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Intervista a Stefano Casini
di Pierfilippo Dionisio

Disegnatore ormai affermato su Nathan Never, capace autore completo, in concomitanza del debutto del suo sito ufficiale www.stefanocasini.com, abbiamo avvicinato Stefano Casini per conoscere meglio lui, il suo passato ed i suoi lavori futuri come "Moonlight Blues".

Due parole di presentazione su Stefano Casini: i lettori ti conoscono come autore ma vuoi dirci qualcosa te, dei tuoi studi e dell'ambiente in cui hai vissuto e vivi?

Sono toscano, un toscanaccio di mare, per la precisione della riviera Etrusca, nativo di Livorno e che è cresciuto nei paraggi. Per il resto diciamo che ho sempre disegnato molto, non dico che fossi un enfant prodige perché mi sembrerebbe esagerato ma sicuramente ero uno di quei bambini che vengono definiti "col dono" del disegno e perciò distinguendomi dagli altri e, con questa caratteristica, ho dovuto più o meno coabitare da sempre. Però, contrariamente a questo, ho fatto studi tecnici proprio perché, al momento di decidere, preferii fare l'Istituto Tecnico Industriale più per comodità che per reale convinzione, la sede era nello stesso paese nel quale allora vivevo, Rosignano.
In giro per la rete..
www.stefanocasini.com
il sito ufficiale di Stefano Casini

Scuola Nemo NT
Accademia delle Arti Digitali

Peter Press

Alessandro Editore

Nello stesso periodo ho frequentato una scuola/accademia di arte libera sotto la direzione di un pittore piuttosto conosciuto e dalle indubbie qualità artistiche, dedicandomi così alla pittura e al disegno e quindi, mentre scolasticamente avevo una formazione tecnica, parallelamente studiavo pittura, realizzando oli, e partecipando pure a qualche mostra... ma ti parlo del '73, quindi dai 15 anni in su fino ai 18 mi sono dilettato in tecniche pittoriche. Mi sono sì occupato di pittura ma il fumetto l'ho sempre amato, prima leggendolo e poi realizzando innumerevoli giornaletti spillati interamente scritti e disegnati da me, fin dai tempi delle elementari. Ho attraversato tutto il fumetto italiano di quel periodo, da quello della metà degli anni '60 fino ad oggi, prima da appassionato e poi da professionista.

Quindi avevi già un interesse per i fumetti. Cosa leggevi? e cosa leggi adesso?

Ho sempre prediletto il fumetto realistico e dalle implicazioni realistiche, anche se ho dei ricordi che riguardano Geppo, Soldino, Nonna Abelarda, Braccio di Ferro e Topolino che mi è sempre piaciuto ma del quale non sono mai diventato un fan. Ho cominciato a leggere da "L'Intrepido" a "Il Monello Jet" per quanto riguarda i settimanali popolari. Poi sono passato a "Il Corriere dei Piccoli" che è stata la vera apertura sul fumetto d'autore, per me fu una vera e propria scoperta. Si può dire che era popolare e allo steso tempo d'autore: soprattutto all'epoca c'era una grandissima influenza dei fumetti francesi: c'era "Blueberry" di Giraud, c'era Hermann con "Bernard Prince", c'era "Luc Orient", "Ric Roland (Hochet)" e poi tra gli autori italiani c'erano Toppi, Battaglia, Pratt, Di Gennaro. Voglio dire: c'era il gotha del fumetto mondiale all'epoca tutto racchiuso in un unico settimanale per bambini. Passai dal "Lucky Luke" di Morris e Goscinny - che mi piaceva moltissimo - al realistico francese. Poi furono gli anni in cui scoprii Tex, lo ricordo perfettamente, il titolo del mio primo fumetto bonelliano: se non sbaglio era "Ai ferri corti" (Tex n.65), disegnato da Galleppini e per la prima volta ebbi una grandissima emozione quando lessi il primo di Tex disegnato da Ticci che era "Vendetta indiana" (Tex n.91). Oggi leggo sempre qualche fumetto, ma dopo averne letti molti e avere trasformato la passione in professione non se ne legge più nella stessa quantità e soprattutto con la medesima intensità emotiva. Sono diventato molto selettivo e vado a cercare proprio le cose che mi possono interessare e che m'intrigano per quella che mi sembra sia la loro originalità, in realtà leggo molti più libri che fumetti.

Le prime esperienze lavorative che hai avuto prima dell'ingresso in Bonelli, p.e. FoxTrot.

