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" Il ranger dello spazio"


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Missione: Destrutturare il fumetto e portare Tex nello spazio...

Botte, pupe e astronavi
recensione di Giovanni Gentili



TESTI
Sog. e Sce. Antonio Serra    

Ultima di una lunga serie di nuove testate della Sergio Bonelli Editore annunciate e lanciate a partire da Magico Vento nel 1997, ecco arrivare nelle edicole italiane anche Gregory Hunter la nuova serie creata da Antonio Serra. Dopo cinque anni, si chiude così un'intensa fase creativa e produttiva della casa editrice, di cui ancora non si conoscono le linee di sviluppo future.

Se Nathan Never ricorda sicuramente le atmosfere di "Blade Runner", Gregory è invece una space opera di stampo classicheggiante, che narra di un ranger interstellare sicuramente più vicino a Buck Rogers e Guerre Stellari che a Star Trek.
Gregory riprende anche diversi archetipi della casa editrice, soprattutto guardando a Tex e Zagor, e finisce con l'essere una sorta di Cowboy Bebop in salsa anni sessanta.

Serra nel creare Gregory ha rielaborato parecchi elementi già presenti in un suo progetto giovanile chiamato Gregory Hammer (sviluppato a 17 anni, vedi anteprima/intervista di un anno fa) e ci presenta un duemila alternativo in cui l'umanità ha inventato il motore iperspaziale negli anni sessanta ed è quindi riuscita a colonizzare lo spazio. Uno scenario in cui trova asilo un insieme di situazioni e tecnologie tratte dalla fantascienza degli anni cinquanta e sessanta, una SF non sofisticata e senza troppe problematiche sociali o di altro tipo. Un tentativo di recuperare una dimensione "avventurosa" a tutto tondo.

"ancora una volta, l'evoluzione è vista dall'autore sardo come un'involuzione (..)"
   

Quindi, ancora una volta, l'evoluzione è vista dall'autore sardo come un'involuzione. Niente complessate intelligenze artificiali, meglio un bel computer pieno di manopole e lucine, arpioni spaziali e sfere dalla luce magica. Ancora una volta lo sviluppo tecnologico, anche se solo di fantasia, è visto da Serra come un elemento negativo, che distrae. Un distaccarsi da quel Sense of Wonder che è il sale del fumetto di avventura "classico". E' qui si potrebbe iniziare una lunga disquisizione sul significato del termine "classico" ormai altrettanto abusato quanto il termine "mitico". Anche grazie a Fabio Fazio, entrambi i termini sono oramai un sinonimo di "mi ricorda la gioventù" e Serra, in completa buona fede, va con Gregory Hunter alla ricerca di quegli elementi vincenti che colpivano così bene la fantasia del giovane Antonio (e di tanti altri lettori dell'epoca). Con lo scopo di mutuare quegli elementi in un nuovo prodotto vincente.

La domanda quindi è: il fumetto si è evoluto come linguaggio e tematiche allontandosi dagli elementi primari che ne hanno decretato il successo? si è allontanato a tal punto che un'intera generazione di lettori non ha il ricordo di questo tipo di letture e quindi potrebbe rimanerne affascinata? Continuando su questo ragionamento, si può arrivare perfino ad affermare che è l'allontanamento da quegli elementi a determinare l'attuale "crisi del fumetto". Ed ecco che ancora una volta, seguendo questa linea di pensiero, l'evoluzione vista come un'involuzione: questa volta è il fumetto stesso a subire gli effetti di questa regola.

L'operazione, anche questa non nuova in verità, è quella di "smontare il giocattolo" e, una volta arrivati a vederne gli ingranaggi, giocare con gli elementi costitutivi e rimontarlo in un modo nuovo... il problema nel trattare una materia da parte di chi la ama, è nel non farsi annebbiare dai sentimenti, evitare di diventare medico pietoso, rimanere lucidi nell'opera di vivisezione (se lo si considera ancora vivo) del fumetto. E Serra è sicuramente un grande amante del fumetto.

Putroppo quando Serra ha avuto in mano tutti gli ingranaggi originali del giocattolo "fumetto" non ha saputo, a nostro avviso, rimetterli insieme in modo vincente. Perchè ha tentato solo di rimontarli in una combinazione diversa da quella originale, ma non ha cercato di costruire qualcosa di nuovo (e lo riprova il fatto che ha ripreso elementi di un progetto giovanile). E' come avere a disposizione i pezzi delle costruzioni Lego e invece di farsi guidare dalla propria fantasia tentare di riprodurre i modelli "B" che vengono presentati nelle immagini poste sul retro delle scatole delle costruzioni. Il modello "B" in questo caso è il Gregory Hammer partorito da Serra a 17 anni.

"perchè quello che affascinava il giovane Antonio, dovrebbe affascinare un giovane lettore di oggi?"
   

