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L'atterraggio dello struzzo

uno Speciale che precipita... in picchiata!
Recensione di  |   | dylandog/


L'atterraggio dello struzzo
Speciale Dylan Dog 24


Scheda IT-DD-Sp24

Onere non da poco, per un autore dylaniato, avventurarsi in territori già calcati dall'inconfondibile sensibilità di Sclavi. Intriso da cima a fondo di tale inconfondibile sensibilità è certo un piccolo classico della serie quale Il volo dello struzzo, un mosaico in cui tasselli di realismo e surrealismo si amalgamano mirabilmente in un insieme compatto e coeso: questo il difficile punto di partenza da cui ha scelto di muovere, nel consueto Speciale settembrino, Paola Barbato, autrice tanto talentuosa quanto distante dal Nostro per tematiche d'elezione, tecnica scrittoria, approccio al personaggio e ai fruitori delle sue avventure. La curiosità è stuzzicata.

Spiace constatare la forte debolezza del risultato finale, anzitutto per la storia in sé, ricca di snodi implausibili e trovate a dir poco infelici (che accrescono il peso specifico di detti snodi implausibili); e in misura minore - quasi veniale, se si raffronta alla debolezza dell'impianto narrativo - per la dissoluzione dell'atmosfera che si respirava nell'antecedente e per la messa a fuoco dei protagonisti.

Il risultato finale delude, anzitutto per la storia in sé, ricca di snodi implausibili e trovate infelici; e in misura minore per la dissoluzione dell'atmosfera che si respirava nell'antecedente e per la messa a fuoco dei protagonisti.
In una valutazione complessiva e (quanto più possibile) organica i tre piani inevitabilmente s'intrecceranno e dialogheranno tra loro.

Risalendo a monte, ci si può chiedere se fosse necessario corredare di questo séguito Il volo dello struzzo. Beninteso, negare a priori la possibilità di proseguire un discorso per timori reverenziali è quanto mai sciocco e infruttuoso. La limitazione fine a se stessa, naturalmente, paralizza ogni possibilità di crescita. E però un discorso si prosegue se davvero vi si può aggiungere qualcosa di significativo e pertinente. Nella fattispecie, avevamo lasciato Birdy, il tenero uomo uccello, slanciarsi in volo verso la sua Eldorado. L'indistinzione del ricordo, l'incertezza con cui Sclavi ci congedava si attagliavano perfettamente a un albo e a un personaggio così poetici. Un tocco di malinconia e, al contempo, di speranza. Qui l’«androvolatile», o «ornitantropo» che dir si voglia, si libra in aria con consumata perizia e capeggia stormi di uccelli in una guerriglia contro malvagi cementificatori (in realtà, l'unica volta che possiamo ammirarlo in azione in presa diretta, ordina una ritirata... perché lui non è un animale come le carogne umane che vorrebbero fargli la pelle!). Fine della poesia. Oltretutto - sembra paradossale dirlo - Birdy non è in fin dei conti così influente nell'economia generale della narrazione. Benché Dylan si mobiliti per lui, benché venga usato come pretesto per lo sterminio di volatili perpetrato da Wykoff e Morce, benché sia a capo delle orde pennute, egli aleggia come una presenza, più che essere una presenza. Quasi che il suo ruolo fosse limitato alla fiacca apparizione nella terribile reunion finale, con tanto di salvataggio della bella in appendice (che coup de théâtre, quello di p. 160... ). L'esito negativo del ricupero, per chiudere, non è motivato dalla lesa maestà sclaviana né da una cattiva gestione in assoluto (il personaggio non è completamente fuori registro), quanto piuttosto dall'impoverimento e dallo smarrimento della narrazione pregressa, che avrebbe richiesto al suo prosieguo una "forza" direttamente proporzionale.

La fragilità strutturale dell'insieme, come s'è avuto modo di accennare, non può che aggravare la tara.

Gli uccelli (ma non di Hitchcock...)
p. 105 dell'albo, disegni di Giovanni Freghieri

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Gli uccelli (ma non di Hitchcock...)<br>p. 105 dell'albo, disegni di Giovanni Freghieri<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>

Eppure le prime tavole, grossomodo sino al completamento della presentazione del cast, sono pervase da una tagliente - a tratti maligna - brillantezza che cattura e fa presagire ben altro rispetto a ciò che andrà disvelandosi. Anche se, a ben vedere, ripropongono una vexata quaestio che sembrava accantonata con le ultime prove di Barbato, quella relativa alla caratterizzazione dell'Old Boy: ritorna infatti (seppur in modo divertente, fulminante, persino geniale) quell'allure "eretica" in più d'un caso ravvisabile negli albi della sceneggiatrice.