Come committenza pagata la mia prima esperienza è stata per il settimanale "Adamo" della Corno, lavorando con Toninelli. Ma la mia prima pubblicazione in assoluto è sulla rivista "Hydrogeno" nel '78: l'editore era Stefano Bartolomei. Io all'epoca studiavo a Firenze e lo conobbi in una di quelle che oggi si chiamerebbero fumetterie ma che all'epoca era una delle uniche realtà del genere, nel negozio "Al Fumetto" di Mauro Ricciardelli. Portai al Ricciardelli le tavole disegnate e che a sua volta furono date al Bartolomei, mi era stato detto che stava per uscire una rivista anche se non si sapeva né dove né quando, successe invece alla prima edizione di Prato a Pratilia, con mio immenso stupore scoprii che la mia storia era stata pubblicata su "Hydrogeno" era poco più di una fanzine, tutta in bianco e nero, ma per me fu un autentico e bellissimo shock. Tra gli autori c'era pure Luca Boschi, si può quasi dire che abbiamo cominciato insieme anche se lui aveva fatto qualche cosina prima, fu il mio primo, timido inizio, era il 1978, avevo vent'anni.
Poi c'e stata l'esperienza di Lucca '80. In quell'occasione conobbi Toninelli e con lui ho fatto "Adamo" e poi professionalmente mi sono un po' fermato per dare spazio agli studi. Qualche anno dopo arrivo l'esperienza di "Foxtrot" come editore, coautore e tutto...

Nel frattempo, però, facevi anche altri lavori...

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Sciftà
disegni di Stefano Casini

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Hard Haze
disegni di Stefano Casini


Sì, ho lavorato per tre anni in due studi di moda, occupandomi della realizzazione di modelli, sia come designer che come stilista, ma ho sempre preferito considerarmi e più un designer che uno stilista, in fondo non mi ci sono mai sentito stilista. Mi occupavo sia di modellistica (realizzazione dei progetti) che come coordinamento della produzione, reperimento fornitori insomma, facevo un po' di tutto. Successivamente cambiai orientamento e frequentai un corso di management pubblicitario a Milano perché volevo entrare in pubblicità. Ce la feci ed entrai in una Agenzia Pubblicitaria guidata da uno dei personaggi storici di quell'ambiente. Ma qui la mia esperienza è stata relativa, facevo l'account e mi occupavo delle relazioni con i clienti occupandomi di alcuni prodotti, non facevo il grafico, anche qui avevo prediletto l'aspetto di relazioni più che quello creativo, ma tutto questo durò solo per pochi mesi perché nel frattempo partecipai ad una selezione per questa grossa multinazionale americana che era la 3M che stava cercando una figura di design coordinator. Superai le selezioni ed arrivai primo. Per questa società ho lavorato per 2 anni e realizzando prodotti per l'azienda automobilistica e quindi lavoravamo con FIAT, General Motors, Ford, Toyota e con tutte le più grosse case editrici... lapsus freudiano... dicevo, le più grosse case automobilistiche, è stato un bel periodo di crescita sia dal punto di vista lavorativo che umano. Ma frequentando sempre l'ambiente fumettistico venni a sapere della realizzazione di Nathan Never, o meglio di quello che si apprestava a diventare il primo personaggio di fantascienza di quella che era (ed è) la più grande casa editrice di fumetti italiana. Proprio in quel periodo avevo ripreso la mia verve fumettofila ed avevo disegnato due storie per "Fumo di China" - "Sciftà" e "Hard Haze" - uno su testi di Toninelli e uno su testi miei, fu così che feci le prove, andarono bene ed entrai alla Bonelli, insieme a quelli che erano i primi 10 storici disegnatori di Nathan Never e da lì tutto quello che ho fatto dopo dovreste saperlo. A me, a dire la verità, anche solo a ricordarlo sembra appena ieri ed invece sono passati ben più di dieci anni. Da alcuni dei miei disegni di quelle tavole di prova vennero tratte alcune idee per il serial, l'open space (le scrivanie a vista) della prima Agenzia Alfa (era lo stesso concetto degli arredamenti degli uffici della 3M dove lavoravo), così come la forma del palazzo dell'Agenzia, era stato ripreso di sana pianta (con alcuni ritocchi ad opera di Castellini).
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L'interno dell'Agenzia Alfa
da "Operazione Drago" (NN 3)
disegni di Stefano Casini

C'è un genere narrativo che preferisci disegnare?

No.

Non la fantascienza, quindi?

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Maschere senza luce
disegni di Stefano Casini

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copertina de "Il demone nell'anima"
disegni di Stefano Casini

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Il buio alle spalle
disegni di Stefano Casini


No, se la storia è bella posso fare anche storie intimistiche. Non è che ho delle preferenze. A parte Nathan Never che è tipicamente fantascienza, la mia prima uscita come autore è stata "Maschere senza luce" che è un noir. Poi ho realizzato "Il demone nell'anima" che è una fantascienza di tipo cyberpunk e quindi per certi versi è sempre fantascienza ma con degli elementi quasi storici perché è presente tutta una serie di architetture di stile post-industriale che altro, così come anche "Il buio alle spalle" rimane pur sempre fantascienza, qui però sostanzialmente la trama è noir, gli elementi fantascientifici sono solo strumentali alla narrazione tipicamente noir, per questo lavoro la definizione di genere con il quale amo connotarlo è il neologismo cybernoir, infatti in realtà la storia tratta di un personaggio che cerca di dare un assestamento alla sua vita deludente ma la storia è lineare e classica nei suoi sviluppi. L'ultima che sto realizzando è intitolata "Moonlight Blues" è la storia di un sassofonista della fine degli anni '40 che si trova invischiato con una donna pericolosa che è la pupa del gangster, quindi direi siamo all'interno dei confini di un noir classico, non ti dico...

