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“Quante volte tornerai” (cit.)

o di quando Nessuno morì
Recensione di  |   | dylandog/


“Quante volte tornerai” (cit.)
Dylan Dog 346


Scheda IT-DD-346

C’era una volta (o forse ci sarà una volta) in cui Nessuno morì. Attorno al foro del proiettile al centro della sua fronte larga, solo una vignetta bianca aperta sull’infinito, ma che contemporaneamente chiudeva Dylan Dog al di là e al di fuori degli infiniti possibili.
Ancora, c’era una volta (o forse ci sarà una volta) in cui l’infinito contratto in un singolo punto materiale lasciò andare via Dylan, e contemporaneamente lo trattenne in un crepuscolo senza fine; la falsa pietà di un vuoto di memoria mostrò per un momento a Dylan una strada di casa, ma solo per poi incatenarlo alla consapevolezza che gli infiniti possibili si erano anch’essi arenati nel mare della fine di tutte le opzioni.
Quante volte tornerai, Dylan? E sarai stato sempre tu?

"Quante volte tornerai" è un omaggio ad uno dei più bei racconti di Sclavi.
Vale davvero la pena chiedersi quanti Dylan esistono? È un’esigenza che ultimamente sembra venire spinta alla ribalta da più parti...ma a Dylan è mai interessato? Forse sì, ma non nel senso in cui ce lo stanno propinando. In ogni viaggio di andata e ritorno dall’incubo, l’Indagatore del medesimo ha lasciato dietro di sé una parte della sua vita, affidando a carta, calamaio e penna parte della sua memoria. A volte non è tornato indietro (da Haven, come da un "palazzo doppio" di Londra), eppure le mura di Craven Road 7 sono sempre tornate ad accoglierlo. Dylan in fondo esiste e non esiste, in questo come in tutti gli infiniti possibili, vera e propria personificazione del felino di Schrödinger (e tanti saluti a Cagliostro!).
Alla luce di ciò, la parola continuity perde di significato, ma guadagna un aggettivo: funzionale. Creare story-arc tangibili sulla figura di Dylan, e del suo mondo circostante, è principalmente funzionale a variare la percezione della fenomenologia di cui sopra. Innovazione? Assolutamente no; al limite, un cambiamento trattabile di condizioni al contorno.

La domanda più pericolosa
disegni di Gianluca e Raul Cestaro, Dylan Dog n.346, pag.17

(c) 2015 Sergio Bonelli Editore

La domanda più pericolosa<br>disegni di Gianluca e Raul Cestaro, Dylan Dog n.346, pag.17<br><i>(c) 2015 Sergio Bonelli Editore</i>

Meno male che, almeno in questo caso, chi ha scritto la storia ha ben tenuto a mente questa fondamentale differenza. Dall’altra parte, invece, l’attuazione di un’accorta (?) politica editoriale ha portato in edicola nell’arco di due giorni consecutivi anche il quadrimestrale rigurgito di passato, in cui stavolta la summa di input della Barbato sul numero della serie regolare si trova variamente distribuita tra due storie (a firma di Gualdoni e Di Gregorio); rimandi incrociati tra gli editoriali delle due pubblicazioni quasi magnificano questa sizigia su carta, ma con ogni probabilità forzare un confronto tra le parti porterebbe solo a mortificare le due storie dell’Old Boy disegnate da Montanari & Grassani, le quali sembrano accontentarsi di essere semplicemente "altro", e non rientrano più nelle premesse di cui sopra. Differente discorso ancora varrebbe invece per la storia del Maxi a firma sempre della Barbato, la quale travalica del tutto la questione di genere per andare a delineare la terza faccia della medaglia, insieme a storie come "L’ultimo arcano", "Il senza nome", "Il Dogma", o ancora i più recenti "Il crollo" e "Chiamata dall’inferno".

