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Contro quale Dylan?

un albo a latere... ma non troppo
Recensione di ,  |   | dylandog/


Contro quale Dylan?
Dylan Dog 296


Scheda IT-DD-296

È una sensazione duplice e finanche contrastante quella suscitata dalla lettura dell'ultima fatica di Paola Barbato per la serie regolare di Dylan Dog. Da una parte, benché la testata non esibisca una vera e propria continuity interna, a chi scrive è sembrato di trovarsi dinnanzi a un albo ancor più fuori continuity, quasi un one shot, giacché nelle novantaquattro tavole si condensano in maniera peculiare le tre note e discusse unità (di tempo, di luogo e d'azione) del teatro aristotelico, col risultato di un insieme perfettamente circolare, completo e in sé conchiuso. D'altro canto, però, questa storia ha il pregio di aver pescato dal lontano 1997 un albo non destinato alla continuity, L'uomo che vende il tempo, e di avergliene fornita una non trascurabile, con un finale che lascia intuire spazi di manovra per ulteriori sviluppi.

Il richiamo al teatro aristotelico di cui sopra si sostanzia fondamentalmente nella scelta del soggetto, incentrato su un paradosso temporale tutto sommato semplice (con una confusione eventualmente ingenerata nel finale dal punto di vista adottato: sul punto vd. la scheda) e intuibile (con ulteriore aiuto della spoilerante cover, se ve ne fosse stato bisogno), secondo un meccanismo che la narrativa cartacea e non ha ormai ampiamente sdoganato, da Ritorno al futuro ad ancora prima, risalendo a Wells (anzichenò!), sino a Futurama o al finale della terza stagione di Fringe. Il concetto di base è sempre lo stesso: futuro prestabilito o no? Se l’ipotetico viaggiatore del tempo uccidesse suo nonno, allora non nascerebbe? E se eliminasse se stesso, che fine farebbe? Finirebbe in un'altra linea temporale? E così via dicendo.

La capacità di Barbato di costruire narrazioni a orologeria si mette ora alla prova con cliché fantascientifici, ma spogliandoli di qualsiasi velleità o riferimento appunto alla sci-fi classica.
Sotto questo profilo il nostro albo rassomiglia quasi a un kolossal hollywoodiano girato però con pochissimi attori, per esigenze di sceneggiatura, e in un numero ristretto di ambientazioni (il pensiero corre al recente Thor...), dove la capacità di Barbato di costruire narrazioni a orologeria, già ampiamente sperimentata, si mette ora alla prova con cliché fantascientifici, ma spogliandoli di qualsiasi velleità o riferimento appunto alla sci-fi classica. Escludendo l'ultima tavola, davvero fuori tono, il tutto mostra dunque una ciclicità interna quasi perfetta.

Né manca di innestarsi su tale schema un aspetto caratteristico di altre storie dell'autrice (solo per fare un paio di esempi, si pensi a L'ultimo arcano o ad Anime prigioniere), che è poi uno degli elementi cardine della filosofia di Dylan Dog, ossia l'inserzione dell'elemento soprannaturale nel tessuto "naturale" come si trattasse di una sua spontanea germinazione, senza rincarare sull'enfasi letteraria. I tarocchi, i fantasmi, il tempo a ritroso sono davvero aspetti del reale che ci circonda, ma rispetto ai quali le nostre capacità interpretative risultano fortemente limitate: il mistero ci pervade (il termine inglese surrounding risulta in questo caso estremamente calzante), ma ciò che impaurisce e genera l'incubo non è il mistero di per se stesso, quanto piuttosto il rapporto tra questo e le dinamiche dell’ecosistema umano. Ne Il ritorno del mostro si possono leggere, a proposito del coprotagonista Damien, affermazioni di questo tenore: «Monstrum, in latino, significava "segno divino, prodigio"... E Damien è un prodigio... Una nuova forma di essere vivente, forse un mutante, come nei romanzi di fantascienza... Ma non ci sono, in realtà, modi di definirlo: Damien è solo Damien!» (p. 28). Ancora, in Vivono tra noi, attraverso le parole di Derek Sclavi si (e ci) chiede quale sia la vera normalità, attuando così quell’epocale ribaltamento di prospettiva che pone i cosiddetti "mostri" a farsi domande sul rapporto con i cosiddetti "normali", e cambiando così in maniera forse definitiva alcuni stilemi della comunicazione fumettistica (e non solo).

Il mistero ci pervade, ma ciò che impaurisce e genera l'incubo è il rapporto tra il mistero stesso e le dinamiche dell’ecosistema umano.

È quanto, più o meno, si cercava di dire: i pretesi eventi soprannaturali rappresentano "soltanto" altre prospettive fenomenologiche di una sorta di super-tessuto, del quale noi vediamo solo una parte, un po' come sono percepibili al nostro occhio soltanto alcune lunghezze d'onda, e quindi solo un dato spettro di colori, per quanto sappiamo che esistono altre lunghezze d'onda, e quindi altri colori (divagando, vien fatto di pensare a Il colore venuto dallo spazio, l'akmé del cosiddetto Ciclo di Cthulhu di Lovecraft). La genialità di Sclavi è stata quella di porre a confronto e a contatto i colori che vediamo con quelli che non percepiamo, eppure capaci di palesarsi a noi in qualche modo. La differenza tra le due categorie non è un muro invalicabile, bensì un artificio dettato dai nostri limiti.