...introspettivo?

Abbastanza corale perché il personaggio è il sassofonista ma in realtà ci sono altri personaggi che recitano parti altrettanto importanti, ultimamente amo definire trame un po' più complesse con la messa in scena di più personaggi che interagiscono tra di loro.
In questo caso non avevo né una ubicazione geografica precisa in cui inserire la storia, né un contesto storico predominante, è stata la storia stessa che è andata a cercarsi una sua precisa collocazione in cui inserirsi ed ambientarsi, ovvero in una città come New York che non è mai nominata ma di cui ci sono tutti i possibili riferimenti, solo in quella metropoli e in quell'epoca si sentirono gli echi del Jazz, dell'Hip-hop e dello Swing a cui si fa riferimento nella storia. Ha fatto tutto da sé, è come se avesse vissuto in piena autonomia indicandomi i riferimenti che preferiva, a volte ci sono delle storie che nascono da cose che ti divertirebbe disegnare, in questo caso è stata la necessità narrativa, la voglia di scrivere una storia di questo tipo che si è trasformata nella molla decisiva, la storia come protagonista in tutto e per tutto. Vorrei realizzarla interamente in b/n e un colore perché secondo me sono le tonalità giuste per "accompagnare" lo sviluppo di una vicenda del genere, sono quelle sfumature che, nel mio immaginario, contraddistinguono quel periodo storico.

   Moonlight Blues
Quelle che seguono sono alcune immagini assolutamente inedite del progetto in lavorazione di Stefano Casini: le immagini sono in parte incompiute e mancano dei neri e del terzo colore.
Cliccate per vederle ingrandite e complete.
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Questo è il protagonista, si chiama Roscoe Marbling, per gli amici "Hot Ross", suonatore di sax in una localino dove ancora si percepiscono gli echi del blues e dello swing, siamo alla fine degli anni '40.

disegni di Stefano Casini

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Questo è Amed "Spider" Jalloum, un pugile egiziano, un welter naturale, un brocco al quale la vita ha regalato solo knock'down, delusioni e umiliazioni.

disegni di Stefano Casini

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Hot Ross che sta suonando nell'orchestrina del Camelot, il locale dove suona, la Buddy Lawyers' Band.

disegni di Stefano Casini

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Questi sono altri comprimari, da sx a dx Sammy Campano, il gestore del Camelot, Frank Banana, il Boss e proprietario effettivo del locale, Donna Lassalle, la così detta pupa del gangster, di Banana obviously.

disegni di Stefano Casini

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Il momento topico, Donna e Hot Ross si "conoscono" e da questo momento le loro vite non saranno più le stesse.

disegni di Stefano Casini

- E' una storia che prende origini dagli stilemi tipici del noir degli anni '40, con la tipologia dei caratteri, le ambientazioni e gli sviluppi stessi di quel genere. -
Stefano Casini

Il tuo segno grafico ha avuto qualche influenza stilistica, dei cambiamenti?

Miliardi di cambiamenti!
Miliardi perchè nel frattempo, se si guarda a tutta la mia produzione anche prima di Nathan Never, sono passato da svariati "amori", da quello per Calegari a quello per D'Antonio, dal "Blueberry" di Giraud a quello per il "Comanche" di Hermann.
Ecco, la maggior parte degli addetti ai lavori che mi conoscono sanno di questa mia ammirazione per Sienkiewicz che è stato un autore che mi ha notevolmente influenzato ma che è anche quello di poco precedente al mio ingresso alla Bonelli, e per cui il primo identificabile. Ma prima ce ne sono stati molti altri, se ad esempio prendiamo i due episodi di "Foxtrot" primo ricordo che venne influenzato da un certo Tah, un autore che ha disegnato per "Fluide Glacial" in Francia e del quale mi capitò allora di vedere gli originali, usava una carta particolarmente ruvida usata con un pennello piuttosto scarico e mi ispirai proprio a queste caratteristiche, chiaramente filtrate dal mio stile. Poco tempo dopo per "I guanti neri", ricordo la folgorazione per il "Jeremiah" di Hermann ed a quello ispirai lo stile con il quale volli realizzare quegli episodi con un taglio tipicamente francese.
Ultimamente, nonostante mi appassioni a certe soluzioni stilistiche più raramente, queste sono sempre introspettivamente riviste dal mio segno e quindi se ne percepisce un po' meno l'influenza, ma ci sono, ci sono sempre, ed è un bene che sia così.

