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Dopo la pena di morte e l'aborto, ancora una volta un episodio basato su un argomento di stretta attualità: il razzismo, caso particolare del più ampio discorso sull'emarginazione e sulla diversità che fa da sfondo a tutta la serie.
Istinti materni
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Non sempre è facile giudicare una storia a tesi: c'è il rischio di concentrarsi troppo sul messaggio, su ciò che l'autore dice, e non su come lo dice. Mettiamola così: Enoch è convinto che il razzismo sia un male e usa tutti i mezzi a sua disposizione per dimostrarlo. Quel che più ci interessa è però la qualità della dimostrazione fumettistica. Se a livello estetico c'è come sempre ben poco da obiettare, è soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi che si notano i maggiori problemi. Su sei comprimari umani introdotti in questo episodio (i quattro terroristi più i due investigatori, Ahmad e Carl), cinque appaiono decisamente piatti e monocordi e sembrano portare bene in vista un cartello con su scritto "sono un buono" (Ahmad) oppure "sono un cattivo e/o una figura negativa" (tutti gli altri, compreso Carl). L'unico un po' più problematico è il killer più giovane, con i suoi rimorsi: in questo senso è ironicamente apprezzabile l'epilogo che Enoch gli riserva nonostante il fatto che sia una figura almeno in parte positiva. In definitiva, la complessità dell'argomento razzismo è delegata soprattutto alla parola: i personaggi parlano, e parlano molto, in particolare Tara e il leader dei terroristi, i quali riportano teorie di cui Enoch stesso indica le fonti a pag.2. Una dialettica a distanza tra due opposte visioni del mondo e del fenomeno immigrazione, fatta di lunghi monologhi o quasi monologhi sui quali è rimasta una certa patina libresca e didascalica.
Interessante, per concludere, il contrasto tra i due diversi aspetti dell'istinto materno: a quello universalmente protettivo splendidamente incarnato (in ogni senso) da Tara fa da contraltare quello distruttivo della creatura alata, che si trasforma in angelo sterminatore per vendicare la famiglia e salvare la figlia. La violenza generata dal dolore del legame di sangue spezzato rivaleggia, alla fine, con quella dei terroristi, generata dalla paura del diverso.
Plastico, morbido, espressivo, abile nelle inquadrature e nella costruzione della tavola: sapete che cosa aspettarvi nel leggere i commenti ai disegni di Enoch. Anche le iniziali incertezze nell'uso dei retini sembrano ormai un lontano ricordo. Da segnalare la quantità di scene splatter particolarmente esplicite, con sventramenti, decapitazioni e trachee in bella evidenza. Tornano alla mente i tempi eroici del Dylan Dog pieno di frattaglie di storie come in DD 51 "Il male". Piccola nota di demerito: i due rapinatori sul taxi sembrano davvero tutto fuorché cinesi. Giunti al quarto numero, sembra opportuno esporre alcune considerazioni e idee che grazie a quest'albo si sono definite meglio. Il principale motivo di interesse dell'intera serie fin qui sta a nostro avviso proprio nel personaggio Gea, nel suo essere fondamentalmente "diversa" dai suoi comprimari, anzi, addirittura in netto contrasto con loro. E persino con il messaggio di fondo di quest'ultimo albo. Sulla questione del razzismo di Gea è intervenuto recentemente lo stesso Enoch nella mailing list Ayaaaak, dicendo in sintesi che Gea svolge sì un compito antipatico ma al contrario di altri e più spietati baluardi in realtà non è un buon poliziotto, perché aiuta o lascia in pace le creature di cui istintivamente si fida (o che le tornano utili, aggiungiamo, come Gwrstk il blemio nel n.1 e nel n.3). Tuttavia, non può passare inosservata questa esplicita e giustamente provocatoria connotazione a pag.8: "..non c'è dubbio che si tratti di un gregario appartenente alla razza nemica... che io devo eliminare a tutti i costi!". Più in generale, Gea non si fa mai nessuno scrupolo a far fuori esseri viventi, una volta individuati come nemici. Non si pone nemmeno il problema: "sa" oppure le hanno detto che sono cattivi e dunque fa di tutto per eliminarli, o per rimpatriarli a forza se si tratta di clandestini buoni ma pericolosi. Ed è naturale che le cose stiano così: pur trattandosi di un baluardo, Gea è ancora giovanissima e impulsiva. E, come tale, anche altamente influenzabile: dallo zio, dai libri che consulta sempre, dai baluardi più esperti...
Il futuro... sarebbe interessante se, crescendo (perché crescerà, a detta del suo creatore), Gea si fermasse prima o poi a riflettere sulla quantità di esseri viventi ridotti a pezzettini in nome di una battaglia della quale, per ora, non sembra comprendere minimamente origini e scopi. E se fossero scopi sbagliati? Se una parte di ragione ce l'avessero invece i demoni, come nelle storie di un certo Go Nagai? Stiamo volando con la fantasia, lo ammettiamo :-) Ma, mettendo al bando i voli pindarici, per il momento Gea ha solo quattordici anni o poco più, le hanno detto che quelli sono i cattivi e che per batterli deve studiare e applicarsi a fondo e lei esegue, diligentemente. Di più, zelantemente, con zelo tutto adolescenziale: fatte salve le esigenze umoristiche della serie, Gea è in realtà un'alunna modello, da nottate passate sui libri, sia nello studio della magia che in quello delle normali materie scolastiche. Come un qualunque scolaro cui è stato detto di studiare se vuol diventare qualcuno, va avanti a testa bassa senza porsi eccessivi problemi sul perché lo faccia, sul giusto e sullo sbagliato. Questo contrasto tra Gea e il suo mondo (tra Gea e il suo fumetto, verrebbe da dire), questo suo essere adolescente totalmente priva di dubbi (se non quella curiosità genericamente sintetizzabile in "perché mai proprio io devo fare il baluardo?") ma aperta ad ogni evoluzione proprio in quanto adolescente, sono tutti elementi che la rendono un personaggio intrigante. Realistico, se vogliamo, pur con gli ovvii distinguo.
Vedere anche la scheda della storia.
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