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di Pierfilippo Dionisio Disegnatore ormai affermato su Nathan Never, capace autore completo, in concomitanza del debutto del suo sito ufficiale
www.stefanocasini.com Due parole di presentazione su Stefano Casini: i lettori ti conoscono come autore ma vuoi dirci qualcosa te, dei tuoi studi e dell'ambiente in cui hai vissuto e vivi?
Sono toscano, un toscanaccio di mare, per la precisione della riviera Etrusca, nativo di Livorno e che è cresciuto nei paraggi. Per il
resto diciamo che ho sempre disegnato molto, non dico che fossi un enfant prodige perché mi sembrerebbe esagerato ma sicuramente ero uno
di quei bambini che vengono definiti "col dono" del disegno e perciò distinguendomi dagli altri e, con questa caratteristica, ho dovuto
più o meno coabitare da sempre. Però, contrariamente a questo, ho fatto studi tecnici proprio perché, al momento di decidere, preferii
fare l'Istituto Tecnico Industriale più per comodità che per reale convinzione, la sede era nello stesso paese nel quale allora vivevo,
Rosignano.
Quindi avevi già un interesse per i fumetti. Cosa leggevi? e cosa leggi adesso? Ho sempre prediletto il fumetto realistico e dalle implicazioni realistiche, anche se ho dei ricordi che riguardano Geppo, Soldino, Nonna Abelarda, Braccio di Ferro e Topolino che mi è sempre piaciuto ma del quale non sono mai diventato un fan. Ho cominciato a leggere da "L'Intrepido" a "Il Monello Jet" per quanto riguarda i settimanali popolari. Poi sono passato a "Il Corriere dei Piccoli" che è stata la vera apertura sul fumetto d'autore, per me fu una vera e propria scoperta. Si può dire che era popolare e allo steso tempo d'autore: soprattutto all'epoca c'era una grandissima influenza dei fumetti francesi: c'era "Blueberry" di Giraud, c'era Hermann con "Bernard Prince", c'era "Luc Orient", "Ric Roland (Hochet)" e poi tra gli autori italiani c'erano Toppi, Battaglia, Pratt, Di Gennaro. Voglio dire: c'era il gotha del fumetto mondiale all'epoca tutto racchiuso in un unico settimanale per bambini. Passai dal "Lucky Luke" di Morris e Goscinny - che mi piaceva moltissimo - al realistico francese. Poi furono gli anni in cui scoprii Tex, lo ricordo perfettamente, il titolo del mio primo fumetto bonelliano: se non sbaglio era "Ai ferri corti" (Tex n.65), disegnato da Galleppini e per la prima volta ebbi una grandissima emozione quando lessi il primo di Tex disegnato da Ticci che era "Vendetta indiana" (Tex n.91). Oggi leggo sempre qualche fumetto, ma dopo averne letti molti e avere trasformato la passione in professione non se ne legge più nella stessa quantità e soprattutto con la medesima intensità emotiva. Sono diventato molto selettivo e vado a cercare proprio le cose che mi possono interessare e che m'intrigano per quella che mi sembra sia la loro originalità, in realtà leggo molti più libri che fumetti. Le prime esperienze lavorative che hai avuto prima dell'ingresso in Bonelli, p.e. FoxTrot.
Come committenza pagata la mia prima esperienza è stata per il settimanale "Adamo" della Corno, lavorando con
Toninelli. Ma la mia prima pubblicazione in assoluto è sulla rivista "Hydrogeno" nel '78:
l'editore era Stefano Bartolomei. Io all'epoca studiavo a Firenze e lo conobbi in una di quelle che oggi si chiamerebbero
fumetterie ma che all'epoca era una delle uniche realtà del genere, nel negozio "Al Fumetto" di Mauro Ricciardelli. Portai
al Ricciardelli le tavole disegnate e che a sua volta furono date al Bartolomei, mi era stato detto che stava per uscire una rivista
anche se non si sapeva né dove né quando, successe invece alla prima edizione di Prato a Pratilia, con mio immenso stupore scoprii che
la mia storia era stata pubblicata su "Hydrogeno" era poco più di una fanzine, tutta in bianco e nero, ma per me fu un autentico
e bellissimo shock. Tra gli autori c'era pure Luca Boschi, si può quasi dire che abbiamo cominciato insieme anche se lui aveva
fatto qualche cosina prima, fu il mio primo, timido inizio, era il 1978, avevo vent'anni.
