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Pagine correlate:
Julia e Avvenimenti

Riflessioni sul caso Tex vs. Codacons
Risponde Luca Enoch

uBC Forum Luca, che lanciò a suo tempo la polemica sulla paventata omofobia di Julia, ha approfittato del nostro Forum per scrivere un vero e proprio articolo sul "Politically Correct". Enoch (avete dato un occhio alla sua Gea?) parla poco di fumetti, ma questo è tutt'altro che un male: proprio per questo abbiamo scelto il suo come pezzo di chiusura del Forum. Perché amplia il discorso fin qui sviluppato dai vari interventi e apre il dibattito a nuovi stimoli, che vanno ben oltre il mondofumetto.


Fumetto e "politically correct"
di Luca Enoch

Di recente è divampata una piccola ma accesa polemica che può essere ricondotta all'uso - e l'abuso - del "politically correct" nel fumetto. Mi riferisco alla (da me) paventata "omofobia" di Julia, per un paio di frasi apparse nel secondo episodio, che riguardavano l'omosessualità della serial killer. La cosa si sarebbe risolta in un paio di botta e risposta tra frequentatori del forum it.arti.fumetti su Internet, se l'argomento non fosse stato ripreso, con ben altro megafono, sulle pagine del settimanale "Avvenimenti". La questione è infine approdata ufficialmente su uBC, con un lungo articolo di Paolo Ottolina, velenoso con la giornalista di Avvenimenti e indulgente (bontà sua) con me.

Non entro nel merito della "questione Julia", che è stata esaurientemente dipanata on-line, ma mi preme affrontare il tema di fondo della cosa, ovvero l'uso legittimo del "politicamente corretto" nel mondo del fumetto italiano. Parola questa usata e strausata, di cui si comincia sinceramente a non poterne più. E come spesso accade nel nostro paese, quando un termine cade in disuso, perché ormai frusto e logoro, lo stesso accade per il "concetto" che la parola incriminata dovrebbe esprimere; e questo è più grave, perché a volte è un concetto pienamente condivisibile.

Termine e concetto del politically correct ci arrivano, come i jeans, la Coca Cola e McDonald's, dagli Stati Uniti, a riprova della nostra dipendenza culturale, non solo economica e militare, dal "fratellone" nordamericano. E quello che ci arriva dall'America noi ce lo tracanniamo con un sol fiato, di solito senza ragionare troppo sul suo reale significato. Lo stesso accadde per il termine "negro". Di punto in bianco, mentre negli States il processo prese diversi decenni, da noi non si poté più dire negro. Perché era un termine dispregiativo e razzista. E noi giù a berci la caraffa, senza pensare che la parola che negli USA veniva bandita era "nigger", questo sì estremamente dispregiativo, usato per secoli dagli schiavisti prima e dai razzisti irriducibili poi. Ma da noi "nigger" non ha traduzione, se non volendo azzardare un "negraccio". Io mi ricordo il "woytjlaccio" di Benigni! In Italia un termine del genere accompagna più una canzonatura che un'offesa vera e propria. Fatto sta che ci siamo dovuti arrangiare con sinonimi e neologismi, come "uomo di colore" o "nero", per non passare per razzisti, quando razzisti non lo eravamo ancora, dato che la massiccia "invasione" di immigrati africani sarebbe avvenuta molti anni dopo.

Invece "negro" è una bellissima parola; suggerisce un colore, scuro e caldo, e non ha connotazione razzista. In Brasile, terra di meticci per eccellenza, viene usato normalmente per indicare le persone dalla pelle più scura delle altre, come da noi si distingue tra biondo e moro. Ma noi americanofili abbiamo fatto nostra una tendenza che era nata e si era sviluppata altrove, col risultato di praticarla senza capirla realmente. E senza che questo ci abbia poi impedito di diventare effettivamente razzisti e xenofobi.

