"(..) non è mai stato dato un codice alla pratica del dare voti. E questo non lo dico per offendere qualcuno. Nella storia del mondo, per una cosa appena un po' più complicata di una semplice azione in campo o di una corsa sui quattrocento metri, mai nessuno è stato in grado di produrre un codice che potesse essere imparato e applicato
da diverse persone in modo da dare come risultato lo stesso voto. Mai ci si è trovati d'accordo su un metodo per stabilire quando un disegno, un pasto, una frase, una parolaccia,
un furto con scasso, uno schiaffo, un canto patriottico, un tema, un cortile di scuola, una rana o una conversazione fossero buoni o cattivi, migliori o peggiori di un altro.
Mai, niente che si avvicini a un codice."
Così scrive Peter Høeg, l'autore de "Il senso di Smilla per la neve" nel suo bel romanzo autobiografico "I quasi adatti". E le cose stanno proprio in questi termini: nulla è più aleatorio e soggettivo del giudizio extra-scientifico, quale che sia il campo. Certo, si possono stabilire una serie di convenzioni nel giudicare, ci si può rifare a tradizioni critiche consolidate, si possono creare artificiose tassonomie in cui costringere gli oggetti del giudicato: in ogni caso, mai, due persone potranno esprimere un parere perfettamente collimante.
Questo per sgomberare il campo da equivoci. Proprio di recente mi sono ritrovato lettore "virtuale" di una interessante diatriba sull'abilità di uno dei più grandi disegnatori di comics: Jack Kirby. Chi amava "The King" trovava incomprensibile che potesse esistere qualche detrattore; chi lo dileggiava si domandava come i suoi disegni (giudicati inguardabili) potevano avergli conferito la sua reale nomea. Per gli uni le sue anatomie erano distorte e innaturali, per gli altri erano dinamiche e fluide; per gli uni i volti erano orrende maschere di granito, per gli altri il massimo dell'espressività. E via di questo passo: il singolo elemento del disegno kirbyano diventano oggetto allo stesso tempo di osanna e di sberleffi.
Come è possibile che un medesimo oggetto del giudicato sia virtù per uno e orrendo difetto per un altro? E' possibile, anzi perfettamente normale, tanto più se ci troviamo in un ambito critico tanto controverso come le arti grafiche.
E' vero come dice Bonazzi che le recensioni (di uBC, ma di tutta la critica fumettistica in generale) si soffermano con dovizia di particolari sulla parte letterarie del fumetto, e dedicano all'elemento forse più peculiare del comics, la parte grafica, solo giudizi sommari e assai meno circostanziati.
Il fatto che il critico trovi più cose da dire sui testi non significa però che "per i lettori sia molto più importante la storia": il disegno è la parte conclusiva del processo di stesura e come tale dà vita alle suggestioni dello sceneggiatore. Soprattutto il disegno costituisce l'approccio col lettore, che prima di addentrarsi nelle pieghe della trama, una sfogliatina a quel che sta per comprare la dà di certo. Pensiamo allo straordinario successo, a livelli di venerazione, che certi disegnatori hanno riscosso in America (Jim Lee, Todd McFarlaine, etc.)
Il disegno è spesso la luccicante confezione di storie che non hanno nulla da dire, è il richiamo primario del lettore occasionale, o la passione di certi inguaribili esteti.
L'approccio "letterario" al fumetto, di chi cerca nelle vignette un romanzo o una novella disegnata è ritenuto più nobile, di lignaggio più elevato, ed è in effetti dominante nella critica. Per di più si ritiene che possa esistere un ottimo fumetto con disegni scarsi o puramente funzionali alla storia (molti fumetti Vertigo, per dirne una), mentre il contrario (eccellenti disegni al servizio di una storia insignificante) non può ambire all'empireo del comicdom.
Perchè il disegno, l'elemento che segna la differenza tra il fumetto e altre forme espressive (il romanzo, la sceneggiatura teatrale, etc.), è così snobbato allora?
Probabilmente perché, parodossalmente, viviamo in una "società dell'immagine". Il nostro immaginario collettivo pullula di espressioni visuali, se ne nutre, non può farne a meno: le interfacce dei moderni PC ne sono un esempio. Tuttavia questa cultura dell'immagine non è, ahinoi, suffragata da una surrettizia "educazione all'immagine": nessuno ci insegna come distinguere un'immagine buona da un'immagine cattiva (non mi riferisco alla morale), nessuno ci insegna a leggere le immagini. Ad eccezione di chi sceglie studi specifici, artistici o grafici, gli altri si ritrovano circondati da una quantià impressionante di immagini senza conoscere i principi regolativi alla base della comunicazione visiva. Non sono certo d'aiuto le sommarie nozioni di storia dell'arte delle scuole medie: la maggior parte di noi vive in un'ignoranza "grafica" conclamata.
Tutto l'approccio scolastico alle opere è sempre testuale: in parte perché gli studi letterari sono preponderanti, in parte perché lo studio stesso si basa su un medium (il libro) alfabetico. Bene o male, qualunque persona dotata di una certa cultura sa esprimere un giudizio circostanziato su un testo scritto, sa soppesarne la forma, lo stile, gli elementi culturali presenti, etc. Ma quanti sanno fare altrettanto con un disegno? Pochissimi.
Per di più il medium-disegno presenta caratteristiche di sintesi e di inscindibilità che rendono difficoltosa l'analisi: un disegno di un uomo è molto più "compatto" e autoevidente di una analoga descrizione. Il disegno è un segno continuo, non discreto, solitamente dallo stile uniforme: difficile analizzarne i particolari trascurando l'insieme.
Aggiungiamo che tutti, se non altro per i temi scolastici, hanno avuto esperienze di scrittura "creativa", mentre ben pochi sanno tenere dignitosamente una matita in mano: la scrittura fumettistica sembra molto più a portata di mano del profano (cosa per nulla vera, invece), a differenza del disegno, confinato nella sancta sanctorum del "talento". Così siamo spesso più portati a criticare, nel bene o nel male, l'opera dello sceneggiatore, mentre il lavoro del disegnatore è qualcosa di così distante che si fatica a trovare appunti da muovergli.
Inoltre, ultimo punto, i testi navigano nel mare tempestoso delle idee, sottoposti agli ire dei lettori molto sensibili a prodotti adulterati con plagi e mancanza di originalità; mentre il disegno rientra nella categoria delle mere realizzazioni.
Insomma siamo tutti (o quasi) graficamente ignoranti, siamo testo-centrici, siamo in balia di sensazioni epidermiche quando ci troviamo davanti a un disegno. Spesso matite&chine di un fumetto ci fanno l'effetto delle macchie di Rorschach: ci vediamo quel che noi ci vogliamo vedere.
I criteri elencati da Zaghi sono più che validi: teniamoli presenti, ma teniamo presente anche che il disegno è e resterà per la critica una selva oscura.