Nel frattempo, però, facevi anche altri lavori... Sì, ho lavorato per tre anni in due studi di moda, occupandomi della realizzazione di modelli, sia come designer che come stilista, ma ho sempre preferito considerarmi e più un designer che uno stilista, in fondo non mi ci sono mai sentito stilista. Mi occupavo sia di modellistica (realizzazione dei progetti) che come coordinamento della produzione, reperimento fornitori insomma, facevo un po' di tutto. Successivamente cambiai orientamento e frequentai un corso di management pubblicitario a Milano perché volevo entrare in pubblicità. Ce la feci ed entrai in una Agenzia Pubblicitaria guidata da uno dei personaggi storici di quell'ambiente. Ma qui la mia esperienza è stata relativa, facevo l'account e mi occupavo delle relazioni con i clienti occupandomi di alcuni prodotti, non facevo il grafico, anche qui avevo prediletto l'aspetto di relazioni più che quello creativo, ma tutto questo durò solo per pochi mesi perché nel frattempo partecipai ad una selezione per questa grossa multinazionale americana che era la 3M che stava cercando una figura di design coordinator. Superai le selezioni ed arrivai primo. Per questa società ho lavorato per 2 anni e realizzando prodotti per l'azienda automobilistica e quindi lavoravamo con FIAT, General Motors, Ford, Toyota e con tutte le più grosse case editrici... lapsus freudiano... dicevo, le più grosse case automobilistiche, è stato un bel periodo di crescita sia dal punto di vista lavorativo che umano. Ma frequentando sempre l'ambiente fumettistico venni a sapere della realizzazione di Nathan Never, o meglio di quello che si apprestava a diventare il primo personaggio di fantascienza di quella che era (ed è) la più grande casa editrice di fumetti italiana. Proprio in quel periodo avevo ripreso la mia verve fumettofila ed avevo disegnato due storie per "Fumo di China" - "Sciftà" e "Hard Haze" - uno su testi di Toninelli e uno su testi miei, fu così che feci le prove, andarono bene ed entrai alla Bonelli, insieme a quelli che erano i primi 10 storici disegnatori di Nathan Never e da lì tutto quello che ho fatto dopo dovreste saperlo. A me, a dire la verità, anche solo a ricordarlo sembra appena ieri ed invece sono passati ben più di dieci anni. Da alcuni dei miei disegni di quelle tavole di prova vennero tratte alcune idee per il serial, l'open space (le scrivanie a vista) della prima Agenzia Alfa (era lo stesso concetto degli arredamenti degli uffici della 3M dove lavoravo), così come la forma del palazzo dell'Agenzia, era stato ripreso di sana pianta (con alcuni ritocchi ad opera di Castellini).
C'è un genere narrativo che preferisci disegnare? No. ![]() Maschere senza luce disegni di Stefano Casini
No, se la storia è bella posso fare anche storie intimistiche. Non è che ho delle preferenze. A parte Nathan Never che è tipicamente fantascienza, la mia prima uscita come autore è stata "Maschere senza luce" che è un noir. Poi ho realizzato "Il demone nell'anima" che è una fantascienza di tipo cyberpunk e quindi per certi versi è sempre fantascienza ma con degli elementi quasi storici perché è presente tutta una serie di architetture di stile post-industriale che altro, così come anche "Il buio alle spalle" rimane pur sempre fantascienza, qui però sostanzialmente la trama è noir, gli elementi fantascientifici sono solo strumentali alla narrazione tipicamente noir, per questo lavoro la definizione di genere con il quale amo connotarlo è il neologismo cybernoir, infatti in realtà la storia tratta di un personaggio che cerca di dare un assestamento alla sua vita deludente ma la storia è lineare e classica nei suoi sviluppi. L'ultima che sto realizzando è intitolata "Moonlight Blues" è la storia di un sassofonista della fine degli anni '40 che si trova invischiato con una donna pericolosa che è la pupa del gangster, quindi direi siamo all'interno dei confini di un noir classico, non ti dico...