Quando l'ira vince la claustrofobia...
p. 27 dell'albo, disegni di Giampiero Casertano

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

Quando l'ira vince la claustrofobia...<br>p. 27 dell'albo, disegni di Giampiero Casertano<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>
Va riconosciuto come la capacità di infondere nel protagonista dei modi di agire "naturali" e non "teatrali" non sia la cosa più semplice, ma neppure vada vista quale unica alternativa a un modo di scrivere altrimenti privo di nuovi guizzi.

Naturalmente, pure in una trama ritmata e incosuetamente ricca d'azione per gli standard odierni (magari con leggera meccanicità in alcuni snodi), un altro fuoco d'attenzione non può che essere costituito da Dylan, spinto ad adottare un un comportamento realmente umano e autoconservatore, istintivo, finanche buonista (sbatte la porta per ritornare sui suoi passi), dalla ragazza di turno, la quale stavolta ha veramente qualcosa di diverso: fisicamente è più un "tipo" che una bellona fatta e finita (e infatti questo viene rinfacciato allo stesso Dylan), oltre a essere affetta da bipolarismo, patologia resa in maniera molto più reale di altre "malattie" che possono aver affetto in passato altre Dog-girl. Senza voler insistere sul consueto terreno del Dylan barbatiano più persona che personaggio, va riconosciuto come la capacità di infondere nel protagonista dei modi di agire "naturali" e non "teatrali" non sia la cosa più semplice, ma neppure vada vista quale unica alternativa a un modo di scrivere altrimenti privo di nuovi guizzi (Tex e Zagor restano estremamente fedeli a se stessi!). In questo numero l'Old Boy è realmente cambiato, anzi la diabolica "seconda occasione" che gli viene offerta lo rende a tutti gli effetti martire (nel senso letterale di testimone della propria morte), anche se magari già dal numero successivo tornerà a vivere la sua vita dai compartimenti stagni delineati dai diversi autori che ci lavorano su, ognuno col suo modo di vedere, pur all'interno di un canovaccio definito e con precisi limiti di modificabilità. Barbato non modifica, piuttosto interpreta laddove altri eseguono echi di memorie sclaviane (e forse in alcuni punti più chiaverottiane che sclaviane); "compone", piuttosto che limitarsi ad eseguire, musica dylaniata per conto terzi (il personaggio non è suo, in ultima analisi), in quanto pur conoscendo le regole riesce a contaminarle ad arte.

Casertano riesce a far recitare i personaggi in maniera non teatrale, non sofisticata, aumentando il senso di immedesimazione da parte del lettore e interpretando quasi alla perfezione le sfumature del testo.

Non è pleonastico asserire che non si sarebbe potuto trovare un interprete grafico più indicato di questo Casertano, il quale per l'occasione ha ricuperato un tratto che, a un certo punto, gli era sfuggito di mano e, pur senza tornare ad atmosfere come quelle evocate in Totentanz o La casa degli uomini perduti, ha ritrovato i propri capisaldi rinvigorendoli con calibrata modernità (un percorso inverso rispetto al collega Piccatto, ad esempio). Forte di un tratteggio ricco e pressoché perfetto nel veicolare un senso di sporcizia e disperazione, Casertano riesce a far recitare i personaggi (specie il protagonista, considerando la sua preponderanza, nonostante qualche occasionale e consueta perplessità sulla resa della sua fisionomia) in maniera non teatrale, non sofisticata, aumentando il senso di immedesimazione da parte del lettore e interpretando quasi alla perfezione le sfumature del testo. Forse si avverte nostalgicamente la mancanza di alcuni suoi punti fermi, come le inquadrature "stroboscopiche" dalle proporzioni improbabili, da sempre capaci di sottolineare in maniera estremamente efficace il citato labile confine tra la nostra percezione della realtà ed il mistero che la circonda (effetto ripreso tra l’altro anche da Dall’Agnol nello storico Caccia alle streghe).

Un kolossal può reggersi su pochi autori e su un numero limitato di location anche quando l'impatto visivo riesce ad avvolgere e a valorizzare uno script che già di per sé rinviene il proprio auge proprio in un malcelato "minimalismo"; ciò avviene, e sembra quasi di assistere ad un'intera storia alla luce di una candela sotto le coperte, scura ma non cupa, minimalista ma non scarna, fuori continuity eppure pienamente rappresentativa del personaggio, simil-sequel di una storia passata (e francamente non indimenticabile), eppure in grado di riproporla sotto nuove prospettive. La seconda occasione, Dylan Dog 296, testi di Paola Barbato e disegni di Giampiero Casertano, Sergio Bonelli Editore, 100 pp., b/n, brossurato, maggio 2011, € 2,7

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