Quindi ti sei affrancato...

Mi sono un po' affrancato, però, ad esempio per questo fumetto che sto facendo in b/n sto usando un tratto seghettato e frammentario che ho visto da un autore francese che mi piace molto, Frederic Bézian e ho provato a cambiare alcune cose nell'impostazione del disegno e dell'inchiostrazione. Chiaramente la struttura anatomica e certe caratteristiche sono le mie e si vedono, però c'è sempre il tentativo di fare cose diverse, in questo lavoro ho anche voluto dare libero sfogo alla mia vena grottesca che è sempre stata una mia caratteristica ma che ho sempre cercato di sopprimere un po' per la necessità di realizzare personaggi più realistici. Del resto sono un tipo piuttosto irrequieto, sento sempre la necessità di cambiare, astrologicamente parlando sono un Gemelli con ascendente Pesci e quindi questa quadrilogia di segni implica una curiosità alla costante ricerca di nuovi stimoli, a dire la verità è anche poco riposante.

Però il tuo tratto è riconoscibile.

Sì, diciamo che tendenzialmente dovrebbe essere abbastanza riconoscibile.

Parlando del lavoro in Bonelli: hai fatto Nathan Never, hai fatto un Dampyr ("I ribelli" DP 14). Sei stato nella squadra di Nathan Never fin dall'inizio. Cosa bolle in pentola per questo personaggio?

Ho iniziato una storia doppia di Michele Medda che uscirà o nel 2004 o nel 2005 perché ci saranno degli accadimenti nelle vicende di Nathan tali per cui ci sono degli obblighi temporali di inserimento. Ho finito la prima parte di questa storia doppia ma sono stato fermato perché nel frattempo mi è arrivata una nuova sceneggiatura di Pasquale Ruju che è il seguito di quella doppia - "Corsa contro la morte" (NN 127/128) - sulla figlia di Salomon Wolface. Devo realizzarla perchè verrà pubblicata prima della doppia e poi riprenderò l'altra. Per il resto, il futuro non si sa ancora.

Molto spesso hai lavorato con i testi di Michele Medda. C'è una certa affinità tra di voi?

Sì, anche se in realtà ho tenuto "a battesimo" alcuni personaggi come Lisiero e Cordone - se non sbaglio - con una loro prima storia ("Paura sul fondo" NN 42). Ho lavorato con Antonio Serra ("Caccia al ladro" NN SP3), con Bepi Vigna ho fatto delle gran belle storie come "Cuore di Tenebra" (NN 27) e "L'ultima Onda" (NN 29) che, tieni presente, insieme a "L'occhio di uno sconosciuto" (NN 9, testi di Michele Medda) sono tra le due storie che nella vostra classifica sono sempre tra le prime cinque.
Con Michele c'è un ottima intesa, inutile negarlo ma non è che abbia delle preferenze, l'empatia tra autori non è una cosa razionale, si lavora insieme, finiamo per capirci al volo è quasi come succede con le donne, ma senza sesso. Ma per il resto io lavoro volentieri con chiunque, non ho problemi: con Piani, Ostini per quel che riguarda "Legami di sangue" (NN SP6), con Fattori per la storia "La cortina del silenzio" (NN 96) che per voi è una delle più belle uscite [un globale del 90%]. Anche per Fattori, se non sbaglio, è la prima uscita a parte l'albetto su Sigmund ("Gli oceani del cyberspazio" NN Sp6al) ma a parte questo l'ho tenuto a battesimo io.
Con Michele ne ho fatte tante ma altrettante ne ho fatte con Vigna: "Delirio" (NN 21), "Le tre verità" (NN 41) anche se questa storia l'ho sofferta moltissimo... anche con Bepi ho avuto a suo tempo una grande intesa.

Sofferta perché hai dovuto ridisegnare la stessa scena cambiando pochi particolari?

Sì, è stato un travaglio doloroso e non perché fosse una brutta storia - tutt'altro, la trama era anche intrigante - ma proprio perché dovevo ridisegnare la stessa sequenza, la stessa vicenda per tre volte, scene ambientate nello stesso laboratorio orbitante e animate dagli stessi protagonisti ma da punti diversi, mi sembrava ogni volta di dovere ridisegnare le stesse cose, solo per questo, per il resto era una bella storia.

Poi hai fatto quel Dampyr, molto bello soprattutto per l'ambientazione contemporanea, per l'impiego di mezzi militari...

Avevo una documentazione abbastanza fornita. Boselli mi aveva dato una cassetta VHS con un dossier di "Sciuscià" di Santoro e da lì ho fatto un lavoro di documentazione che in fantascienza, ambientandosi nel futuro, se si fa lo si fa molto meno, anche perché non c'è nessun riscontro tangibile sulle cose che si disegnano.