Abbastanza corale perché il personaggio è il sassofonista ma in realtà ci sono altri personaggi che recitano parti altrettanto
importanti, ultimamente amo definire trame un po' più complesse con la messa in scena di più personaggi che interagiscono tra di loro.
Il tuo segno grafico ha avuto qualche influenza stilistica, dei cambiamenti?
Miliardi di cambiamenti!
Mi sono un po' affrancato, però, ad esempio per questo fumetto che sto facendo in b/n sto usando un tratto seghettato e frammentario che ho visto da un autore francese che mi piace molto, Frederic Bézian e ho provato a cambiare alcune cose nell'impostazione del disegno e dell'inchiostrazione. Chiaramente la struttura anatomica e certe caratteristiche sono le mie e si vedono, però c'è sempre il tentativo di fare cose diverse, in questo lavoro ho anche voluto dare libero sfogo alla mia vena grottesca che è sempre stata una mia caratteristica ma che ho sempre cercato di sopprimere un po' per la necessità di realizzare personaggi più realistici. Del resto sono un tipo piuttosto irrequieto, sento sempre la necessità di cambiare, astrologicamente parlando sono un Gemelli con ascendente Pesci e quindi questa quadrilogia di segni implica una curiosità alla costante ricerca di nuovi stimoli, a dire la verità è anche poco riposante. Però il tuo tratto è riconoscibile. Sì, diciamo che tendenzialmente dovrebbe essere abbastanza riconoscibile. Parlando del lavoro in Bonelli: hai fatto Nathan Never, hai fatto un Dampyr ("I ribelli" DP 14). Sei stato nella squadra di Nathan Never fin dall'inizio. Cosa bolle in pentola per questo personaggio? Ho iniziato una storia doppia di Michele Medda che uscirà o nel 2004 o nel 2005 perché ci saranno degli accadimenti nelle vicende di Nathan tali per cui ci sono degli obblighi temporali di inserimento. Ho finito la prima parte di questa storia doppia ma sono stato fermato perché nel frattempo mi è arrivata una nuova sceneggiatura di Pasquale Ruju che è il seguito di quella doppia - "Corsa contro la morte" (NN 127/128) - sulla figlia di Salomon Wolface. Devo realizzarla perchè verrà pubblicata prima della doppia e poi riprenderò l'altra. Per il resto, il futuro non si sa ancora. Molto spesso hai lavorato con i testi di Michele Medda. C'è una certa affinità tra di voi?
Sì, anche se in realtà ho tenuto "a battesimo" alcuni personaggi come Lisiero e Cordone - se non sbaglio - con una
loro prima storia ("Paura sul fondo" NN 42). Ho lavorato con
Antonio Serra ("Caccia al ladro" NN SP3), con
Bepi Vigna ho fatto delle gran belle storie come "Cuore di Tenebra"
(NN 27) e "L'ultima Onda" (NN 29) che, tieni presente, insieme a
"L'occhio di uno sconosciuto" (NN 9, testi di Michele Medda) sono tra le due storie che nella vostra
classifica sono sempre tra le prime cinque.
Sofferta perché hai dovuto ridisegnare la stessa scena cambiando pochi particolari? Sì, è stato un travaglio doloroso e non perché fosse una brutta storia - tutt'altro, la trama era anche intrigante - ma proprio perché dovevo ridisegnare la stessa sequenza, la stessa vicenda per tre volte, scene ambientate nello stesso laboratorio orbitante e animate dagli stessi protagonisti ma da punti diversi, mi sembrava ogni volta di dovere ridisegnare le stesse cose, solo per questo, per il resto era una bella storia. Poi hai fatto quel Dampyr, molto bello soprattutto per l'ambientazione contemporanea, per l'impiego di mezzi militari... Avevo una documentazione abbastanza fornita. Boselli mi aveva dato una cassetta VHS con un dossier di "Sciuscià" di Santoro e da lì ho fatto un lavoro di documentazione che in fantascienza, ambientandosi nel futuro, se si fa lo si fa molto meno, anche perché non c'è nessun riscontro tangibile sulle cose che si disegnano.
