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Star games recensione di Francesco Manetti
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Lo confesso: avevo smesso di comprare Gregory Hunter col terzo numero, al termine della prima storia. Pur senza deludermi, questa nuova serie non mi aveva particolarmente affascinato né divertito. Il soggetto era fiacco, Badger (la dichiarata spalla comica) aveva un che di irritante, i tempi morti erano un po' troppo frequenti... Pochi mesi dopo, spinto soprattutto dalla breve ma efficace presentazione nel "Giornale di Sergio Bonelli" (potere della pubblicità), mi è venuta voglia di comprare "La barriera stellare". E' stata una scoperta. Tutto quello che mi aspettavo di trovare in Gregory Hunter e che non avevo trovato nei primi numeri mi è stato offerto da questo albo. Avventura, fantasia (o abilità nel rielaborare spunti altrui), ritmo e divertimento. Eliminando, anche tramite ellissi narrative (cfr. pag. 78), i tempi morti - senz'altro il nemico numero uno di chi vuole scrivere una serie d'avventura -, Antonio Serra fa passare rapidamente il lettore da una situazione all'altra, da un ambiente all'altro (o meglio: da un pianeta all'altro), legando, nella maggior parte dei casi, ogni accadimento ed ogni gag allo sviluppo della narrazione, alla definizione dei personaggi e dei loro rapporti.
L'unico rischio, per una serie come questa, è costituito dal fatto che è ben difficile stupire il lettore, galvanizzarlo, tenerne desta l'attenzione ininterrottamente. Ed ecco così che, nella sua seconda parte (nell'albo "Il gigante di lava"), la storia diventa meno accattivante: il ritmo si fa più lento, più diluito, e la trama si dipana in maniera molto più lineare, meno imprevedibile, meno "folle", conducendo inoltre ad un finale un po' troppo mieloso. Nel complesso, la storia resta comunque godibile.
Patrizia Mandanici contribuisce in maniera rilevante alla riuscita della storia. Date le caratteristiche della serie, il modo per rendersi conto se un disegnatore è più o meno in sintonia con essa è osservare quanto sa rendere espressivo il volto di Badger (per poter rendere efficaci le gag del tallariano) e quanto è capace di sbizzarrire la propria fantasia nel delineare le svariate razze aliene incontrate da Gregory Hunter nel corso delle sue missioni. Da questo punto di vista, la Mandanici si dimostra senz'altro una disegnatrice azzeccata per Gregory. Il suo Badger è un tallariano dalla faccia di gomma e la bizzarria dei suoi alieni è il miglior mezzo per suggerire l'estendersi verso l'infinito dell'universo di Gregory Hunter. Senz'altro da elogiare, dunque, pressoché tutte le sequenze in cui Badger recita da protagonista (o nelle quali svolge un ruolo determinante) e, ancor più, tutte le tavole in cui compaiono degli alieni, in particolar modo quelle dell'episodio "Partita decisiva". Per altri versi, il tratto della Mandanici rende un po' troppo dure le fisionomie di alcuni personaggi, in primo luogo quelle di Lory e dello stesso Gregory. Sin da quando, prima ancora della pubblicazione del numero uno di Gregory Hunter, Serra ha cominciato a pubblicizzare la sua nuova serie (vedi anteprima su uBC), ci si è chiesti se l'intenzionale ritorno al passato nel modo di concepire il fumetto potesse avere un senso e, soprattutto, se tramite questa scelta si sarebbero effettivamente conquistate quelle ampie fasce di ragazzi (ma anche di adulti) che alla lettura di un fumetto preferiscono la visione di un film o lo smanettamento di una console per videogiochi. In realtà, bisogna innanzitutto precisare che Gregory Hunter non è un vero e proprio ritorno al passato, non è un azzeramento di tutto ciò che, per restare in ambito bonelliano, autori come Berardi, Sclavi e Medda hanno portato di nuovo (o di inedito) rispetto al modo di scrivere di un Bonelli padre o di un Gino D'Antonio prima maniera. Con Gregory Hunter Serra ha creato una serie postmoderna; una serie certamente ispirata prevalentemente a un film come "Guerre stellari" (così come Nathan Never era ispirato a "Blade Runner"), ma nel quale il recupero delle ingenuità narrative e stilistiche dei fumetti di cinquanta e oltre anni fa si alternano, ad esempio, a stacchi fra le sequenze tipici di quel linguaggio cinematografico al quale si rifanno, oggi, tutte le moderne serie bonelliane.
L'operazione è difficile, come dimostra il fatto che Jonathan Steele, recente serie che doveva essere di pura avventura, abbia cominciato ad avere successo nel momento in cui trame e personaggi hanno assunto un certo spessore e come dimostra il fatto che l'unica altra serie totalmente sbarazzina di casa Bonelli, Legs Weaver, se la stia notariamente passando male quanto a vendite. Se poi aggiungiamo che anche i lettori di Tex preferiscono oggi le innovative storie di Boselli rispetto alle "tradizionali" storie di Nizzi e che persino lo Zagor esplicitamente citato nel numero uno di Gregory è amato quasi più per le storie impegnate come "Libertà o morte" ZG 89/92 che per le storie di pura avventura si può incominciare ad avere forti perplessità sulla decisione, da parte di Serra, di proporre una serie come questa. Ovviamente, non mi metto a fare profezie sul futuro di Gregory Hunter. Mi limito a dire che, per me, benché un albo come "La barriera stellare" sia stato un gradevole scacciapensieri, probabilmente non sarò invogliato a continuare a comprare altri numeri di Gregory Hunter, se non sporadicamente, dato che posso trovare avventura, fantasia, ritmo e divertimento anche in serie che, oltre a questo, sanno offrirmi qualcosa in più. L'avventura fine a se stessa finisce presto col rivelarsi un involucro vuoto se non si aggiunge altro. E, del resto, una visione del fumetto come innocuo passatempo a cui non bisogna chiedere troppo non giova certo ad una forma espressiva che, al contrario, avrebbe bisogno di ottenere pari dignità, nella considerazione dei lettori - in particolar modo dei lettori adulti -, rispetto alla letteratura e al cinema.
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