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Le rovine della Via dei Cecchini
da "I ribelli" (DP 14)
disegni di Stefano Casini

La trasposizione su carta è stata ottima.

Sì, sono stato contento.

Credi che farai altri Dampyr?

No, credo di no.

Durante l'ultima edizione di Lucca hai portato la seconda parte del secondo numero di "Digitus Dei", scritto da Michele Medda. Cosa ci dici di questa avventura di Padre Sertori?

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Digitus Dei 2.2
disegni di Stefano Casini

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una tavola di Digitus Dei 2.2
disegni di Stefano Casini


Padre Sertori era nato con l'obiettivo di cercare di portare nel fumetto quella che oggi si definisce in TV: fiction italiana. Avevamo pensato di realizzare un fumetto con tematiche nostrane, nello steso modo e con gli stessi criteri con cui gli americani interpretano le loro metropoli: le Gotham City di Batman o le Metropolis di Superman sono in realtà New York riviste e corrette, ovvero un immaginario che è quello odierno però con elementi fantastici. Il nostro obiettivo voleva essere il medesimo: non si parla di Roma, anche le nostre città sono inventate, certo è più facile idealizzare ed identificarsi genericamente nelle metropoli americane, sono più o meno tutte uguali, ma il fatto che noi avessimo l'opportunità di giostrare tra chiese romaniche o cattedrali tardo gotiche, resti normanni o scavi etruschi non necessariamente sarebbe stato un problema, anzi. Stesso discorso ad esempio per le auto, niente di fantastico ma molto più semplicemente delle normali Panda. Il tutto condito con quell'immaginario tipicamente italiano e che attiene alle tematiche che si possono avvicinare alle notizie quotidiane che vengono riportate dai nostri giornali o telegiornali.

Ti sei trovato più libero a disegnare Digitus rispetto ad una serie come Nathan dove c'è un canone da seguire?

Sinceramente non mi sono mai sentito legato. Sono le esigenze e le scelte stilistiche che sono diverse, nel senso che il primo "Digitus Dei" ad esempio, era stato pensato proprio in b/n però in formato più grande di quello bonelliano, e già la scelta del formato implica scelte differenti, un altro motivo erano le caratteristiche della storia, che non era molto d'azione bensì basata molto sulla psicologia dei personaggi e su una certa atmosfera "horror", che doveva essere però trasmessa. Ecco allora che a quel punto ho deciso di realizzare un ripasso con un segno molto più graffiato, più tratteggiato, con delle sporcature, proprio per cercare di realizzare un disegno dinamico laddove il movimento non c'era, cercando così di sopperire con il segno alla "staticità" della storia. Questo nel primo che è stato realizzato in b/n; negli altri due mi sono posto di fronte al mezzo rappresentativo in maniera diversa perché abbiamo pensato di realizzarlo a colori, in questo caso l'estremo tratteggio avrebbe disturbato il colore rischiando di aggiungere elementi ad altri elementi, a questo proposito ho ulteriormente ridotto il tratteggio ed utilizzato una colorazione particolare che tendeva al monocromatismo. La colorazione, indipendentemente dal fatto che fosse digitale, non era pensata come generalmente è utilizzata ad esempio per gli albi americani con campiture a tinta piatta o solo sfumata, bensì ho utilizzato una colorazione molto bruciata, texturizzata, ovvero giocando sulla sovrapposizione di trame e poi successivamente colorata in modo più tradizionale, alla fine ne sono rimasto piuttosto soddisfatto, mi sembrava una colorazione piuttosto originale e poco vista.
Quindi gli atteggiamenti e i comportamenti tecnici sono stati completamente diversi, poi c'è da notare una diversa strutturazione della gabbia lavorando moltissimo sulla riduzione delle vignette, due modi completamente diversi nell'approccio definitivo della realizzazione di un albo, è nell'atteggiamento generale che diciamo c'è più libertà, forse c'è più libertà nell'impaginazione, ma è l'unica che mi sono concesso.
Ad esempio per l'ultima storia che sto realizzando in b/n invece sto utilizzando una griglia fissa, molto rigida perché il tipo di racconto la richiede, le classiche tre strisce intercalate con pochissime variazioni. Diciamo che cerco di modulare l'impostazione di una storia sempre in funzione della narrazione a secondo di che cosa voglio raccontare.

Oltre ad essere disegnatore e autore completo sei anche impegnato in una scuola di fumetto.

