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Perdita d'identità

c'era una volta Dylan Dog
Recensione di  |   | dylandog/


Perdita d'identità
Dylan Dog 303


Scheda IT-DD-303

Eastweek è un cimitero particolare: abbandonato da anni, in via di smantellamento e abitato da poche ossa ma molti fantasmi. Fantasmi appunto, tanti, logorroici, insistenti e decisamente poco cordiali con gli avventori del fatiscente sepolcreto.
Quello che sorprende nella storia di Eastweek non sono tanto gli omicidi, le morti, e le sparizioni, quanto piuttosto la piega cha prendono, fin da subito, le indagini. È comprensibile che gli sfortunati operai si rivolgano a Dylan dopo le prime sospette sparizioni dei loro colleghi; lo è un po’ meno, ma ugualmente accettabile, che anche Bloch, in preda al terrore di veder sfumare la pensione, coinvolga Dylan e che accetti le sue strampalate supposizioni. Un po’ meno comprensibile è la scelta di Dylan, che da subito, esclude una qualunque ipotesi razionale, cercando sempre e solo la via del paranormale. La prima persona da Dylan interrogata sulla vicenda è il Signor Culling (pagina 21). La figura poco socievole, burbera e schiva dell’ex custode del cimitero si vede rivolgere dall’Indagatore esclusivamente domande inerenti al coinvolgimento nella vicenda di spettri e simili, magari poco felici del trattamento riservato alle loro ossa dalla ditta appaltatrice intenta a trasformare l’area in un parco. Le ricerche seguenti poi mostrano un Dylan particolarmente concentrato nella ricerca di "fantasmi". È lui stesso ad esplicarlo a pagina 26. L’idea di un serial killer, di un complotto lobbista, o comunque di un qualunque risvolto meno trascendente non viene mai presa in considerazione. Eppure ricordiamo Dylan per il suo proverbiale (apparente) scetticismo. Certo siamo in un cimitero abbandonato, ma il solito Dylan era abituato alla diffidenza, poneva il paranormale come ultima delle ipotesi e solitamente cedeva all’idea (che pur lo attanagliava dal primo istante) solo quando finiva per sbatterci contro. Qui la sua convinzione precede di gran lunga il suo effettivo incontro con i fantasmi che, infatti, non lo sorprendono e non lo spaventano minimamente.

La cripta
disegni di Giampiero Casertano

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

La cripta<br>disegni di Giampiero Casertano<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>
Più spaventato è invece dal mostro, nel finale, che non esita a condannare a morte (testualmente, a pagina 94, quando raccoglie deciso la pistola). Il Ghoul è di certo un mostro assassino, numerose sono state le sue vittime e concordiamo sull’esigenza di porre fine alla sua carneficina, ma ugualmente quello che ci lascia basiti è l’assoluta mancanza di empatia di Dylan nei suoi confronti. Complice forse il tratto estremamente espressivo di Casertano, il Ghoul ci trasmette davvero poco terrore. Il suo volto, ancor prima che venga giustificato il suo agire, ci riempie di tristezza e solitudine quasi disperata. Dov’è finita la comprensione che Dylan ha sempre avuto verso i mostri, i diversi, i dimenticati e gli emarginati? Chi è questo Dylan che punta deciso la sua pistola verso il mostro? Torna così alla mente una vecchia domanta che, forse un altro Dylan, si poneva: Chi è il mostro?
Di Gregorio disegna con il suo Ghoul la maschera perfetta dell’oblio che la morte lascia tra i vivi, ma sembra non voglia che Dylan la comprenda. Nella chiosa finale Dylan ci riporta semplici annotazioni tecniche, fredde e anonime; è lo spettro di Culling, che già in vita aveva empatizzato con il mostro regalandogli anche un nome, che invece, amaro e schietto, ci pone dinanzi al vero problema.
Di contro a questa perdita d’identità del personaggio c’è la positiva riscoperta dell’horror che però compensa solo in parte il senso di smarrimento del lettore dylaniato anche se l’ironia, il ritmo costante ed il finale non pedante sono a tutti gli effetti note positive che è piacevole ritrovare in Dylan Dog, così come altrettanto positivo è il ruotare della storia attorno a Dylan che, per una volta, non è inutile e spaesato. Per quanto, ugualmente, se un cimitero senza ossa non è un cimitero, forse anche un Dylan Dog senza scetticismo e senza empatia non è un Dylan. Dylan Dog 303, "Il divoratore di osssa", di Giovanni Di Gregorio e Giampiero Casertano, Sergio Bonelli Editore, dicembre 2011

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