Le prime tavole sono pervase da una tagliente - a tratti maligna - brillantezza che cattura e fa presagire ben altro rispetto a ciò che andrà disvelandosi.
L'eresia, in genere, è cosa buona in quanto diversione ed evoluzione di qualcosa di cui condivide la natura. Se però si resta al di qua dell'irresistibile e straniante divertissement, questo Dylan ha ben poco in comune con il vero Dylan Dog al di là della faccia.

Escogitato il MacGuffin sopra le righe per solleticare l'attenzione del nostro eroe (la circostanza volutamente grottesca su cui è ricaduta la scelta non escludeva altre opzioni), l'avventura può avere inizio. Il protagonista dovrà ben presto incassare le defezioni di Bloch (che non avrebbe potuto essere di grande aiuto, e infatti si limita a schernire l'interlocutore, invitandolo a cavarsela da solo, una volta tanto!) e Groucho, quest'ultima difficilmente comprensibile per le modalità con cui si svolge (ah, un momento: sarà sua cura invocare l'intervento della cavalleria nel finale! Tutto a posto), oltre a doversi confrontare con un Wells apparentemente scostante. È proprio solo e sbatacchiato, il povero Indagatore dell'Incubo. Tanto da tradurre in incubo il suo senso quasi kafkiano di abbandono e di persecuzione. A tal proposito, la caratterizzazione sibillina del geniale Lord - una sorta di deus ex machina o di nume tutelare, se si preferisce - potrebbe forse assolvere al compito di far capire al lettore che le cose vanno lette in maniera diversa da come si presentano all'osservazione. Tralasciando la punta di "rozzezza" di tale stratagemma, ne risalta l'effetto: irritante e disorientante (non in senso positivo). D'altro canto, la gang di «pilastri della cultura» che s'accompagna al Pari d'Inghilterra sembra creata apposta per ingenerare sospetti (si perde il conto delle volte in cui Dylan afferma di sentire puzza di bruciato) e rovesciare aspettative.

Disorientato materialmente e mentalmente, tra

Difficile sottrarsi all'impressione che una precisa logica e cifra stilistica sovrintendano alla costruzione dell'albo, ma risulta altrettanto arduo discernerle, soffocate come sono dalla confusione e dalla precarietà del quadro d'insieme.
un'esplorazione infruttuosa e un sogno, un assedio e un sequestro (a onor del vero questa lunga sezione centrale procede a ritmo sostenuto, garantendo un'agevole lettura), il protagonista scende dal cucuzzolo della montagna su cui è stato deposto con l'agilità di un free climber per partecipare all'ultimo atto: tutti on stage appassionatamente, tra forzature, improbabili colpi di scena e l'unico pregio di denunziare la pretestuosità di ogni fanatismo. Il tempo di arrestare il cattivone di turno, di sincerarsi che pure Millicent sia rimasta illesa, ed ecco giungere l'ultima tavola, splendidamente intonata alla succitata divagazione delle pp. 14ss.

Difficile sottrarsi all'impressione che una precisa logica e cifra stilistica sovrintendano alla costruzione dell'albo, ma risulta altrettanto arduo discernerle, soffocate come sono dalla confusione e dalla precarietà di un quadro d'insieme che accresce il rammarico per la sovrabbondante brillantezza profusa a sprazzi (meritano menzione almeno due impagabili battute: «Neanche quarant'anni, ridotto sul lastrico e costretto a esorcizzare cani, per non parlare del meretricio... » [p. 17] e «Infine, ad accompagnarmi, nonché a rendere meno uggiose le mie serate, c'è la signorina Millicent Caldwell, nota ornitologa» [p. 31]).

Freghieri si riappropria del microcosmo di Birdy mettendo in mostra una forma smagliante. Il disegnatore piacentino si scatena tra paesaggi incontaminati e le più svariate specie ornitologiche, senza rinunziare a sporadiche (e moderate) ma efficaci evasioni dalla gabbia bonelliana. Anche i personaggi recitano molto bene e le inquadrature assecondano ineccepibilmente la regia sceneggiatoria. Di rado ci si imbatte in qualche vignetta più "tirata via" e può capitare che i tratteggi non sortiscano piena efficacia, tuttavia la prestazione resta complessivamente eccellente per qualità, eleganza e continuità lungo le 160 tavole.

Il santuario, Speciale Dylan Dog 24, testi di Paola Barbato e disegni di Giovanni Freghieri, Sergio Bonelli Editore, 166 pg., b/n, brossurato, settembre 2010, € 4,8

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