La trasposizione su carta è stata ottima. Sì, sono stato contento. No, credo di no. Durante l'ultima edizione di Lucca hai portato la seconda parte del secondo numero di "Digitus Dei", scritto da Michele Medda. Cosa ci dici di questa avventura di Padre Sertori? Padre Sertori era nato con l'obiettivo di cercare di portare nel fumetto quella che oggi si definisce in TV: fiction italiana. Avevamo pensato di realizzare un fumetto con tematiche nostrane, nello steso modo e con gli stessi criteri con cui gli americani interpretano le loro metropoli: le Gotham City di Batman o le Metropolis di Superman sono in realtà New York riviste e corrette, ovvero un immaginario che è quello odierno però con elementi fantastici. Il nostro obiettivo voleva essere il medesimo: non si parla di Roma, anche le nostre città sono inventate, certo è più facile idealizzare ed identificarsi genericamente nelle metropoli americane, sono più o meno tutte uguali, ma il fatto che noi avessimo l'opportunità di giostrare tra chiese romaniche o cattedrali tardo gotiche, resti normanni o scavi etruschi non necessariamente sarebbe stato un problema, anzi. Stesso discorso ad esempio per le auto, niente di fantastico ma molto più semplicemente delle normali Panda. Il tutto condito con quell'immaginario tipicamente italiano e che attiene alle tematiche che si possono avvicinare alle notizie quotidiane che vengono riportate dai nostri giornali o telegiornali. Ti sei trovato più libero a disegnare Digitus rispetto ad una serie come Nathan dove c'è un canone da seguire?
Sinceramente non mi sono mai sentito legato. Sono le esigenze e le scelte stilistiche che sono diverse, nel senso che il primo
"Digitus Dei" ad esempio, era stato pensato proprio in b/n però in formato più grande di quello bonelliano, e già la scelta del
formato implica scelte differenti, un altro motivo erano le caratteristiche della storia, che non era molto d'azione bensì basata molto
sulla psicologia dei personaggi e su una certa atmosfera "horror", che doveva essere però trasmessa. Ecco allora che a quel punto ho
deciso di realizzare un ripasso con un segno molto più graffiato, più tratteggiato, con delle sporcature, proprio per cercare di
realizzare un disegno dinamico laddove il movimento non c'era, cercando così di sopperire con il segno alla "staticità" della storia.
Questo nel primo che è stato realizzato in b/n; negli altri due mi sono posto di fronte al mezzo rappresentativo in maniera diversa
perché abbiamo pensato di realizzarlo a colori, in questo caso l'estremo tratteggio avrebbe disturbato il colore rischiando di
aggiungere elementi ad altri elementi, a questo proposito ho ulteriormente ridotto il tratteggio ed utilizzato una colorazione
particolare che tendeva al monocromatismo. La colorazione, indipendentemente dal fatto che fosse digitale, non era pensata come
generalmente è utilizzata ad esempio per gli albi americani con campiture a tinta piatta o solo sfumata, bensì ho utilizzato una
colorazione molto bruciata, texturizzata, ovvero giocando sulla sovrapposizione di trame e poi successivamente colorata in modo più
tradizionale, alla fine ne sono rimasto piuttosto soddisfatto, mi sembrava una colorazione piuttosto originale e poco vista.
Oltre ad essere disegnatore e autore completo sei anche impegnato in una scuola di fumetto.
Questa attività è nata un po' - si può dire - per caso. Avevo già esperienza di insegnante in un'altra scuola e poi, per tutta una serie
di motivi, ci siamo ritrovati a crearne una noi autonomamente e il taglio che abbiamo voluto dare alla
Scuola Nemo NT C'è un motivo del nome della scuola? Perché Nemo? Scuola Nemo è stato un caso. Te l'ho chiesto perché sembra ci sia un legame con il primo nome di Nathan Never.
