cose per conto proprio, internet è un ottimo mezzo per fare pressoché tutto, non vedo perché scartarlo. Continueranno ad esserci i fumetti in edicola, penso che non ci sia neanche l'ipotesi che possano sparire dalle edicole.

Che cosa pensi di uBC e della possibilità che dà ai lettori, autori e critica di incontrarsi in rete?

Io divido la critica in due (vedere anche l'intervento di Paola Barbato nel Forum uBC, n.d.r.): c'è la critica dei lettori e la critica dei critici. La critica dei lettori è sacra. Se un lettore mi dice "la tua storia mi ha fatto schifo", la sua è LA parola, perché lui è la persona per cui io scrivo. Il critico può aiutare, può non aiutare, può venirti incontro, può darti quella mano che magari nessun altro ti dà perché ti fa vedere quell'unica cosa che tu non riesci a vedere. Però è anche vero che non esiste, secondo me, un critico, di mestiere o per scelta, obiettivo. Il critico ha un legame col personaggio, e quindi ha un legame che inevitabilmente influenza il suo modo di leggere le storie. Un critico che ama il Dylan malinconico e poi si trova il Dylan avventuroso, magari ne rimarrà infastidito anche non volendo. Perché ha un imprinting, come le papere. Il critico dovrebbe essere qualcuno asettico, però allora viene a mancare la parte fondamentale che è quella del vedere oltre il lavoro meccanico, vedere se c'è anche della sostanza dietro e che tipo di sostanza è. Quindi, è molto difficile il mestiere di critico, secondo me, e anche per un autore, che sia il disegnatore, che sia lo scrittore, avere un rapporto buono con la critica. Quella che è sacra è la critica del lettore. Se il lettore mi dice "hai scritto un albo, mi è piaciuto da morire", non me ne frega niente del perché, perché io ho raggiunto quello che era il mio obiettivo, e non posso andare a dire "adesso mi analizzi perché ti è piaciuto". Ti è piaciuto e basta, io lavoro per questo.

Hai qualche sogno nel cassetto per il tuo futuro, come autrice o qualsiasi altra cosa?

Stavo per risponderti "vivere meno possibile", ma visto che non posso chiamarlo sogno per il futuro... Non sono adatta a questo mondo (in generale, non quello del fumetto), hanno sbagliato destinazione. Mi piacerebbe scrivere. Con questo non voglio dire affatto che vorrei smettere di sceneggiare, però mi piacerebbe potere anche scrivere, perché sono due cose diverse, io le vivo in maniera completamente diversa. E mi piacerebbe, nel mondo del fumetto, certo, poter un giorno avere un personaggio mio, però chi è quell'imbecille che non vuole avere un personaggio suo? Nessuno ha come obiettivo fare solo le cose degli altri, ognuno prima o poi vorrebbe metterci del proprio, rischiando del proprio. Poi magari casca e si fa male, però del proprio.

Ringraziamo calorosamente Paola Barbato per la cortesia e la grande disponibilità dimostrata in questa lunga intervista.


ASSOCIAZIONE "Mauro Emolo" O.N.L.U.S.
Numero Verde 800 076 693
[email protected]
www.coreadihuntington.it

L'Associazione si occupa del sostegno alle persone affette da Corea di Huntington e alle loro famiglie. Si occupa inoltre di ricerca e di informazione su questa grave malattia neurodegenerativa.

Bruno Brindisi, Giampiero Casertano, Stefano Casini, Pietro Dall'Agnol, Nicola Mari, Luigi Piccatto, Corrado Roi, Angelo Stano, Claudio Villa: nove famosi fumettisti che hanno realizzato ciascuno, su soggetto di Paola Barbato, il disegno per una maglietta a sostegno dell'Associazione. Ciascuna maglietta ha un costo di 10 euro (più 3 euro di spese di spedizione indipendentemente dal numero di magliette ordinate). Potete acquistare una o più magliette, o fare un libero versamento di sostegno all'Associazione tramite il seguente conto corrente:

C/C Postale 24585259
intestato a: Associazione "Mauro Emolo" O.N.L.U.S.
via G. Rambotti, 94
25015 - Desenzano del Garda (BS)

 
 


 
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