Tornando alla cenere.. che cosa rappresenta? È la cenere con cui viene cosparso il capo all’inizio del periodo quaresimale, ed indica l’inizio di un periodo "forte" per la religione cristiana, dal marcato sapore penitenziale. E proprio Dylan viene indotto a percuotersi più e più volte il petto, chiudendo gli occhi al mondo e lasciando aprire su di sé quelli dell’incubo; "finalmente" mostro tra i mostri, a metà strada tra le menomazioni di Johnny Freak e l’innocenza di Ghor, perennemente sul punto di essere travolto da un’onda come quella al largo di Kanagawa, ogni goccia della quale è un omaggio al panorama cinematografico orrorifico e non solo (da Alien a Jabba the Hut, tanto per citarne due), passando attraverso il circo d’autunno, Robin Williams e richiami alla deposizione di Cristo. Al culmine di questo turbinìo di eventi, la straordinaria laconicità dell’accettazione di sé (pag. 56) come unico punto fermo, necessario arrivo e dolente ripartenza.
La cenere è però anche ciò che resta del fuoco; nel nostro caso, quello che metaforicamente divora il passato di Dylan, e che funge da anticlimax al festival delle sue idiosincrasie, efficacemente ammassate assieme alla mobilia nelle sequenze iniziali della storia - quasi come un armadio già pieno fino all’inverosimile, in cui si apre la porta solo di quel poco per continuare a gettare dentro la roba "da conservare". In questo scenario, Groucho assurge a sua volta a metafora dell’armadio, e la Barbato finalmente dichiara appieno, e non più solo a voce, la sua paura per questa sagoma umana, ombra di chissà chi, dotata di coscienza costretta da sempre ad interiorizzare ciò che rimane tra le luci fioche della seconda linea del palcoscenico fino ai limiti dell’autodistruzione (basti pensare a storie come "Marionette" o "La scelta"); o forse qualcosa di assolutamente differente, sfuggente, e che allude ad una meta-realtà in attesa chissà dove, e per questo ancor più terrificante - di certo molto più del telefonato (e funzionale, ricordiamolo!) twist dell’ultima pagina, che a ben vedere non aggiunge chissà quale ulteriore spessore alla storia.
Quello stesso spessore che è invece la cifra stilistica dei fratelli Cestaro, i quali danno ossigeno e vita alle visioni della Barbato. Quando un lavoro è così ben fatto, spendersi in migliaia di parole può addirittura risultare fuorviante; al contrario, scorrere le soluzioni prospettiche, gustare la varietà dei luoghi (veri e immaginari) rappresentati, riconoscere ed ammirare gli omaggi filmici di cui sopra, strizzare l’occhio ad alcune soluzioni poco usuali ma ben caratterizzate (ad es., Dylan e Groucho ripresi dallo spioncino a pag. 10, o l’ultima vignetta della storia), sono altrettante tappe di un percorso qualitativo in ascesa che si sostanzia nella splash-page di pag. 47, o nella sequenza delle pag. 71-72, dove un Dylan non morto e non vivo sembra quasi tendere la mano a quello stesso Schrödinger che lo ha lasciato al suo destino in una scatola fatta di carne stanca e incanutita.

Dylan uccide la propria immagine del passato
disegni di Gianluca e Raul Cestaro, Dylan Dog n.346, pag.87

(c) 2015 Sergio Bonelli Editore

Dylan uccide la propria immagine del passato<br>disegni di Gianluca e Raul Cestaro, Dylan Dog n.346, pag.87<br><i>(c) 2015 Sergio Bonelli Editore</i>

Si dice, tante volte a sproposito, che solo il "padre" di un personaggio letterario possa sottoporlo a prove estreme, crisi di identità, o azioni apparentemente contro la sua natura; in realtà anche la crescita e l’educazione di un personaggio sono frutto di amore (materno o paterno non importa), e questo prescinde dalla questione della genitorialità, o come la si vuol chiamare. A volte l’amore può anche voler dire ideare e sceneggiare la discesa di una china perigliosa, se lo scopo finale è quello di una catarsi (che va ben oltre il semplice passaggio narrativo): è il Dylan prodigo che torna sconfitto e inconsapevole del fatto che la persona a cui sta correndo incontro a braccia aperte è il puparo occulto delle sue stesse vicissitudini. Ciò che conta è l’incrocio di sguardi che buca il testo prima e la vignetta poi - ed in questo va reso merito ancora una volta di più alle quattro mani a cui dobbiamo la realizzazione grafica dell’albo.
L’unica nota un po’ sottotono sta nella copertina: dopo averci entusiasmato a più riprese negli ultimi tempi, questa volta Stano si accontenta di appiattire il tema centrale del disegno su una soluzione di arancio che inchioda a terra lo sforzo di tridimensionalità pur ben introdotto dalla scelta dell’angolatura; a ciò si aggiunge un Dylan che ha ben poco di accattone, specie se confrontato con quanto leggiamo all’interno della storia. La sfilata di "mostri perbene" richiama però quella famosa storia in cui la percezione della realtà da parte del Nostro viene alterata (o forse svelata) da una droga, e la ricerca di una non meglio specificata "libertà" diviene il leitmotif delle sue azioni. Lì, la storia si concludeva con un Dylan in detenzione (provvisoria), ora invece un diverso tipo di prigione gli si sta venendo a creare intorno, sotto più punti di vista, in maniera più o meno impercettibile.

Potrai liberarti, Dylan? Quante volte tornerai? E sarai sempre tu?



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