Lo stesso mi sembra accadere con il famigerato "politically correct", mentre dovremmo cercare di capire perché altrove si è imposto questo comportamento sociale e riflettere sulle sue motivazioni di fondo. Perché sono motivazioni nobili e giuste, che difficilmente si possono non condividere. Esse nascono da un'esigenza primaria della società americana: difendere le minoranze (che in terra d'oltre oceano sono tantissime) da vessazioni, soprusi e in generale da qualunque comportamento antisociale. Per secoli gli afro americani sono stati chiamati nigger, "kid" (ragazzo) anche quando avevano i capelli bianchi, e lo stesso vale per le minoranze latine, cinesi ed ebraiche; gli omosessuali apostrofati con gli epiteti più diffamanti; i nativi americani dipinti come selvaggi retrogradi e via discorrendo. E badate che non si trattava solo di comportamenti superficiali; il dileggio di una fascia sociale è sempre spia di un'oppressione nascosta e ben radicata.

A questo ha voluto porre rimedio il politically correct. Sbagliando tattica, a mio avviso, poiché ha censurato la condotta pubblica anziché correggere le convinzioni intime che si nutrono di stereotipi, luoghi comuni e, in definitiva, di profonda ignoranza. Col risultato di imporre "per decreto" comportamenti epidermici poco radicati che, svanita la moda, finiranno nel dimenticatoio. Ma, ripeto, la filosofia di fondo è pienamente condivisibile.

Purtroppo come tutte le direttive imposte dall'alto, anche questa ha prodotto più guasti che benefici. Esempio: nel mondo americano della fiction, letteraria, cinematografica e televisiva, si assiste da tempo a uno spettacolo paradossale: ogni minoranza pretende che ai suoi appartenenti vengano risparmiati ruoli "negativi", che possano essere lesivi per la categoria. Ed è pronta a far valere questi diritti con azioni, anche violente, di protesta e boicottaggio. Gli afro americani insorgono se in un poliziesco il cattivo, violento e spacciatore di droga, è un nero; gli omosessuali scendono in piazza per protestare se, in un altro film, un membro della loro comunità viene deriso o gli tocca la parte dello psicopatico; i mussulmani non tollerano che i loro confratelli vengano dipinti come fanatici terroristi, e così via. Ogni minoranza rifiuta per sé e i propri membri la parte del cattivo di turno. Con il risultato che anziché qualcosa di politicamente corretto, si ottiene qualcosa di "politicamente nullo". Se non si può "parlare male" di nessuno, gli sceneggiatori finiranno per scrivere fiabe per bambini. Anzi, no, che dico? E i diritti della strega dove li mettiamo? E che dire delle sacrosante esigenze alimentari del povero lupo? Eppure anche questi comportamenti "estremi" nascono da un legittimo diritto: ottenere rispetto e giusta considerazione da parte della società.

Un po' come è successo recentemente con la denuncia del Codacons contro la casa editrice Bonelli, per una vignetta di Tex dove il nostro eroe si spipazzava una paglia, decantandone le virtù rilassanti. La motivazione di fondo è corretta: difendere le fasce sociali più deboli - in questo caso gli adolescenti - da esempi comportamentali negativi - fumare fa male e fa venire il cancro; a te che fumi, e questi sono cavoli tuoi, ma anche a chi ti vive e lavora accanto. Ma è la strategia a essere sbagliata e addirittura controproducente, come dimostrano le prese di posizione contrarie all'iniziativa del Codacons, che arrivano dalla società civile e dai professionisti dell'informazione. Ai ragazzi, se davvero uno vuole dare loro buone dritte, non gli deve raccontare balle; effettivamente fumare una sigaretta aiuta a rilassarsi. Se Tex avesse detto: "Fumare fa male? Balle! Fumo da sempre e guardatemi: sono uguale a 50 anni fa!", ecco, in questo caso l'accusa di leggerezza o di diseducazione sarebbe stata legittima, ma in nessun caso io credo che si debba arrivare al ritiro dalle edicole di un prodotto per motivi di censura, anche se "a fin di bene".

Che si dovrebbe fare allora con i fumetti delle Edizioni Topolin, o con le "immorali" storie di Manara, così lesive per l'integrità della famiglia? Che dire poi della mia Sprayliz, le cui imprese come graffitara potrebbero essere lette come un'aperta istigazione ad imbrattare i bei muri delle nostre linde città?