Questa attività è nata un po' - si può dire - per caso. Avevo già esperienza di insegnante in un'altra scuola e poi, per tutta una serie di motivi, ci siamo ritrovati a crearne una noi autonomamente e il taglio che abbiamo voluto dare alla Scuola Nemo NT (Accademia delle Arti Digitali) è di una scuola impostata soprattutto sulle nuove tecnologie. Abbiamo inizialmente preferito puntare di più sull'animazione che sul fumetto, ma poi, in realtà, anche il corso di fumetto è partito ed oggi ci troviamo qualche entusiasta studente che segue i nostri corsi.
La strada che ci piaceva seguire era quella di non abbandonare le tecnologie tradizionali ma di utilizzare ed impostare i corsi anche sull'utilizzo (là dove è possibile) delle nuove tecnologie, anche questo concetto riesce a modularsi meglio sull'animazione piuttosto che sul fumetto. Nel fumetto l'utilizzo delle nuove tecnologie sostanzialmente è nel colore con l'utilizzo di Photoshop e di programmi analoghi, per il resto si continua a disegnare in maniera tradizionale anche se ci sono tutta una serie di tavolette grafiche che potrebbero sostituire i più tradizionali fogli di carta. La nostra connotazione però è stata quella, differenziarci da altre realtà didattiche per una impostazione orientata al digitale, oltre ai due corsi già citati ne realizziamo altri di Web Design, FX effetti speciali per il cinema, animazione 3D con Maya, di Flash, Toonz, Premiere.

C'è un motivo del nome della scuola? Perché Nemo?

Scuola Nemo è stato un caso.

Te l'ho chiesto perché sembra ci sia un legame con il primo nome di Nathan Never.

In realtà il nome non l'ho fatto io ma un mio socio (ignaro di queste coincidenze) e l'ispirazione era andata al Capitano Nemo del Nautilus di "20.000 leghe sotto i mari", ovvero interpretare lo spirito di quelli che, ai tempi di Jules Verne erano i precursori di un nuovo modo di utilizzare le conoscenze scientifiche, spero che mi perdonerete un po' la presunzione. Il fatto che il nome avesse questo riferimento al primo nome dato a Nathan Never, mi è sembrato quasi un segno del destino, la classica quadratura del cerchio.
Nelle mie precedenti esperienze didattiche con gli studenti, ho notato tre aree di appartenenza nelle quali, più o meno, quasi tutti loro si identificano o tendono ad identificarsi, ovvero i seguenti generi: il manga, il supereroistico e il realistico alla Bonelli, tutto questo è perfino ovvio, sono i tre generi imperanti in edicola, l'alimento preponderante, se non unico, delle ultime generazioni di lettori. Pochi, o almeno numericamente esigui, nel comico e grottesco. Con questo non è che voglia demonizzare queste tre tipologie, tutt'altro, però quello che mi piacerebbe fare con i miei studenti è cercare di orientarli verso uno stile più personale, aiutarli a cercare percorsi individuali. Non è una cosa facile, è difficile stabilire didatticamente quali sono le strade per raggiungere questo obiettivo, le impostazioni dei corsi adatti, gli insegnanti che riescano a trasmettere determinate nozioni, il clima attorno al quale fare muovere le aspirazioni del corso, ma sapere qual è l'obiettivo, è già qualcosa.
A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto esplicativo. Con mia grande sorpresa, quando andai ad Angouleme qualche anno fa, invitato ad una mostra, mi capitò di vedere una collettiva degli allievi della scuola nella quale insegnava Antonio Cossu che è un amico e un noto autore belga di fumetti, e ne rimasi fortemente impressionato. Rimasi meravigliato per la grandissima varietà delle cose esposte, della loro altissima qualità, della loro grande personalità e della totale non appartenenza a nessun genere, gli studenti erano riusciti ad elaborare un loro codice descrittivo, magari graficamente erano anche elaborati piuttosto difficili, quasi più sul versante artistico che non altro, ma la loro autonomia intellettuale la trovai incredibilmente stimolante. Quello è il tipo di risultato al quale mi piacerebbe orientarmi e quello è l'obbiettivo che mi piacerebbe raggiungere.

Com'è fare il docente? Mi dicevi che tu non hai mai fatto una vera scuola, non sei stato veramente a bottega.