In realtà il nome non l'ho fatto io ma un mio socio (ignaro di queste coincidenze) e l'ispirazione era andata al Capitano Nemo del
Nautilus di "20.000 leghe sotto i mari", ovvero interpretare lo spirito di quelli che, ai tempi di Jules Verne erano i
precursori di un nuovo modo di utilizzare le conoscenze scientifiche, spero che mi perdonerete un po' la presunzione. Il fatto che il
nome avesse questo riferimento al primo nome dato a Nathan Never, mi è sembrato quasi un segno del destino, la classica quadratura del
cerchio.
Com'è fare il docente? Mi dicevi che tu non hai mai fatto una vera scuola, non sei stato veramente a bottega.
Non è facile, per niente, perché molto dipende dal materiale umano che si ha a disposizione, talvolta capitano dei ragazzi capaci, altre
volte purtroppo altri studenti animati solo dalla passione, e spesso si rimane con l'amaro in bocca per non riuscire ad aiutarli di più,
né gli uni né gli altri. Quello che dico agli studenti è che loro devono venire alla scuola per cercare di imparare un linguaggio, un
modo di comunicare, diventare padroni di un modulo espressivo. Se frequentano i corsi solo con l'illusione che quando usciranno dalla
scuola , allo sventolare del loro attestato questo li potrà far diventare dei professionisti questo, oltre che sbagliato come metodo, è
anche il modo più sicuro per rimanere delusi.
Professionalmente dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo da te? Ci sarà qualche altra crescita, qualche altro scambio?
Me lo auguro! Sostanzialmente tutte le cose che faccio devono essere sempre mosse da pulsioni interne di un certo tipo. La storia che
sto realizzando adesso la sto facendo proprio con questo spirito. Se non riesco a trovare l'aspetto ludico nella realizzazione delle mie
storie, un aspetto nuovo su cui poter fare leva, non riesco più a trovare lo stimolo creativo per andare avanti. Con questo criterio sono
alla costante ricerca di nuovi spunti, di nuove soluzioni, fermarsi per me sarebbe un po' come morire artisticamente, è una cosa che non
posso permettermi ed è la cosa che mi spaventa di più. Perdona l'accostamento che può sembrare presuntuoso ma per me, un esempio da
prendere in considerazione è il percorso artistico di Alberto Breccia. Quando vidi la mostra di Lucca a lui dedicata qualche anno fa
prima della sua morte, la cosa impressionante era il mutamento costante del suo percorso artistico, dai primi anni della sua carriera
fino alla fine sempre alla costante ricerca di rinnovarsi in un continuo tentativo di reinventare i suoi moduli espressivi. Illuminante
e, per certi versi confortante, lui era la prova che nonostante tutto era possibile, magari senza aspirare alle sue vette qualitative ma
c'era una remota possibilità di vivere una vita artistica senza cadute di tensione e animata da una grande freschezza interiore.
Difficile mantenere tanto entusiasmo, impossibile farlo senza il suo talento, ma la volontà profusa forse sarebbe stata possibile
trovarla.
Beh, all'epoca mi sembrava tardi! Come appassionato c'è un autore che stimi particolarmente nel campo del fumetto?
Ce ne sono molti ma rimango ancora affascinato da Sienkiewicz nonostante abbia preso un po' le distanze da lui. Mi piace perchè è ancora
imprevedibile, ecco sì, mi piace la sua imprevedibilità, riesce a stupirmi, non sai mai che cosa può tirare fuori dal cilindro e come
può interpretare una vignetta. Ecco, io amo gli autori che riescono nonostante tutto a stupirmi, magari poco accademici ma che
trasmettono energia, che hanno la capacità di interpretare la realtà e non solo di riprodurla. Mi piace la forza ruvida di Munoz,
i colori di Mattotti, la freschezza di Ashley Wood, mi piacciono gli autori nei quali percepisco una ricerca all'interno
del loro segno che va ben al di là della semplice rappresentazione grafica.
Le ultime battute: cosa pensi di uBC?
Ho sempre detto cosa penso di uBC.
Ultima domanda: possibilità di dialogo su Internet tra autori, pubblico e critica è possibile?
Come no! Se vai su Komix.it
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