E arriviamo al motivo di fondo di questo mio intervento: qual è il limite da rispettare, oltre il quale si passa dalla libertà di espressione all'offesa, alla diseducazione, alla colpevole indulgenza verso comportamenti antisociali? Una bella matassa da dipanare, non c'è alcun dubbio! E infatti non mi ci metto neanche. Cito un esempio, spero, chiarificatore: nel 1980 il film "Cruising", di William Friedkin, con Al Pacino, fece imbufalire la comunità gay americana. Vi si raccontava di un serial killer all'interno del gay world newyorkese, e di un agente infiltrato che gli dà la caccia. Ora, con che ragioni i gay avevano contestato questo film? Gli autori non si erano inventati nulla, la vicenda era infatti ispirata a fatti di cronaca; e poi perché non fare di un omosessuale un assassino? Ne "Il silenzio degli innocenti" il serial killer era un gay transessuale e non mi sembra ci siano state reazioni negative eclatanti. Eppure i gay hanno odiato il film di Friedkin. E a ragione. La comunità omosessuale di New York vi viene dipinta con toni morbosi come un covo di pervertiti e violenti; individui dalla sessualità malata, i cui comportamenti contro natura possono anche essere "contagiosi": l'agente infiltrato diventa a sua volta un assassino, per reazione a certe pulsioni omosessuali che sente nascere dentro di sé. Forse questo non era nelle intenzioni dell'autore della sceneggiatura e del regista, ma il risultato fu una forte sottolineatura dei peggiori stereotipi che circondavano l'allora misconosciuta comunità omosessuale.

Ed è qui che sta, a mio parere, il limite di cui scrivevo sopra. Tenersi alla larga dallo stereotipo, di qualunque natura sia; ma soprattutto dalla Madre di tutti gli stereotipi, che recita: "In ogni luogo comune c'è un fondo di verità", che è un altro luogo comune, il peggiore, perché dà una sorta di patente di credibilità a ogni trita fesseria. Già, perché il luogo comune sembra nostro amico: ci tiene al calduccio, ci coccola, non ci fa pensare, non fa sforzare la nostra bella testolina e ci propina un bel piatto precotto. Noi ce ne facciamo un sol boccone e non abbiamo bisogno di informarci, approfondire gli argomenti, lottare contro le nostre stesse convinzioni preconcette.

Se noi "autori" di storie a fumetti facciamo dire a dei personaggi "positivi" che il gay è una "femmina mancata", o che la lesbica pensa e agisce "come un uomo", quali che siano le nostre intenzioni o i nostri intimi convincimenti, noi alimentiamo il luogo comune; diffondiamo lo stereotipo dell'omosessuale frocio, che schecca in giro impazzito agitando le manine (come nei film dei Vanzina o nella pubblicità del panettone "blu") e quello della lesbica camionista, "cozza" e mascolina; che sono sì tipologie reali di omosessuali, ma solo le più visibili, quelle che saltano subito all'occhio e fanno dare di gomito a noi "normali". E che, prese a modello generale, fanno torto a una vasta comunità di persone tranquille e "regolari". Allora nei nostri fumetti non dovremmo inserire gay effemminati e lesbiche granitiche? Sbagliato anche questo, perché tali personaggi esistono e sono, come dicevo, ben visibili. L'errore arriva quando si sposa il facile stereotipo e lo si offre al pubblico con troppa disinvoltura, riguardi l'ebreo avido, lo zingaro ladro, il negro stupido e violento o l'italiano mammone e mafioso.

Quindi "politically correct" a mio avviso non deve significare "cerchiamo di non offendere nessuno", perché ciò è impossibile: il cattivo, il pervertito, l'assassino da qualche parte dobbiamo pur tirarli fuori (a meno di non ripiegare sui marziani, grande valvola di sfogo contro nemici d'oltre cortina e governi di democratica oppressione!).

 

 


 
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