Perchè quello che affascinava il giovane Antonio (e molti altri lettori dell'epoca), dovrebbe affascinare un giovane (o meno) lettore di oggi? è qui forse l'errore più grave dell'operazione, commesso nella nebbia dei sentimenti. E' qui il "peccato originale" della serie. Il ragazzo di 15 anni di oggi è molto meno ingenuo di un tempo ed ha assimilato una quantità di informazioni e narrazione superiore di più di un ordine di grandezza rispetto ad un coetaneo degli anni sessanta. La lezione della fantascienza classica non è stata dimenticata ma bensì assimilata, fatta tesoro e posta a base di nuovi racconti più elaborati, che ne detengono i geni, ma che vanno ben oltre. In una qualsiasi opera di SF, oggi il lettore assiste ad una scena di teletrasporto senza battere ciglio, senza rimanere stupito o affascinato dall'idea (come poteva accadere negli anni settanta): per lui è una cosa assolutamente assodata, che ha già visto cento volte e questo lo dobbiamo probabilmente a Star Trek. Quindi automaticamente il teletrasporto non può essere protagonista della storia, diventa solo un mezzo che deve servire a raccontare qualcos'altro. Ed ecco che quando ci siamo giocati in tenera età tutte le meraviglie fantascientifiche e le abbiamo assimilate scopriamo che la fantascienza deve raccontarci di noi. Dell'uomo, della sua vita, delle sue sfide. E non farci vedere una galleria di balene nello spazio, pianeti colorati, popoli pittoreschi... tutti elementi solo di contorno.

Serra con Gregory Hunter è come se affermasse che gli elementi del successo inossidabile di Tex sono le cavalcate, le bistecche, le battute di Carson e le sparatorie sottovalutando così tutto il tessuto narrativo della serie e un insieme di motivazioni culturali, sociali, demografiche che sono dietro il fenomeno Tex. E negando che oggi nessuno può riproporre gli elementi di Tex in un'altra serie, perchè c'è stato Ken Parker di mezzo. E anche perchè c'è ancora Tex.

Forse in questa recensione abbiamo detto poco della storia effettivamente raccontata in questi tre albi. O forse abbiamo detto tutto nel titolo.

Una parola va detta anche sul fatto che la rece sia presentata ora: uBC recensisce le storie ad "avventura completa" ovvero quando si raggiunge una unità narrativa compiuta. Ci sono serie in cui l'unità narrativa coincide con il singolo albo e altre in cui è suddivisa in più albi. Non ci interessa recensire il singolo albo in quanto tale, quanto quello che viene raccontato anche se viene suddiviso in più albi per motivi commerciali o produttivi. A meno che qualcuno dimostri che, ad esempio, avrebbe un senso comprare e leggere a sè stante il solo albo n.2 di Gregory Hunter. Per quanto Serra sostenga che l'avventura di Gregory Hunter sia "continua", ci sono unità narrative segnate dal cambio di disegnatore o sceneggiatore.

Cosa c'è quindi in questa prima storia 1-3? La narrazione è piacevole lungo tutti e tre gli albi, e chi ha letto i "classici" può divertirsi nel percepire gli elementi di maniera nel racconto del Serra. Le didascalie, il narratore, il motore Coleman, le strane razze, i titoli grafici "vecchio stile" in copertina, il "continua"... ma anche qui siamo in presenza di un'operazione nostalgia degna di Fabio Fazio.

Ad ogni albo uscito la serie ha mostrato progressivamente i suoi limiti e ci si chiede dove si possa andare in questa direzione. Pesa il "peccato originale" di cui si parlava prima.

Quello che ci premeva analizzare in questo avvio di Gregory Hunter non era la storia raccontata in sè, ma quello che rappresenta (o poteva rappresentare) per il fumetto. Sicuramente GH resta il segno della caparbia vitalità creativa di Antonio Serra, l'autore italiano che più di ogni altro non perde occasione per sentenziare la morte del fumetto ma che, unico in questo momento, cerca una nuova strada. E bisogna riconoscergli senz'altro questo merito, perchè, come diceva Winston Churchill, "Non sappiamo se cambiando si migliora, ma sappiamo che per migliorare bisogna cambiare."



DISEGNI
Elena Pianta    

(28k)
Gregory e Badger, disegni di Pianta
(c) 2001 SBE
   
La giovane e talentuosa disegnatrice di Legs Elena Pianta ci introduce con ottimi risultati nel fantastico mondo interstellare di Gregory. Ottimo il tratteggio e l'equilibrio tra bianchi e neri, soprattutto nel secondo e terzo albo.

Tra pianeti dalle caratteristiche nuvole esagonali e "saloon" spaziali che pullano di creature bizzarre, le scenografie sono sempre ricche e ben dettagliate. Forse poco affascinante la struttura dell'astronave Jolly Roger. Guardando mezzi, costruzioni e abiti si vede che la serie è alla ricerca di un suo stile, sicuramente da valutare più avanti.

Quello che più convince nei disegni della Pianta è l'espressività dei personaggi, fantastica quella dello scimmiesco Badger e quella della bella Sandrach soprattutto nelle scene più drammatiche.

Da segnalare sicuramente le scene d'apertura a New York e poi molte sequenze nel racconto degli eventi su Aarkon.



GLOBALE
 

Tra le copertine la prima è sicuramente sottotono, mentre invece è molto bella la seconda con Gregory e Sandrach.

Sul logo si è riscontrato un giudizio praticamente unanime: è davvero brutto, senza appello. Gradevole invece la costata dell'albo, nera con la stella. Davvero ridotta al minimo e monotona la pubblicità della serie sugli altri albi prima dell'uscita: perchè non investirci più energie?

Vedere anche la scheda dell'albo.
 

 


 
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