Non è facile, per niente, perché molto dipende dal materiale umano che si ha a disposizione, talvolta capitano dei ragazzi capaci, altre volte purtroppo altri studenti animati solo dalla passione, e spesso si rimane con l'amaro in bocca per non riuscire ad aiutarli di più, né gli uni né gli altri. Quello che dico agli studenti è che loro devono venire alla scuola per cercare di imparare un linguaggio, un modo di comunicare, diventare padroni di un modulo espressivo. Se frequentano i corsi solo con l'illusione che quando usciranno dalla scuola , allo sventolare del loro attestato questo li potrà far diventare dei professionisti questo, oltre che sbagliato come metodo, è anche il modo più sicuro per rimanere delusi.
Perché la storia dimostra che della maggior parte dei fumettisti - non oso fare delle percentuali ma quasi la loro totalità - è rappresentata da professionisti che non hanno frequentato scuole. Le scuole hanno una loro funzione verso coloro i quali non necessariamente devono diventare dei professionisti ma si vogliono misurare con una loro passione, con la possibilità di potersi esprimere raccontando storie, potrà essere un aiuto alla scoperta di un modo che magari li ha sempre affascinati e la possibilità di capirne molti segreti, se poi in aggiunta a questo da parte dello studente ci saranno anche il talento e le capacità allora forse tutto questo potrà tradursi anche in uno sbocco professionale, ma solo in questo caso.
Cerchiamo di vedere il fumetto non soltanto come una fonte lavorativa ma come un linguaggio, come ci sono i pittori della domenica che non aspirano all'esposizione di un loro quadro al Metropolitan, allo stesso tempo, si possono formare ragazzi che avranno la possibilità di conoscere un linguaggio espressivo con cui si potranno raccontare e trasmettere delle emozioni, perché privarli della possibilità di fare tutto questo? Se c'è questa possibilità: offriamola. Però fare la scuola illudendosi di diventare professionisti, questo no, e non sarebbe giusto neanche pretenderlo, anche laurearsi in architettura non vuole dire automaticamente trasformarsi in un progettista, io sono Industrial Designer ma all'uscita dell'I.S.I.A. non pretendevo che il mio diploma mi trasformasse in un Giugiaro, queste certezze non riesce a garantirle la scuola pubblica, figuriamoci se ne hanno il potere quelle private e per di più così specialistiche e settoriali. Ma evidentemente se ci sono moltissimi studenti che vogliono fare fumetto questo vuole altresì dire che c'è la necessità di insegnarlo, c'è il bisogno di fare scoprire questo linguaggio e noi abbiamo il dovere di potere esaudire queste richieste.

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Le copertine originali del primo Digitus Dei e del Nathanneverone n.4
custodite gelosamente da Stefano

Professionalmente dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo da te? Ci sarà qualche altra crescita, qualche altro scambio?

Me lo auguro! Sostanzialmente tutte le cose che faccio devono essere sempre mosse da pulsioni interne di un certo tipo. La storia che sto realizzando adesso la sto facendo proprio con questo spirito. Se non riesco a trovare l'aspetto ludico nella realizzazione delle mie storie, un aspetto nuovo su cui poter fare leva, non riesco più a trovare lo stimolo creativo per andare avanti. Con questo criterio sono alla costante ricerca di nuovi spunti, di nuove soluzioni, fermarsi per me sarebbe un po' come morire artisticamente, è una cosa che non posso permettermi ed è la cosa che mi spaventa di più. Perdona l'accostamento che può sembrare presuntuoso ma per me, un esempio da prendere in considerazione è il percorso artistico di Alberto Breccia. Quando vidi la mostra di Lucca a lui dedicata qualche anno fa prima della sua morte, la cosa impressionante era il mutamento costante del suo percorso artistico, dai primi anni della sua carriera fino alla fine sempre alla costante ricerca di rinnovarsi in un continuo tentativo di reinventare i suoi moduli espressivi. Illuminante e, per certi versi confortante, lui era la prova che nonostante tutto era possibile, magari senza aspirare alle sue vette qualitative ma c'era una remota possibilità di vivere una vita artistica senza cadute di tensione e animata da una grande freschezza interiore. Difficile mantenere tanto entusiasmo, impossibile farlo senza il suo talento, ma la volontà profusa forse sarebbe stata possibile trovarla.
Io questo lavoro riesco ad interpretarlo solo così, non è un merito, lo vivo più come una condanna, ad ogni calo di tensione artistica devo ricercare qualcosa che possa rivitalizzarmi, come fossero spuntini che mi stuzzicano l'appetito, non so quanto di tutto questo si possa vedere all'esterno, ma ti garantisco che internamente c'è. Anche nei miei Nathan Never, se uno segue il mio tragitto in tutti i 25 albi che ho fatto, nota un percorso di un certo tipo che si traduce in questa costante ricerca di cambiamento, modificando, magari togliendo o aggiungendo qualcosa, nel tentativo non solo di migliorare ma anche solo cambiare certi modi di interpretare lo stesso lavoro, lo stesso personaggio. E' come se in questi anni mi fossi trascinato dietro la parte di me dell'appassionato di fumetti e che, alla fine questa abbia preso addirittura il sopravvento su quella del professionista. Forse sarà perché al fumetto tutto sommato ci sono arrivato abbastanza tardi... chissà?

Ma neanche tanto tardi!

Beh, all'epoca mi sembrava tardi!

Come appassionato c'è un autore che stimi particolarmente nel campo del fumetto?

