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Cherchez les femmes

quote rosa senza fuochi d'artificio
Recensione di ,  |   | dylandog/


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Dylan Dog Color Fest 6


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Scheda IT-DD-CF6a

Scheda IT-DD-CF6b

Scheda IT-DD-CF6c

Scheda IT-DD-CF6d

Dopo l'umorismo, l'altra metà del cielo. Il sottotitolo del secondo Dylan Dog Color Fest a tema recita infatti Femmes fatales, e anche in questo caso la formulazione resta piuttosto fumosa, se si prescinde dal dato immediato dell'affidamento a sole autrici dell'intera realizzazione del prodotto, muovendo dalla classicheggiante copertina di Laura Zuccheri - che ben suggerisce un'atmosfera sensuale, seppur parzialmente penalizzata da una certa staticità e da alcune sfumature cromatiche monocordi - sino a giungere al lettering. Di fatto, con l'eccezione di qualche (ma appena qualche!) particola che esala dalla ghost-story insignita della prima posizione e del particolare esperimento barbatiano, dove addirittura l'ottica femminile è duplice (quella autoriale e quella della coprotagonista), abbiamo nient'altro che quattro "semplici" storie complete di discreto/buon mestiere.

La villa degli amanti

Nell'ordine: Vanna Vinci, che in veste di autrice completa ha l'onere di tenere a battesimo il Color Fest, innesca - si può dire - un vero e proprio cortocircuito: da un lato un tratto molto personale e suggestivo, dal forte ascendente prattiano, caratterizzato da un rigore interno che pur si intravvede dietro una facies apparentemente naïf (con questo non si vuol dare per scontata la piena pregnanza di ciascuna delle soluzioni grafiche adottate).

Vanna Vinci innesca un cortocircuito tra un tratto personale e suggestivo e una narrativa ingessata.

Dall'altro lato, una narrativa per contrasto "da manuale", ma nel senso di ingessata nelle convenzioni del genere "storie di maledizioni con radici nel passato e spettri annessi" (un esempio su tutti: la storia che apre l'undicesimo Maxi); aggiungendo dialoghi e didascalie raramente pungenti, una parte centrale che appena pizzica le corde della morbosità e della tensione, una cornice iniziale e finale risaputa e poco convincente, il risultato degli addendi non dà un lettura entusiasmante.

La camera chiusa

Dopo questa prima storia, con cui l’albo paga il suo tributo allo sperimentalismo grafico, nelle tre successive si ritorna ad uno stile classicamente e bonellianamente realistico: si parte con la prova di Simona Denna, finora vista all’opera su Nathan Never, Legs Weaver e, più di recente, sulla miniserie Greystorm. I disegni sono senz’altro puntuali e accurati, dinamici e funzionali al punto giusto, con un Dylan ben colto (il modello sembrerebbe Casertano, soprattutto nelle prime tavole, ma la rielaborazione mostra i segni di una piena autonomia); la colorazione nulla aggiunge, anzi talora crea effetti di luce e volume non del tutto soddisfacenti.

Corsi e ricorsi
p. 17 dell'albo, disegni di Vanna Vinci

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

Corsi e ricorsi<br>p. 17 dell'albo, disegni di Vanna Vinci<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>
Porretto e Mericone confezionano una classica "storia-pretesto" che vorrebbe riprodurre un certo retrogusto sclaviano.

Sul versante dei testi Rita Porretto e Silvia Mericone, fresche reduci dal primo numero di Dr. Morgue, confezionano una classica "storia-pretesto" in cui uno spunto narrativo minimale funge da base per una sfilata di situazioni più o meno surreali che minano l’equilibrio del protagonista. Lo sforzo sembra proprio quello di riprodurre un certo retrogusto sclaviano, respirabile in particolar modo nelle ormai datate ma geniali storie brevi edite da Comic Art col titolo Gli inquilini arcani (1991, disegni di Roi), senza trascurare la memorabile L'inquilino del terzo piano. Gli elementi ripresi non sono pochi: l'esilità della trama (appunto), imperniata su una situazione ciclica e "ristagnante", la conseguente centralità dei dialoghi/monologhi, certi discorsi sull’ironia, il senso di estraniamento e di un'incombente perdita di sé, i fermenti di protesta verso la società, l’immaginario cinematografico rievocato, che si muove tra il Kubrick di Arancia meccanica e l'inevitabile Polanski de L’inquilino del terzo piano (di nuovo!), con qualcosa del Buñuel de L’angelo sterminatore. Tutto ciò rinforza l’idea di un sottotesto metaforico-sociologico (la camera chiusa simbolo della moderna alienazione/precarietà), esplicitato nel (purtroppo debole) finale con piglio sin troppo perentorio. Al di là dell'ultima tavola, che mostra il tentativo di tornare su binari "rodati", come del resto pretende una certa fisiologia del personaggio dopo ormai 25 anni, il difetto principale del breve racconto è una scarsa brillantezza che affida la tenuta della narrazione all’efficacia e all’impatto delle singole scene, variabile fluttuante al pari della capacità (consequenziale) di veicolare l’impotenza e la disperazione dell’Old Boy, costretto sì a subire, ma reattivo e tenace come si conviene.


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