Ce ne sono molti ma rimango ancora affascinato da Sienkiewicz nonostante abbia preso un po' le distanze da lui. Mi piace perchè è ancora imprevedibile, ecco sì, mi piace la sua imprevedibilità, riesce a stupirmi, non sai mai che cosa può tirare fuori dal cilindro e come può interpretare una vignetta. Ecco, io amo gli autori che riescono nonostante tutto a stupirmi, magari poco accademici ma che trasmettono energia, che hanno la capacità di interpretare la realtà e non solo di riprodurla. Mi piace la forza ruvida di Munoz, i colori di Mattotti, la freschezza di Ashley Wood, mi piacciono gli autori nei quali percepisco una ricerca all'interno del loro segno che va ben al di là della semplice rappresentazione grafica.
Disegnatori bravi ce ne sono moltissimi ma nella maggior parte dei loro lavori dopo un po' capisci come interpretano il disegno, quali sono i loro riferimenti, come concepiscono il loro universo che magari mantiene immutato la sua bellezza ma che, al mio sguardo, non riserva più nessun segreto.
Io amo altro.

Le ultime battute: cosa pensi di uBC?

Ho sempre detto cosa penso di uBC.
E' un web-magazine realizzato molto bene, che spesso consulto e che è, a parer mio, uno dei migliori siti di fumetto italiani, e che tra l'altro è costantemente aggiornato. Per il resto ho dovuto constatare che tra i vostri redattori, con le dovute distinzioni, spesso i miei lavori non sono mai estremamente apprezzati, talvolta le critiche sono sempre velate da fondo di titubanza che sottintende una riluttanza ad apprezzare il mio stile. Ma non ci sono problemi e lo dimostro stando qua e scrivendolo tranquillamente, del resto io non entro mai nel merito delle critiche, ho sempre avuto il massimo rispetto del pensiero altrui. Mi è capitato di farlo in un occasione quando espressero giudizi tecnici approssimativi all'indirizzo di un collega, giudizi fatti da chi tecnico non è, e dove si percepisce che queste cose non le conosce. Solo in quel caso mi permisi di obbiettare ed anche duramente.
Non faccio mai questioni di gusto, ognuno ha i suoi, le sue preferenze, le sue idiosincrasie, le sue passioni e le sue antipatie, perché scontrarsi su questioni simili?
Quando mi capita di consigliare dei film a Michele Medda, autore con il quale siamo in perfetta sintonia anche di gusti, spesso mi capita di scontentarlo, io gli dissi di andarsi vedere "Minority Report" che a me era piaciuto moltissimo. A lui invece non è piaciuto. Queste disparità di opinioni sono compatibili anche con la nostra sintonia perché partono da motivazioni diverse, da caratteri diversi, da pulsioni diverse. Lui lo vede dal punto di vista dello sceneggiatore e di conseguenza fa un'analisi di un certo tipo, io lo vedo da un punto di vista più percettivo, vivo i film in modo "intestinale" e ne ho una percezione più empatica. Per me ci possono anche essere anche dei buchi narrativi nella trama, ma se il film in questione mi ha trasmesso qualcosa passo anche su simili difetti anche se magari non li transigo su altri film.
Vivo tutto in maniera molto emotiva e quindi non sono mai razionale sulle analisi immediate, è come se dovessi lasciar sedimentare la visione e analizzarla in seguito, allora mi posso accorgere di certe incongruenze che magari non riescono ad inficiarne il giudizio.
Tornando alla domanda su uBC, ho sempre dichiarato che è uno dei siti migliori in circolazione, nella galassia di Internet a volte si fa fatica a distinguere siti fatti con un minimo di criterio ad altri che, a dispetto di una grafica accattivante, magari esprimono solo pareri di redattori che sono poco più che appassionati, pieni di approssimazioni o di capziosi punti di vista, la facilità e la democraticità della rete per certi versi legittima anche molte superficialità e all'interno di questo panorama, sicuramente uBC si conferma una realtà affidabile a sicuramente un punto di riferimento importante per tutti gli amanti del fumetto bonelliano e non.
Infatti la vostra apertura anche su argomenti diversi dall'universo Bonelli ha reso il vostro sito sicuramente più interessante, più completo e culturalmente più esaustivo, sono convinto che molti lettori hanno avuto modo di conoscere attraverso i vostri articoli altre realtà fumettistiche importanti e magari neanche immaginate.

Ultima domanda: possibilità di dialogo su Internet tra autori, pubblico e critica è possibile?

Come no! Se vai su Komix.it hanno aperto una specie di forum sul fumetto futuro e c'è un intervento mio oltre che di Capone e qualche altro. Sono aperto a questo tipo di cose, sono pure iscritto alla mailing list di Ayaaaak, giusto per avere il polso della situazione sulle uscite della Bonelli, l'orientamento del pubblico, il loro umore, anche se ormai sono mesi che non intervengo più. Del resto ho impostato la mia scuola sulle tecnologie digitali, come posso non essere d'accordo sull'interazione tra il web e la realtà, anche nel nostro settore. Il problema semmai è un altro, quello del tempo a disposizione per poter dedicare tempo a tutto questo, non c'è ed è difficile ritagliarselo.

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Le creature di Stefano Casini
disegni di Stefano Casini



Ringraziamo Stefano Casini per la cortesia con cui ci ha risposto e per la disponibilità dimostrata.
 

 


 
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